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  • martedì 16 Marzo 2021

In Norvegia si discute di boicottare i Mondiali in Qatar

Proprio quando la Nazionale scandinava potrebbe qualificarsi dopo oltre vent'anni, la proposta di un club si sta allargando

(Getty Images)

Lo scorso fine settimana la federazione calcistica norvegese (NFF) avrebbe dovuto votare la proposta di boicottaggio dei Mondiali in Qatar del 2022 in segno di protesta verso lo sfruttamento sistematico dei lavoratori, perlopiù immigrati, che diversi osservatori internazionali attribuiscono da anni al paese arabo. La proposta di votazione, prevista inizialmente per domenica 14 marzo, non ha però ricevuto la maggioranza dei voti ed è stata rinviata al prossimo 20 giugno.

La Norvegia è il primo paese in cui l’ipotesi di un boicottaggio nei confronti del Qatar — iniziativa di cui si parla da tempo nel mondo del calcio, ma senza nulla di concreto, almeno finora — viene formalizzata. Tutto è partito lo scorso 26 febbraio dall’iniziativa di un piccolo club di prima divisione, il Tromsø, che nell’ultimo mese ha ricevuto il sostegno di altri sei club, tra i quali il Rosenborg, il più titolato e famoso del paese.

I club norvegesi hanno portato la questione in federazione, dalla quale ora ci si aspetta una decisione, nonostante i suoi dirigenti si siano già detti contrari al boicottaggio, probabilmente influenzati dal fatto che dopo 22 anni di assenza dalla fase finale di un Mondiale, a questo giro la nazionale maschile è molto promettente e sulla carta può ottenere la qualificazione.

Erling Braut Haaland, centravanti della Norvegia (Charles McQuillan/Getty Images)

Di recente l’iniziativa è arrivata anche in altri paesi europei. In Germania, l’associazione ProFans, che riunisce i soci di minoranza delle squadre del campionato professionistico, ha scritto alla federazione chiedendo che il boicottaggio venga preso in considerazione, perché «non c’è nulla che possa giustificare le violazioni dei diritti umani». In Danimarca, invece, è attiva da dicembre una petizione che chiede il boicottaggio: secondo la legge locale, se dovesse raggiungere le 50.000 firme entro il prossimo 8 giugno dovrà essere oggetto di dibattito in parlamento. Alcuni deputati socialisti hanno già accolto favorevolmente l’iniziativa, mentre la banca Arbejdernes Landsbank, tra gli sponsor principali della nazionale, ha fatto sapere di non voler essere associata in alcun modo ai Mondiali in Qatar e probabilmente ritirerà la sponsorizzazione se la Danimarca dovesse qualificarsi.

I Mondiali in Qatar del 2022 sono stati contestati fin dal giorno della loro assegnazione (letteralmente: due membri dell’esecutivo FIFA vennero sospesi poco prima delle votazioni perché intenzionati a vendere il proprio voto al miglior offerente). Le critiche e le denunce mosse in questi anni riguardano tutti i livelli della manifestazione. L’assegnazione, per cominciare, fu coinvolta nelle famose indagini sulla corruzione all’interno della FIFA — l’organizzazione che governa il calcio mondiale —, le stesse che nel 2015 portarono all’allontanamento del potente ex presidente svizzero Sepp Blatter e all’azzeramento degli allora vertici dirigenziali.

Ci sono poi le questioni legate all’ambiente, ai diritti delle minoranze e a quelli dei lavoratori impiegati nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture richieste per i Mondiali: secondo le ultime indagini, tra il 2010 e il 2020 sarebbero morti oltre 6.500 operai, la maggior parte dei quali immigrati provenienti da India, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal, ridotti di fatto in una condizione di schiavitù fin dal loro arrivo nel paese.

Operai asiatici nei cantieri di Doha (Getty Images)

L’impatto ambientale dell’evento riflette l’enorme stravolgimento paesaggistico avviato in questi anni. I Mondiali del 2022 sono l’evento cardine del progetto che ambisce a trasformare il Qatar, un tempo quasi completamente desertico, in una regione moderna e completamente urbanizzata entro il 2030. Nel deserto non si stanno costruendo soltanto stadi — tutti dotati di potenti impianti di aria condizionata per mantenere le temperature a un livello accettabile — ma interi centri abitati, come Labour City, il gigantesco dormitorio sorto dal nulla che dal 2015 accoglie i quasi 70.000 operai immigrati arrivati nel paese.

– Leggi anche: Gli assurdi Mondiali di atletica in Qatar

Le recenti proposte di boicottaggio sembrano tuttavia legate anche a una serie di contraddizioni. Tutto quello che viene contestato al Qatar, e che ora sta dando vita ai primi movimenti di protesta, non è infatti una novità se si parla dell’organizzazione di grandi eventi sportivi, in particolare dei Mondiali di calcio. Ci furono per esempio fondati sospetti di corruzione dietro l’assegnazione delle edizioni ospitate dalla Germania nel 2006 e dalla Russia nel 2018, entrambe regolarmente disputate con tutte le nazionali del caso. In Russia, così come in Sudafrica nel 2010, le condizioni degli operai e quelle delle minoranze furono raccontate a lungo e vennero denunciate in più occasioni, senza però recare intralci all’organizzazione dei tornei.

Nel caso del Qatar, tuttavia, questi problemi sembrano aver superato il limite considerato accettabile da alcuni paesi, specialmente quelli scandinavi, noti per un generale progressismo e attenzione verso i diritti umani. I numeri riportati da inchieste e denunce superano di gran lunga quelli visti finora nelle passate edizioni, e come detto riguardano ogni livello dell’organizzazione. La domanda che si stanno ponendo i club norvegesi promotori del boicottaggio riguarda proprio il punto a cui può arrivare questa tolleranza. Il Tromsø, la squadra da cui è partita l’iniziativa, lo ha sintetizzato in una sorta di manifesto pubblicato online: «Siamo entusiasti del fatto che così tanta gente ami il calcio e ci voglia investire. I soldi sono diventati e saranno sempre una parte del nostro sport. Questo però non significa che dobbiamo starcene qui ad accettare la corruzione e le morti sul lavoro voltandoci dall’altra parte».