(Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images)

La decimalizzazione della sterlina

50 anni fa il Regno Unito adeguò la propria valuta ai sistemi usati nel resto del mondo, mettendo fine a «una orgogliosa storia di ribelle insularità»

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Cinquant’anni fa, il 15 febbraio 1971, in Regno Unito e in Irlanda ci fu il Decimal Day: il giorno in cui, dopo decenni di discussioni e dopo anni di preparativi, le valute dei due paesi passarono al sistema decimale, in un passaggio noto come decimalizzazione. Fino ad allora, con monete e banconote succedeva quello che ancora oggi succede con pollici, piedi, yard e miglia, unità di misura basate un sistema non decimale che per esempio prevedono che, in un miglio, ci siano 1760 yard.

Prima del 15 febbraio 1971, una sterlina valeva 20 scellini, e uno scellino valeva 12 pence. Dopo quel giorno, cioè dopo la decimalizzazione, le cose si fecero più semplici e la sterlina divenne più facilmente divisibile per 10 e per cento, con corrispettive monete pari a 1/10 e a 1/100 di sterlina.

Il sistema precedente – noto come £sd (dai simboli usati per sterline, scellini e pence) – aveva una lunga storia: era infatti un sistema di origine romana, basato su librae, solidi e denarii e in uso per diversi secoli in gran parte d’Europa. Il primo paese a pensare di fare in modo diverso fu la Russia di Pietro il Grande, che all’inizio del Settecento decise che un rublo sarebbe stato pari a 100 copechi.

Negli ultimi anni del Diciottesimo secolo decisioni simili furono prese dalla Francia rivoluzionaria e poi dagli Stati Uniti, che nel dichiarare la loro indipendenza scelsero di mantenere certe tradizioni e misure britanniche ma non lo stesso sistema valutario, adottando quindi il dollaro e decidendo di dividerlo in centesimi.

La decimalizzazione delle valute mondiali fu un processo molto lungo e i paesi del Commonwealth furono tra gli ultimi ad adattarsi, per via dei loro estesi rapporti con il Regno Unito, che si ostinava a non cambiare. Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, per esempio, lo fecero solo negli anni Sessanta del Novecento.

Come ha scritto il Guardian nel ricordare l’anniversario del “D Day” (Decimal Day), nel Regno Unito si parlava di passare al sistema decimale già dai primi decenni del Diciannovesimo secolo e già nel 1841 era stata creata un’apposita associazione. Uno dei primi sostenitori di questo passaggio fu il politico John Bowring che disse: «Ogni uomo che abbia guardato le sue dieci dita capirà le ragioni di questa cambiamento e l’evidenza della sua praticabilità».

Tuttavia, le cose presero a muoversi davvero solo negli anni Sessanta del Novecento, sull’onda di diverse altre decimalizzazioni. Per prima cosa si scelse di aumentare il valore dei pence così da lasciare invariato il valore della sterlina.

La decisione fu presa nel marzo 1966, stabilendo che il cambiamento sarebbe però arrivato qualche anno dopo: nel febbraio 1971. Serviva infatti qualche anno per adeguare, preparare e comunicare il tutto, a cominciare da una serie di nuove monete con un nuovo valore, da preparare e mettere in circolazione quando necessario. Fu scelto febbraio perché lo si ritenne un mese in cui la gente spendeva meno soldi e durante il quale la transizione sarebbe quindi stata più semplice. Un percorso simile ci fu in Irlanda, un paese la cui valuta aveva un cambio fisso di 1:1 con la sterlina.

I preparativi filarono lisci e il 15 febbraio 1971 – dopo un paio di giorni in cui le banche e la borsa restarono chiuse per potersi preparare – ci fu la decimalizzazione. Già il 16 febbraio il Guardian scrisse: «il paese è entrato agevolmente nel sistema decimale, mostrando che i soldi sono soldi comunque li si chiami».

Un bambino di fronte agli esempi delle nuove monete, il 15 febbraio 1971 (Frank Barratt/Keystone/Getty Images)

I piccoli problemi furono descritti così: «ci sono stati inevitabili borbottamenti, soprattutto dai tassisti e dagli autisti dei bus, che devono gestire entrambe le forme di valuta. Molti sembrano aver faticato per via della quantità di aritmetica coinvolta».

(George W. Hales/Fox Photos/Getty Images)

Un articolo di The Conversation ha ricordato che nonostante le evidenti praticità del nuovo sistema decimale, già allora ci fu comunque chi criticò la decimalizzazione come un cedimento nei confronti dell’Europa e una forma di rinuncia a una delle peculiarità britanniche. Nel 2011, quando già si iniziava a parlare di Brexit, un articolo del Daily Mail parlò della transizione del 1971 come della «fine di una orgogliosa storia di ribelle insularità» e come di un «inizio dell’europeizzazione delle istituzioni britanniche». Allo stesso tempo, c’è anche chi ritiene che quel momento di cambiamento avrebbe potuto essere ancora più drastico, e forse persino più utile, se il Regno Unito avesse scelto di adeguare al resto dell’Europa anche tutta un’altra serie di unità di misura.

Oggi esistono ancora un paio di sistemi di valuta non decimale, per esempio in Mauritania o in Madagascar, dove però nei fatti le monete più piccole praticamente non sono più usate. Talvolta, comunque, qualche sistema non decimale continua a essere pensato per mondi di fantasia. Nel mondo di Harry Potter, per esempio, ci sono galeoni, falci e zellini: per fare un galeone ci vogliono 17 falci, per fare ognuno dei quali ci vogliono 29 zellini, in una evidente parodia del sistema in vigore nel Regno Unito fino a cinquant’anni fa.