L'intestazione della ricetta inviata dalla regina Elisabetta a Eisenhower nel 1960 (National Archives and Records Administration)
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  • venerdì 8 Gennaio 2021

Gli hashtag della memoria

Ogni mese gli archivi delle istituzioni americane pubblicano su Twitter piccoli e insoliti documenti del passato per raccontare la storia in modo diverso

L'intestazione della ricetta inviata dalla regina Elisabetta a Eisenhower nel 1960 (National Archives and Records Administration)

All’inizio di ogni mese NARA, la National Archives and Records Administration, lancia gli “Archives Hashtag Party”, campagne social per svelare documenti poco conosciuti custoditi negli archivi americani. Lo scorso dicembre era il mese dell’hashtag #ArchivesBakeOff, dedicato alle ricette.

Uno de documenti pubblicati lo scorso 4 dicembre racconta della regina Elisabetta e di Dwight Eisenhower, generale statunitense comandante in capo delle forze alleate in Europa e poi presidente degli Stati Uniti tra il 1953 e il 1961. È un pezzo di storia minima e sconosciuta: nell’agosto del 1959 Eisenhower si innamorò delle “drop scones”, focaccine molto simili ai pancakes tipiche della Scozia, dopo averle assaggiate durante un pranzo con la regina Elisabetta II nel castello di Balmoral, residenza estiva della famiglia reale britannica. Gli piacquero talmente tanto da chiedere alla regina di inviargli la ricetta negli Stati Uniti.

Il 24 gennaio del 1960 la regina si ricordò della richiesta e spedì al presidente una dettagliata nota scritta a mano che iniziava così: «Caro presidente, vedere una tua foto sul giornale di oggi, in piedi davanti a un barbecue mentre stavi grigliando una quaglia, mi ha ricordato che non ti avevo mai inviato la ricetta delle drop scones che ti avevo promesso a Balmoral. Ora mi affretto a farlo, e spero che apprezzi».

Gli “Archives Hashtag Party” sono partiti nell’agosto del 2017 senza troppa convinzione. Doveva essere una semplice campagna social della durata di sei mesi, invece è diventato un appuntamento mensile imperdibile per gli appassionati di storia, non solo americana. In tre anni sono stati pubblicati 120mila tweet da oltre 70mila utenti. Caity Weaver, giornalista del New York Times, ha dedicato un lungo articolo a questa iniziativa.

Lo scorso dicembre gli archivisti si sono sbizzarriti. La Phillips Library del Peabody Essex Museum ha twittato una ricetta del 1832 per cucinare lo stufato di piccione. “Niels Bohr Library & Archives” dell’istituto americano di fisica, invece, ha pubblicato una fotografia del fisico Tsung-Dao Lee impegnato a tagliare una torta decorata con la scritta “Happy Birthday” che si leggeva solo allo specchio. Il fisico cinese, poi naturalizzato americano, ha vinto il premio Nobel nel 1957 per le sue scoperte sulla violazione della parità in fisica delle particelle.

Le feste mensili degli hashtag della memoria promosse dalla NARA sono state pensate con due obiettivi: attirare l’attenzione del grande pubblico sull’enorme patrimonio dell’archivio nazionale e far aumentare questa attenzione coinvolgendo organizzazioni simili come altri archivi di musei, associazioni e biblioteche. «Spesso la gente pensa agli archivi nazionali, e si ferma alla dichiarazione d’Indipendenza e alla Costituzione», ha detto al New York Times Hilary Parkinson, che si occupa di pubbliche relazioni per la National Archives and Records Administration. «Quindi questi appuntamenti social sono una grande occasione per mostrare più documenti e più archivi, e andare oltre i grandi anniversari».

Agli archivisti di archivi statali, associazioni, musei e biblioteche viene comunicato l’argomento con qualche settimana di anticipo, così possono andare a rovistare tra gli scaffali per trovare un documento possibilmente inedito. Jeannie Chen, responsabile dell’engagement digitale della NARA, fa parte della squadra di quattro persone che ha il compito di scegliere il tema a inviare l’hashtag ai 300 istituti che hanno chiesto di essere costantemente aggiornati per partecipare. Chen ha spiegato che lei e i suoi colleghi devono impegnarsi molto per cercare di rendere il tema più ampio e inclusivo possibile e in questo modo consentire a tutti gli archivi, anche quelli più particolari, di avere materiale da pubblicare. «È una di quelle cose che sembrano molto facili, in realtà comportano un sacco di lavoro», ha spiegato Chen.

Grazie ai tweet, molte persone scoprono i siti internet degli archivi e quindi tutto l’immenso patrimonio che custodiscono. Ma siccome la componente essenziale è la storia, spesso i contenuti dei post sono un’occasione per riflettere sul passato, e non solo su temi divertenti. Quando nel 2019 è stato diffuso l’hashtag #ArchivesPoolParty, ad esempio, molti archivi hanno deciso di pubblicare fotografie che mostravano piscine e spiagge separate per i neri a causa della segregazione razziale. La Durham County Library invece ha pubblicato un volantino dei boy scout risalente agli anni Cinquanta in cui si parlava del rischio di annegare. Nel volantino, il ragazzo che rischiava di annegare era nero.

L’entusiasmo che ogni mese traspare dal lancio degli hashtag della memoria è significativo soprattutto se si considera che secondo i sondaggi svolti tra i lavoratori della pubblica amministrazione americana il posto da archivista è ritenuto tra i peggiori che si possano trovare nel governo federale. «Gran parte del lavoro che si svolge dietro le quinte dell’archivio è duro, in strutture spesso senza finestre e senza comfort», ha detto nel 2015 David Ferriero, l’archivista degli Stati Uniti, cioè il capo responsabile della National Archives and Records Administration.

Ferriero ha spiegato che negli ultimi tre decenni i dipendenti si sono sentiti per troppi anni «sottovalutati e oberati di lavoro». Ma da un’analisi del 2019 è emerso che il 91% dei dipendenti dell’archivio nazionale è d’accordo con questa affermazione: «Il lavoro che faccio è importante».