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Possiamo piantare alberi facendo ricerche online?

In un certo senso sì, con un motore di ricerca che usa gran parte dei profitti per finanziare progetti di forestazione

Come tutte le attività umane che richiedono il consumo di energia elettrica, anche usare internet ha un impatto sull’ambiente. Per far funzionare internet, cioè per alimentare i server dei data center che la tengono in piedi, serve moltissima energia: nel 2015, la sola Google ne consumò una quantità simile a quella dell’intera città San Francisco. La produzione di elettricità è una delle principali fonti di emissioni di gas serra, la causa del cambiamento climatico, perciò tra i consigli su come ridurre il proprio personale impatto sull’ambiente capita che compaiano anche quelli legati all’utilizzo di internet: per esempio sull’uso dell’email (tipo evitare di “rispondere a tutti” se non è necessario), oppure sulla navigazione online. A quest’ultimo proposito può capitare di sentir parlare di Ecosia, che si autodefinisce «il motore di ricerca che pianta gli alberi».

Ecosia ha un aspetto piuttosto simile a quello di Google: una schermata quasi del tutto bianca, il logo del motore di ricerca e la barra in cui scrivere ciò che si vuole cercare. Sotto la barra però c’è un contatore in continuo aggiornamento che dice quanti sono gli «alberi piantati dagli utenti di Ecosia»: al momento più di 121 milioni. E in alto a destra, dove su Google si può accedere al proprio account Gmail, c’è un altro piccolo contatore, con il simbolo di un albero: quando si usa il motore di ricerca per la prima volta segna 0; dopo una ricerca passa a 1. Cliccando sopra si ottiene questa spiegazione: «Questo è il numero di ricerche che hai effettuato con Ecosia. In media servono circa 45 ricerche per piantare un albero!». Significa che dopo 45 ricerche con il motore di ricerca qualcuno, da qualche parte nel mondo, pianterà un albero? Non proprio.

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Ecosia esiste dal 2009 e oggi dice di avere 15 milioni di utenti (quelli di Google dovrebbero essere circa 4 miliardi). È stato fondato da Christian Kroll, un imprenditore tedesco di 37 anni, e funziona grazie a Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Non è l’unico motore di ricerca alternativo a Google che si appoggia a Bing, ma si distingue perché usa i propri profitti non per dare dividendi ai suoi proprietari, ma per finanziare progetti di forestazione. Per la precisione, la società che gestisce Ecosia destina l’80 per cento dei profitti (tra il 30 e il 50 per cento dei ricavi, a seconda del mese) per finanziare organizzazioni di diverse parti del mondo che piantano alberi: in alcuni casi per salvaguardare gli habitat di alcune specie animali, in altri per contrastare il cambiamento climatico, in altri ancora per dare nuove fonti di sostentamento economico a comunità che ne hanno bisogno.

– Leggi anche: Microsoft vuole rimuovere tutta l’anidride carbonica che ha prodotto dal 1975

I profitti di Ecosia arrivano dalle stesse fonti di guadagno a disposizione degli altri motori di ricerca, cioè dagli annunci pubblicitari che compaiono sopra e a fianco ai risultati delle ricerche. È però scorretto dire che semplicemente usandolo per le proprie ricerche online si piantano degli alberi: Ecosia viene pagato dai propri inserzionisti solo se chi lo usa clicca sugli annunci o se acquista qualcosa partendo da un link di affiliazione con un sito di e-commerce – quest’ultimo è un meccanismo con cui anche i giornali online (compreso il Post) possono ottenere piccoli ricavi. Per un click su un annuncio Ecosia ottiene alcuni centesimi di euro, per un acquisto tramite link affiliati una percentuale (di solito varia tra l’1 e il 15 per cento) di ciò che i suoi utenti acquistano. Considerando anche gli utenti che non cliccano mai sugli annunci, dice Ecosia, il ricavo per ogni ricerca è di 0,5 centesimi di euro in media.

Ecosia comunque tiene molto anche agli utenti che non gli fanno guadagnare nulla: «Anche se usi un ad blocker o non clicchi mai sugli annunci, contribuisci comunque al movimento per piantare gli alberi facendo aumentare il numero degli utenti di Ecosia», spiega il blog del motore di ricerca, «e più utenti attivi mensili abbiamo, più diventiamo rilevanti per gli inserzionisti».

Ecosia ha ricevuto qualche critica per la comunicazione con cui associa il numero di 45 ricerche a un albero piantato. Un’altra critica riguarda invece il fatto che si appoggi a Bing, per via dell’impatto sull’ambiente di Microsoft. Infatti mentre i centri dati di Ecosia sono alimentati da fonti di energia rinnovabile – la stessa società del motore di ricerca ha realizzato degli impianti fotovoltaici per produrre l’energia necessaria ad alimentarli – il bilancio di emissioni di gas serra di Microsoft è ancora in attivo. Per fare un confronto, Google ha detto di aver raggiunto la neutralità carbonica nel 2007 e lo scorso autunno ha annunciato di aver rimosso dall’atmosfera l’equivalente della quantità di anidride carbonica emessa da quando esiste.

Microsoft comunque si è impegnata a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2030 e a rimuovere dall’atmosfera l’equivalente della quantità di anidride carbonica che ha emesso a partire dalla sua fondazione (nel 1975) entro il 2050.

– Leggi anche: Le “emissioni zero”, spiegate bene

La qualità dei risultati che si ottengono su Ecosia non è proprio comparabile a quella che si ottiene con Google, sia in termini di quantità che di rilevanza con ciò che si sta cercando. È comunque una carenza che non dovrebbe rappresentare un problema per la maggior parte degli utenti e delle ricerche: forse solo per chi usa Google con grande frequenza per lavoro potrebbe essere svantaggioso passare a Ecosia.

Un’altra differenza tra Ecosia e gli altri motori di ricerca, anche rispetto allo stesso Bing, è che nei risultati gli annunci sono mostrati con maggiore evidenza. È una strategia comprensibile, se si parte dal presupposto che chi preferisce Ecosia ad altri motori di ricerca dovrebbe essere abbastanza motivato da tollerare più inserzioni.

Infine c’è la questione della privacy. A differenza di Google, Ecosia non crea profili dei suoi utenti e ogni settimana rende anonimi tutti i dati sulle ricerche fatte attraverso di sé; si può anche scegliere di impedirgli di tenere qualsiasi tipo di traccia. Se però l’attenzione alla privacy è la caratteristica principale che si cerca in un motore di ricerca alternativo a Google, può essere meglio usarne uno pensato principalmente per rispondere a questa esigenza, ad esempio DuckDuckGo: un altro motore di ricerca che si appoggia a Bing, ma che non condivide alcun tipo di dato, nemmeno gli indirizzi IP criptati.