(Antonio Masiello/Getty Images)

Gli anticorpi monoclonali contro la COVID-19

Come funzionano e cosa fanno, ora che inizieremo a sperimentarli anche in Italia

(Antonio Masiello/Getty Images)

Mercoledì 3 febbraio la Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha dato il proprio parere favorevole all’utilizzo degli anticorpi monoclonali contro la COVID-19. Questi trattamenti, già impiegati negli Stati Uniti e in altri paesi, potrebbero contribuire a migliorare sensibilmente le terapie per i pazienti in fase precoce, ma ad alto rischio di sviluppare sintomi più gravi e complicazioni.

L’AIFA dovrebbe definire nei prossimi giorni i metodi di impiego degli anticorpi monoclonali prodotti dalle aziende farmaceutiche statunitensi Regeneron ed Eli Lilly, nell’ambito di una prima sperimentazione nel nostro paese. Delle due società e del loro lavoro si era parlato lo scorso autunno, quando l’allora presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si era ammalato di COVID-19 e aveva ricevuto diversi trattamenti, compresi quelli a base di anticorpi monoclonali.

Nuova frontiera
Gli anticorpi monoclonali non sono i classici farmaci cui siamo abituati. Come suggerisce il nome, sono anticorpi, cioè proteine che il nostro organismo produce per difendersi dalle minacce esterne come virus e batteri, o interne come le cellule tumorali. Invece di essere creati naturalmente, come avviene tramite il nostro sistema immunitario, gli anticorpi monoclonali sono sviluppati in laboratorio e sono poi prodotti in massa. Ne esistono di svariati tipi, ma sono altamente specifici e ciascuno serve a contrastare una determinata proteina che può essere causa di una malattia.

Più di 50 anni fa, alcuni ricercatori si chiesero se non fosse possibile sfruttare le difese che sviluppiamo naturalmente per produrre anticorpi all’esterno del nostro organismo, da impiegare poi per trattare malattie contro le quali i farmaci tradizionali sono poco efficaci. Da allora, la ricerca ha prodotto quasi 100 diversi anticorpi monoclonali, migliorando la vita di milioni di persone e riducendo la letalità di alcune malattie. Le tecniche di sviluppo e produzione sono migliorate sensibilmente nell’ultimo decennio, con la creazione di 50 nuove terapie in appena sei anni. Il settore è in grande crescita ed è ritenuto uno dei più promettenti in ambito farmaceutico.

Le cose da sapere sul coronavirus

Anticorpi e sistema immunitario
Gli anticorpi sono una delle principali armi di difesa prodotte dal sistema immunitario per proteggere il nostro organismo. In generale, il loro compito è di legarsi a virus, batteri e altri patogeni rendendoli innocui. Lo possono fare in diversi modi: possono bloccare direttamente alcune funzioni del patogeno, oppure dare l’allarme quando ne intercettano uno, attivando altre funzioni del sistema immunitario per distruggere la minaccia che hanno da poco identificato.

Gli anticorpi monoclonali fanno la stessa cosa: si legano a specifiche proteine dei patogeni cui sono sensibili, sbarrando loro la strada. Nel caso del coronavirus, per esempio, riconoscono la proteina che si trova sulle punte dell’involucro esterno del virus, che questo utilizza per legarsi alle membrane cellulari per iniettare all’interno delle cellule il proprio materiale genetico inducendole poi a produrne nuove copie che portano avanti l’infezione.

Fabbriche di anticorpi
La parte più complicata per i ricercatori è identificare i giusti anticorpi naturalmente presenti nel nostro organismo e riprodurli con tecniche industriali. Lo sviluppo di un anticorpo monoclonale inizia dallo studio degli anticorpi presenti nel sangue degli individui che li hanno sviluppati quando sono entrati in contatto con i patogeni alla base delle malattie che si vogliono trattare. Una volta isolato l’anticorpo specifico per una proteina dell’antigene, i ricercatori ne avviano la produzione su larga scala.

Ci sono diverse tecniche per produrre gli anticorpi monoclonali. Una delle più utilizzate coinvolge l’impiego di cellule ottenute dalle ovaie del criceto cinese. Questo sistema viene impiegato da tempo per produrre particolari proteine: si trattano le cellule producendo ibridi adatti a diventare mini-fabbriche di anticorpi, in appositi contenitori (bioreattori) nei quali il processo avviene entro un paio di settimane.

Gli anticorpi monoclonali così ottenuti vengono poi estratti dal materiale cellulare, purificati e confezionati. È un processo complesso ed estremamente costoso: a seconda del tipo di anticorpi e delle quantità prodotte, può portare a un costo di produzione tra i 95 e i 200 dollari per un singolo grammo di anticorpi. A questo si aggiungono i costi per la ricerca e lo sviluppo, per la distribuzione delle dosi e per la loro somministrazione sotto la sorveglianza dei medici.

Negli ultimi anni alcune piccole aziende e startup, per le quali i costi di produzione non sono proponibili, hanno avviato test e sperimentazioni per provare a produrre gli anticorpi monoclonali con altri sistemi. L’impiego di particolari piante, alghe e lieviti potrebbe ridurre sensibilmente i costi rispetto al metodo con le cellule ovariche, e diverse aziende farmaceutiche e di biotecnologie più grandi stanno a loro volta lavorando su questi fronti.

