La stretta di mano tra Vittorio Emanuele III e Mussolini dopo la marcia su Roma (LaPresse/Publifoto)
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  • lunedì 25 Gennaio 2021

Cosa fare con le vie intitolate a Vittorio Emanuele III

E in generale cosa fare con i luoghi legati a un passato controverso? Se ne riparla a causa di un video di Pif e di una lettera di scuse di Emanuele Filiberto di Savoia

La stretta di mano tra Vittorio Emanuele III e Mussolini dopo la marcia su Roma (LaPresse/Publifoto)

Domenica il conduttore e regista Pif, nome d’arte di Pierfrancesco Diliberto, ha pubblicato un breve video su Instagram. Nel video Pif e Michele Astori, con cui conduce il programma radiofonico “I sopravvissuti”, fanno una proposta: cambiare il nome a tutte le piazze, vie e scuole d’Italia intitolate a Vittorio Emanuele III di Savoia, che nel 1938 firmò le leggi razziali. Perché dedicare una scuola, una via o una piazza a qualcuno che ha provocato la deportazione e la sofferenza di migliaia di italiani?, si chiedono Pif e Astori nel video.

 

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La questione e il dibattito intorno non sono nuovi. Nel 2019 una proposta simile l’aveva fatta la senatrice Liliana Segre, che da bambina fu espulsa da scuola e poi deportata nel campo di concentramento di Auschwitz proprio a causa delle leggi razziali firmate da Vittorio Emanuele III. Quando nel 2019 ci fu il caso della professoressa di Palermo sospesa perché alcuni suoi studenti avevano accostato il “decreto sicurezza” – voluto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini – alle leggi razziali, Segre disse: «Della vicenda dell’insegnante di Palermo dimentichiamo una cosa importante, ovvero che quella scuola è intitolata ancora a Vittorio Emanuele III, colui che ha messo la sua firma sulle leggi razziali. Io consiglierei di cambiare nome a quella scuola».

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Vittorio Emanuele III, che fu re d’Italia tra il 1900 e il 1946, era figlio di re Umberto I e di Margherita di Savoia. Nei suoi primi anni di regno, Vittorio Emanuele III non mostrò la scarsa attitudine al comando che gli veniva attribuita dal padre. Al contrario, diede un’impronta personale alla corte, molto diversa da quella di Umberto, e si ritiene che ebbe una parte importante nel formulare la linea della politica estera italiana. Il giudizio negativo che hanno molti su Vittorio Emanuele si basa sulla seconda parte del suo regno, durante la quale avvenne l’ascesa del fascismo: quando il 28 ottobre 1922 i fascisti iniziarono la marcia verso Roma, Vittorio Emanuele si rifiutò di firmare la dichiarazione dello stato d’assedio che l’allora presidente del Consiglio Luigi Facta gli aveva sottoposto. Si è detto che la preoccupazione del sovrano fosse quella di evitare spargimenti di sangue, e che la sua intenzione fosse quella di trovare un compromesso tra la monarchia e il fascismo: perciò incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo, nonostante il suo partito avesse il 7 per cento dei seggi alla Camera.

Alberto I del Belgio, a sinistra, e Vittorio Emanuele III, a destra (Wikimedia Commons)

È noto che Vittorio Emanuele soffrisse un po’ la personalità aggressiva di Mussolini, ma non è solamente per debolezza che il re agevolò la presa del potere del fascismo. Vittorio Emanuele fece un errore simile a quello del ceto liberale che aveva governato l’Italia fino a quel momento: sottovalutò il movimento fascista. Nel corso degli anni il compromesso che aveva in mente tra fascismo e monarchia faticò a compiersi, o perlomeno non riuscì come avrebbe sperato. Come scrive lo storico Renzo De Felice, però, il regime che Mussolini stava costruendo si basava su una mediazione tra le componenti più rivoluzionarie del fascismo e quelle più tradizionaliste, che appoggiavano il regime dall’esterno. Questo equilibrio andava mantenuto, e per farlo Mussolini aveva bisogno della monarchia.

Secondo alcuni storici, l’approvazione delle leggi razziali rientrava in questo gioco di equilibrio tra monarchia e governo fascista. Alcune testimonianze riportano come Vittorio Emanuele non fosse del tutto favorevole alla discriminazione degli ebrei, ma il regime fascista in quell’anno – il 1938 – era particolarmente popolare: il re firmò la prima di quelle leggi il 5 settembre 1938. Da quel momento la vita degli ebrei italiani divenne impossibile e fu introdotta una lunghissima serie di divieti, tra cui andare a scuola, lavorare in certi ambienti, aprire nuove attività e possedere tutta una serie di beni, tra cui cavalli, fabbricati e terreni.

