Johannesburg, Sudafrica (AP Photo/Jerome Delay)
  • Scienza
  • mercoledì 10 Febbraio 2021

I vaccini contro le varianti del coronavirus

Ricercatori e aziende farmaceutiche sono al lavoro per capire se le loro soluzioni siano efficaci: ci sono notizie incoraggianti e altre meno buone

Johannesburg, Sudafrica (AP Photo/Jerome Delay)

La decisione del Sudafrica di sospendere la somministrazione del vaccino contro il coronavirus di AstraZeneca, perché si sarebbe rivelato meno efficace del previsto nel contrastare la “variante sudafricana” (B.1.351), ha portato a nuove preoccupazioni sulla capacità dei vaccini di tenere sotto controllo la pandemia nel caso in cui si affermino alcune varianti del virus. L’argomento è stato affrontato sui media con toni piuttosto allarmati e concitati, anche se è ancora presto per trarre conclusioni in un senso o nell’altro. Mentre le aziende farmaceutiche valutano se sia necessario modificare i loro vaccini, diversi esperti invitano ad attendere dati più completi e affidabili sulle campagne vaccinali in corso.

Sudafrica
In Sudafrica la sospensione della somministrazione del vaccino di AstraZeneca è stata decisa in seguito alla pubblicazione di uno studio preliminare, quindi in attesa di ricevere una revisione da altri ricercatori, nel quale è emersa una riduzione significativa dell’efficacia della vaccinazione a causa della variante B.1.351. Secondo i dati forniti dalla ricerca, il vaccino riduceva del 75 per cento i casi lievi di COVID-19, ma quando si è affermata la variante il dato è sceso al 22 per cento.

Lo studio sudafricano ha ricevuto qualche critica perché ritenuto poco rappresentativo. I dati sulla drastica riduzione dell’efficacia sono basati su 42 soli casi di COVID-19 e l’intervallo di confidenza sul 22 per cento è molto ampio. Nel complesso, la ricerca ha coinvolto 1.765 volontari con un’età mediana di 31 anni, ma non ha offerto dettagli importanti sulla capacità del vaccino di prevenire le forme gravi di COVID-19, né ha fornito dati sui ricoveri e sul numero dei decessi.

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Oltre a decidere la sospensione, il Sudafrica ha annunciato che sarà avviata una nuova procedura per valutare l’efficacia dei singoli vaccini contro la variante, prima di metterli a disposizione della popolazione. Non è però chiaro come saranno effettuate queste ricerche, considerato che comunque le aziende farmaceutiche svolgono già indagini di questo tipo per valutare l’efficacia delle loro soluzioni.

Le cose da sapere sul coronavirus

Protezione
Al di là dei dati ancora da verificare e approfondire, il caso del Sudafrica aggiunge elementi alle analisi sui rischi che potrebbero porre alcune varianti del coronavirus, nel caso in cui i vaccini finora autorizzati o in fase di autorizzazione dovessero dimostrarsi meno efficaci nel contrastarle. Oltre a quella sudafricana, nelle ultime settimane i ricercatori si sono concentrati sulle varianti inglese e brasiliana, che rendono più contagioso il coronavirus. Tra queste tre, la variante sudafricana sembra essere quella più in grado di eludere le difese offerte dai vaccini, anche se ci sono ancora elementi da chiarire.

In linea generale, i test clinici condotti lo scorso anno sulle prime soluzioni sperimentali si erano concentrati nel valutare la capacità dei vaccini di prevenire la COVID-19. Le sperimentazioni condotte da Pfizer-BioNTech e Moderna, per esempio, avevano fatto rilevare un’efficacia intorno al 95 per cento dei loro rispettivi vaccini nel dare protezione contro la COVID-19, un dato molto superiore alle più rosee aspettative degli esperti.

Il vaccino di Johnson & Johnson, che dovrebbe essere autorizzato a breve negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, ha fatto riscontrare in media un’efficacia del 66 per cento nel prevenire le forme moderate e gravi di COVID-19, ma con marcate differenze a seconda dell’area geografica in cui sono stati condotti i test clinici. Il dato è inferiore a quello di Pfizer-BioNTech e Moderna, ma questo non significa che il vaccino sia meno utile, specialmente contro le forme gravi di COVID-19 per le quali ha fatto riscontrare un’efficacia dell’85 per cento.

Tra i paesi nei quali Johnson & Johnson ha effettuato i test clinici c’era anche il Sudafrica, dove si stava diffondendo la variante B.1.351. Il vaccino ha in questo caso fatto rilevare un’efficacia contro forme moderate e gravi di COVID-19 pari al 57 per cento, sensibilmente inferiore rispetto al 72 per cento rilevato negli Stati Uniti, dove la variante era pressoché assente nei mesi della sperimentazione.