Anticorpi monoclonali e COVID-19
La maggior parte degli anticorpi monoclonali disponibili oggi è per malattie non trasmissibili, come varie forme di tumore, l’artrite reumatoide e altre patologie autoimmuni. I risultati più promettenti sono stati ottenuti nello sviluppo di trattamenti contro alcuni tumori, sfruttando la capacità degli anticorpi monoclonali di segnalare al sistema immunitario le cellule tumorali per fargliele distruggere. Il Trastuzumab ha per esempio avuto esiti positivi nel trattare il tumore alla mammella.

Lo sviluppo di anticorpi monoclonali contro le malattie infettive per ora ha portato a pochi trattamenti (meno dell’1 per cento sul totale di quelli disponibili), seppure con risultati incoraggianti. Un paio di anticorpi monoclonali sperimentali sono impiegati per trattare l’Ebola, mentre sono in fase di sviluppo soluzioni che potrebbero contrastare l’HIV, il virus legato all’AIDS. Nell’ultimo anno, la pandemia da coronavirus ha indotto diverse aziende e centri di ricerca a sviluppare soluzioni contro il SARS-CoV-2.

Almeno sulla carta, i trattamenti a base di anticorpi monoclonali contro il coronavirus offrono diversi vantaggi a cominciare dalla loro alta specificità, visto che vengono derivati dagli anticorpi prodotti naturalmente da chi è guarito dalla COVID-19. Una volta somministrati, i monoclonali sono da subito attivi nel sangue e possono offrire una protezione per diverse settimane. Potrebbero inoltre rivelarsi utili per proteggere gli individui a rischio che non si possono vaccinare a causa di altri motivi di salute, offrendo ai medici più risorse per trattare l’eventuale insorgenza dei sintomi della COVID-19.

Nella seconda metà del 2020, gli anticorpi monoclonali contro il coronavirus prodotti da Eli Lilly e Regeneron hanno ottenuto negli Stati Uniti un’autorizzazione di emergenza, che ne ha reso possibile l’impiego in ospedale, seppure in particolari circostanze. Alla fine dell’estate dello scorso anno, Eli Lilly aveva pubblicato una prima serie di dati preliminari sulla propria soluzione, basati su una sperimentazione che aveva coinvolto 452 individui con COVID-19 in fase iniziale. La somministrazione dell’anticorpo monoclonale Bamlanivimab aveva ridotto il rischio di ricovero del 72 per cento, rispetto a un gruppo di controllo con pazienti che avevano ricevuto una sostanza che non fa nulla (placebo).

A fine ottobre del 2020, Regeneron aveva pubblicato i dati su test clinici condotti su quasi 800 pazienti, con forme lievi di COVID-19. I medici avevano somministrato loro un mix di due tipi di anticorpi monoclonali, riducendo del 57 per cento il ricorso alle strutture ospedaliere, rispetto a un gruppo di controllo.

I risultati sono stati finora meno incoraggianti nei casi di pazienti con forme gravi di COVID-19, al punto da indurre le autorità sanitarie statunitensi a interrompere una sperimentazione con Bamlanivimab e il farmaco antivirale Remdesivir, perché non stava portando ai risultati sperati tra i partecipanti ricoverati in ospedale.

Altre ricerche condotte finora, ma con dati ancora preliminari o da approfondire, suggeriscono che gli anticorpi monoclonali potrebbero essere utilizzati nella prevenzione dell’insorgenza dei sintomi da COVID-19, nei soggetti risultati positivi al coronavirus. In un test clinico, i ricercatori hanno somministrato il Bamlanivimab a 965 volontari, tra ospiti e personale sanitario di alcune case di cura, rilevando una riduzione del rischio di ammalarsi dell’80 per cento.

Regeneron ha condotto un test simile, fornendo i propri anticorpi monoclonali a 200 individui esposti al coronavirus nelle loro abitazioni, con conviventi già infetti. I dati sono stati poi confrontati con quelli di altre 200 persone, che avevano ricevuto un placebo. Nel primo gruppo con Bamlanivimab meno persone sono risultate contagiate e, tra queste, chi si è poi ammalato ha sviluppato forme lievi di COVID-19.

Verifiche
Le terapie con anticorpi monoclonali contro le malattie infettive sono ritenute promettenti in generale, ma sarà necessario ancora del tempo prima di avere dati più chiari sulla loro efficacia. La pandemia ha comunque accelerato i tempi della ricerca e delle sperimentazioni: secondo gli esperti le autorizzazioni di emergenza per i primi anticorpi monoclonali contro la COVID-19 dovrebbero consentire di raccogliere più dati e di comprendere meglio le loro potenzialità.

In questa prima fase, la Commissione tecnico scientifica dell’AIFA ne ha comunque consigliato l’impiego in Italia solo sui pazienti in fase precoce e a rischio di sviluppare sintomi gravi. Le somministrazioni avverranno nell’ambito di una fase sperimentale all’interno degli ospedali, sia per avere dati scientifici più chiari, sia perché manca ancora un’autorizzazione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) per un uso di massa. La scorsa estate il governo aveva comunque già stanziato circa 300 milioni di euro da spendere in anticorpi monoclonali nel 2021, cifra da suddividere nella ricerca e per l’acquisto delle terapie già disponibili il cui costo è di circa 2mila euro per paziente.