Una cicala del genere Magicicada a Reston, in Virginia, il 16 maggio 2004 (Richard Ellis/Getty Images)

L’invasione delle cicale negli Stati Uniti

In primavera a miliardi emergeranno contemporaneamente dal terreno in cui hanno passato 17 anni, non si sa bene come

Una cicala del genere Magicicada a Reston, in Virginia, il 16 maggio 2004 (Richard Ellis/Getty Images)

Un giorno della prossima primavera, probabilmente a maggio, in quindici stati degli Stati Uniti miliardi di cicale emergeranno dal terreno, contemporaneamente, dopo aver passato 17 anni sotto terra. Non sono cicale come quelle che vivono intorno al mar Mediterraneo: nella classificazione scientifica degli esseri viventi rientrano nel genere Magicicada e vivono solo nell’est del Nord America. La loro più peculiare caratteristica è appunto il fatto che passino anni e anni in uno stadio giovanile (in gergo tecnico, quello di “ninfa”) prima di uscire dal terreno e vivere come adulte solo quattro, cinque o sei settimane, giusto per riprodursi.

Esistono due grandi gruppi di Magicicada: alcune specie hanno un ciclo di vita di 13 anni, le altre di 17. Non significa che le cicale negli Stati Uniti ci siano solo ogni 13 e 17 anni: ci sono diverse popolazioni di cicale, distribuite in territori diversi, i cui cicli si sovrappongono. Queste popolazioni sono chiamate “nidiate”.

Per capirsi bene: nella primavera del 2020 è emersa dal terreno la Nidiata IX, che vive nel sud-ovest della Virginia, nel sud del West Virginia e nell’ovest del North Carolina, e ha un ciclo di vita di 17 anni, dunque tornerà a farsi vedere nel 2037. Quella che apparirà questa primavera invece è la Nidiata X, che è una delle più popolose e vive in 15 stati diversi, oltre che a Washington, D.C.: Delaware, Georgia, Illinois, Indiana, Kentucky, Maryland, Michigan, North Carolina, New Jersey, New York, Ohio, Pennsylvania, Tennessee, Virginia e West Virginia. Ne fanno parte cicale di tutte e tre le specie che hanno un ciclo vitale di 17 anni: Magicicada septendecim, Magicicada cassinii e Magicicada septendecula.

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Le cicale di questa primavera, che in questo momento se ne stanno ancora sottoterra, sono nate nel 2004, anno in cui alla Casa Bianca c’era George Bush, in Italia c’era il secondo governo di Silvio Berlusconi e Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re ottenne il premio Oscar come miglior film. La Nidiata X era anche quella che circolava in New Jersey nel giugno del 1970, quando Bob Dylan ricevette la sua prima laurea ad honorem, a Princeton: quelle cicale ispirano la canzone “Day of the Locusts”, contenuta in New Morning. In questo servizio di Associated Press del 2004 si vedono le precedenti cicale della Nidiata X, genitrici di quelle che emergeranno dal terreno questa primavera e discendenti di quelle cantate da Bob Dylan:

Da ninfe le cicale sono bianche, non hanno ali e si nutrono della linfa che ottengono dalle radici degli alberi. Il giorno in cui usciranno dal terreno, in primavera, scaveranno un tunnel fino in superficie, saliranno sull’albero più vicino e lì passeranno cinque o sei giorni nell’attesa di completare il processo di muta, quello con cui assumono il loro aspetto adulto: nella fase finale del loro ciclo vitale sono nere, hanno le ali e gli occhi rossi.

Dopodiché cercano un’altra cicala, del genere opposto, con cui accoppiarsi. I maschi in particolare produrranno il caratteristico rumore per cui tutte le cicale sono note, per attrarre le femmine. Dopo l’accoppiamento le femmine deporranno le uova fecondate all’interno di ramoscelli sviluppati da poco; per farlo usano il proprio ovopositore, un organo allungato che potrebbe far pensare a certe scene di Alien. Le uova si schiudono nel giro di alcune settimane, da un mese e mezzo a due mesi e mezzo dopo: a quel punto le ninfe cadono a terra e vi si seppelliscono, per restarvi per i successivi 17 anni.

Gli entomologi hanno individuato 17 diverse nidiate di Magicicada nel tempo, ma due si sono estinte. Di quelle tuttora in attività, 12 appartengono al gruppo del ciclo vitale di 17 anni e le 3 restanti al gruppo dei 13 anni. Ci sono quindi decine di miliardi di cicale che vivono e crescono nel sottosuolo degli Stati Uniti, attaccate alle radici degli alberi.

L’invasione di cicale non avrà particolari effetti negativi per la maggior parte delle persone: non rovinano i raccolti, non pungono e non hanno interesse a entrare nelle case. L’unico fastidio che possono dare è quello causato dal loro tipico rumore e l’unico vero danno è quello ai ramoscelli appena spuntati in cui depongono le uova, che a volte muoiono per questo. È la ragione per cui sono temute nei vivai e nei frutteti, i cui gestori hanno però un’arma di difesa: possono proteggere i propri alberi chiudendo le chiome in grosse reti trasparenti da maggio a luglio. Gli entomologi invece sconsigliano l’uso di pesticidi: per essere efficaci dovrebbero essere spruzzati in grandissime quantità, tali da causare grossi danni anche ad altri animali.

L’arrivo delle cicale è comunque molto gradito dal resto della fauna selvatica. Le cicale non hanno strumenti di difesa per evitare i predatori, anzi, nella loro forma adulta sono piuttosto goffe, e per questo per tartarughe, uccelli, scoiattoli e tanti altri animali che abitano nei boschi sono un alimento molto facile da ottenere. Proprio per questo probabilmente le Magicicada si sono evolute in modo da emergere dal terreno tutte insieme in grandissimi numeri: molte vengono mangiate, ma ce ne sono così tante che quelle che riescono a riprodursi sono comunque moltissime. Le cicale che emergevano in ordine sparso, quindi con pochi esemplari per volta, sono state sterminate dai predatori e i loro geni che regolavano l’emersione in ordine sparso sono andati perduti.

C’è però ancora una cosa importante che non sappiamo sulle cicale, cioè come funzioni il meccanismo che fa sì che emergano dal terreno tutte nello stesso momento. Sicuramente c’entrano la temperatura e le condizioni meteorologiche, perché non escono mai in un giorno di pioggia. Per via di questa sensibilità al meteo peraltro gli scienziati temono che le Magicicada potrebbero essere particolarmente vulnerabili al cambiamento climatico, ma anche su questo aspetto sono necessari degli studi.

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