Un altro vaccino in fase di autorizzazione, prodotto dall’azienda farmaceutica statunitense Novavax, ha fatto rilevare un’efficacia del 49 per cento nei test effettuati in Sudafrica. Il dato è distante da quello ottenuto nel Regno Unito, con un’efficacia intorno al 90 per cento. I test sono stati svolti mentre si era diffusa la “variante inglese”, che non sembra abbia influito sull’efficacia del vaccino (più in generale, per ora non ci sono elementi per ritenere che i vaccini già approvati siano meno efficaci contro questa variante).

Trasmissione
Attualmente non sappiamo se i vaccini autorizzati, e quelli in fase di autorizzazione, siano in grado di ridurre la trasmissione del coronavirus, ma i ricercatori sono cautamente ottimisti. L’ipotesi è che la vaccinazione renda meno contagiosi, almeno per un certo periodo di tempo, e quindi possa contribuire a ridurre il numero dei contagi. Le varianti potrebbero però complicare le cose.

Se i vaccini più diffusi dovessero rivelarsi meno efficaci contro una o più varianti, gli individui vaccinati che diventano infetti potrebbero trasmettere più facilmente il coronavirus. Nel caso di un’alta percentuale della popolazione vaccinata non sarebbe un grande problema, perché il livello di immunizzazione sarebbe comunque alto (anche se non sappiamo ancora con che durata), ma nel caso in cui solo una quota minoritaria fosse vaccinata ci sarebbero più individui suscettibili e a rischio di sviluppare forme gravi. Si potrebbero quindi verificare nuovi aumenti nei ricoveri, un maggiore stress per i sistemi sanitari e una quantità più alta di decessi.

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Durata
C’è poi la possibilità che vaccini meno efficaci contro specifiche varianti possano offrire una protezione contro la COVID-19 di durata inferiore alle aspettative. Per saperlo sarà necessario attendere ancora diversi mesi, osservando il mantenimento dell’immunizzazione da parte di chi ha ricevuto nelle settimane scorse il vaccino, oppure tra chi aveva partecipato ai test clinici lo scorso anno.

Il fatto che un vaccino offra una buona protezione contro i casi gravi di COVID-19 dovuti alla variante sudafricana, come sembra essere nel caso della soluzione di Johnson & Johnson, non implica che questa possa durare a lungo. Per questo alcuni ricercatori invitano a lavorare da subito ad alcune alternative, per non rischiare di ritrovarsi con vaccini meno utili e di non avere poi il tempo materiale per porvi rimedio.

Dubbi
Johnson & Johnson e Novavax hanno condotto parte della sperimentazione per i loro vaccini in condizioni diverse da quelle di Pfizer-BioNTech e Moderna, che avevano realizzato i loro test clinici prima che emergessero varianti del coronavirus definite preoccupanti o da non trascurare; di conseguenza non possiamo sapere come i loro rispettivi vaccini si comportino contro la variante B.1.351 tra la popolazione.

In attesa di capirne qualcosa di più analizzando gli effetti della vaccinazione nei prossimi mesi, alcuni ricercatori hanno organizzato test di laboratorio per vedere se gli anticorpi neutralizzanti sviluppati dagli individui vaccinati riescano a contrastare le varianti. Ricerche preliminari sul vaccino di Moderna hanno indicato una lieve riduzione nella potenza degli anticorpi contro B.1.351 e alcune sue specifiche mutazioni. Il vaccino induce però la produzione di una grande quantità di difese contro il coronavirus, tali da sembrare sufficienti per mantenere un adeguato livello di protezione.

La soluzione di Moderna è basata sull’RNA messaggero come quella di Pfizer-BioNTech, che dovrebbe quindi proteggere più o meno allo stesso modo. I ricercatori invitano comunque a non sopravvalutare i risultati di questi esperimenti.

I test di laboratorio possono essere rappresentativi solo fino a un certo punto, perché non consentono di riprodurre tutte le variabili del mondo reale. Gli esperimenti hanno riguardato solamente gli anticorpi neutralizzanti, mentre non hanno valutato altre risorse del sistema immunitario. Non si può escludere che se anche Pfizer-BioNTech e Moderna avessero effettuato i test clinici dopo la diffusione delle varianti i risultati sull’efficacia dei loro vaccini sarebbero stati diversi, soprattutto nei confronti di B.1.351.

Vaccinare, vaccinare, vaccinare
Le varianti non devono essere sottovalutate, ma occorre comunque ricordare che il livello di diffusione di quelle ritenute più preoccupanti è ancora limitato, specialmente nel caso di B.1.351. Alcuni produttori di vaccini hanno comunque annunciato di essere al lavoro per sviluppare soluzioni contro specifiche varianti, che potrebbero essere autorizzate più rapidamente se basate sui sistemi già rivisti dalle autorità di controllo.

In questa fase, comunque, è importante che sia vaccinato velocemente il maggior numero possibile di persone. Più individui saranno vaccinati, e quindi con una qualche forma di reazione immunitaria, meno persone rischieranno di sviluppare forme gravi di COVID-19 e probabilmente contribuiranno a rallentare la diffusione del coronavirus. E se il virus circola meno, si riducono i rischi di diffusione di nuove varianti più contagiose e rischiose.