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Oggi ci sono ancora centinaia di odonimi – cioè nomi di vie, strade e piazze – dedicati a Vittorio Emanuele III. OpenStreetMap, un progetto che si occupa di raccogliere dati geografici e creare mappe aperte a tutti, ha tentato di raccoglierli tutti, arrivando a contarne 409. Gli odonimi sono stati verificati sulla base dei dati forniti da Comuni e Prefetture all’ISTAT. La maggior parte delle vie dedicate a Vittorio Emanuele si trova nel Mezzogiorno, mentre nel Centro-Nord ce ne sono pochissime (in Emilia-Romagna ce ne sono soltanto due): una distribuzione coerente con i risultati del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, nel quale la monarchia prese la maggioranza dei voti in molte regioni del Sud.

Il prossimo 27 gennaio sarà la Giornata della memoria, durante la quale si ricordano le vittime del genocidio nazifascista. In vista della ricorrenza, il bisnipote di Vittorio Emanuele III, Emanuele Filiberto, ha chiesto per la prima volta il perdono della comunità ebraica italiana: «Condanno le leggi razziali del 1938 di cui ancor oggi sento tutto il peso sulle mie spalle», ha scritto in una lettera in cui cita alcuni esempi di gesta dei suoi antenati – anche dello stesso Vittorio Emanuele III – a dimostrazione di quanto i Savoia fossero in realtà vicini agli ebrei. La comunità ebraica italiana ha risposto alla lettera piuttosto freddamente.

Almeno una via intitolata a Vittorio Emanuele III è stata cambiata in anni recenti, a Napoli, per volere del sindaco Luigi de Magistris. E a Roma, nel settembre del 2019, la sindaca Virginia Raggi decise di cambiare i nomi di tre vie intitolate a due scienziati che firmarono il cosiddetto “Manifesto della Razza” del 1938, il documento che fece da pezza d’appoggio pseudoscientifica alle leggi razziali.

L’intitolazione di strade, piazze e monumenti è uno strumento che le istituzioni pubbliche da secoli utilizzano per fare quello che viene comunemente definito “uso pubblico della storia”, cioè usare alcuni fatti storici in funzione di un racconto pedagogico o per mettere in buona luce le istituzioni pubbliche stesse. Non è un caso che in Italia ci siano così tante vie e piazze intitolate a Cavour, Mazzini e Garibaldi. Col tempo, però, le sensibilità collettive cambiano e con loro le istituzioni pubbliche, perciò capita che strade, vie o monumenti non corrispondano più alle idee dominanti in una società, portando a discussioni e fratture talvolta violente: negli Stati Uniti, per esempio, la morte di George Floyd a giugno dello scorso anno ha fatto riemergere con violenza l’eredità mai risolta dello schiavismo e del colonialismo, con il conseguente abbattimento delle statue dedicate a Cristoforo Colombo e ad altri personaggi le cui storie sono legate alla storia del colonialismo.

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In Italia qualcosa di simile è avvenuto con la statua di Indro Montanelli a Milano, imbrattata da attivisti e attiviste per due volte tra il 2019 e il 2020. Il loro intento era quello di farla rimuovere e contestare un episodio della sua vita avvenuto quando, da soldato convintamente fascista, comprò una ragazzina eritrea di 12 anni per avere rapporti sessuali con lei. Erano gli anni Trenta.

Quello sulle statue e sugli odonimi è un dibattito che in realtà è parte di un altro discorso più ampio e complesso, che riguarda in generale i “luoghi della memoria”, per usare le parole dello storico Mario Isnenghi. Il fatto che in Italia ci siano ancora tante strade intitolate a un sovrano controverso come Vittorio Emanuele III, per non parlare dei segni e dei monumenti fascisti ancora oggi lasciati intatti in molte città italiane, è una conseguenza del fatto che parti importanti della nostra storia non sono state elaborate collettivamente, ma sono state semplicemente rimosse: per certi versi è così con il fascismo, e lo è ancora di più con il passato coloniale. Lo storico Isnenghi, intervistato dalla rivista Una città proprio su questi temi, ha detto:

Nelle nostre città, che lo sappiamo o no, ci aggiriamo continuamente fra le macerie di antiche guerriglie politiche, guerre semiologiche in cui gli ex conventi sono stati espropriati dal benemerito Napoleone e sono diventate caserme o scuole, magari intitolandosi a Giordano Bruno o a Paolo Sarpi o a Galileo Galilei, all’interno cioè di una lotta dello stato laico contro la tradizione clericale. Questo è fisiologico. Naturalmente spetta poi agli storici contribuire alla costruzione di una coscienza pubblica diffusa di questo processo dentro cui molti nostri concittadini si possono aggirare senza averne piena coscienza, così come ci aggiriamo in una nomenclatura viaria che via via perde di significato. Un mucchio di gente certamente si aggira nelle vie Battisti senza sapere chi fosse, confondendolo col cantante o peggio. Questo però non è ancora avvenuto per Mussolini, e mi pare siamo abbastanza lontani.