Bob Dylan durante un concerto nel 2009 a Culver City, California. (Frazer Harrison/Getty Images for AFI)

Perché tanti musicisti stanno vendendo i diritti sulle proprie canzoni

Nell'industria discografica c'è una specie di «febbre dell'oro» per accaparrarsi i cataloghi delle vecchie glorie, da Bob Dylan in giù

Bob Dylan durante un concerto nel 2009 a Culver City, California. (Frazer Harrison/Getty Images for AFI)

Negli ultimi mesi, e specialmente nelle ultime settimane, si sono accumulate le notizie riguardo alle vendite multimilionarie dei cataloghi musicali di diversi grandi cantanti e musicisti della seconda metà del Novecento, a partire da Bob Dylan, che ha ceduto il suo alla Universal in quello che è stato considerato il più grande affare di questo tipo della storia, stimato tra i 300 e i 400 milioni di dollari. Dylan non è solo: recentemente hanno fatto la stessa cosa la cantante dei Fleetwood Mac Stevie Nicks, i Blondie, i Killers, gli Imagine Dragons, Barry Manilow, Chrissie Hynde dei Pretenders e Dave Stewart degli Eurythmics (già l’anno scorso). La cantante country Dolly Parton e David Crosby hanno detto di volerlo fare a breve.

Le ragioni dietro a questo sommovimento nell’industria musicale sono diverse, e riguardano sia le condizioni economiche favorevoli a operazioni di questo tipo, sia la direzione che ha preso ormai da anni il settore discografico, sia la pandemia da coronavirus. In queste settimane, la stampa di settore sta producendo vari report in cui vengono illustrati entusiasticamente i vantaggi di una vendita del proprio catalogo per gli artisti, e il Wall Street Journal ha assicurato che si tratta di un affare sia per le case discografiche sia per i musicisti. Il Guardian ha paragonato il fenomeno a una “febbre dell’oro”. Ma dietro a un’apparente opportunità economica, hanno osservato diversi esperti, c’è l’ennesimo sintomo del pessimo stato di salute dell’industria discografica, e di una diffusa sfiducia nel futuro economico della musica.

Vendere il proprio catalogo musicale significa vendere i diritti d’autore sulle proprie canzoni – tutte, come nel caso di Dylan, o soltanto una parte, come nel caso di Stevie Nicks – e quindi i proventi che ne derivano, da quelli minuscoli delle singole riproduzioni in streaming a quelli potenzialmente milionari degli utilizzi nei film e nelle serie tv, passando per le cover suonate dal vivo, le trasmissioni in radio. Possedere un catalogo significa anche poter pubblicare nuove edizioni fisiche o digitali dei dischi, o nuove raccolte. Attraverso gli enti che raccolgono i proventi nei singoli paesi – in Italia prevalentemente la SIAE – le royalties musicali hanno rappresentato per decenni la principale fonte di guadagno per gli artisti.

Ma negli ultimi vent’anni, questa percentuale si è ridotta drasticamente. L’industria musicale è da tempo in grossa crisi, dovuta principalmente al fatto che i dischi non vendono più, e che i ricavi derivanti dallo streaming sono straordinariamente più bassi. Pur variando significativamente da servizio a servizio, una singola riproduzione in streaming frutta all’artista normalmente una frazione di centesimo di dollaro: Spotify, la piattaforma più diffusa, è tra quelle che pagano meno, tra un terzo e metà di un centesimo a riproduzione. Significa che un artista solista deve accumulare alcune centinaia di migliaia di riproduzioni al mese, per arrivare a uno stipendio da salario minimo negli Stati Uniti (per una band sono molte di più, per ovvie ragioni). Su YouTube i ricavi sono ancora più bassi.

Per questo, i concerti rappresentano ormai in molti casi la principale fonte di ricavi per i musicisti, dalle band emergenti fino agli U2: e in un anno in cui la musica dal vivo praticamente non è esistita, questo ha significato – oltre che un intero settore completamente fermo, con tutti i suoi lavoratori – problemi economici perfino per artisti famosi. Con l’inizio delle vaccinazioni, la speranza di molti è che i concerti possano ricominciare a partire dalla seconda metà del 2021, ma non si sa ancora quanto ci vorrà per ritornare davvero a regime. Per molti artisti, quindi, vendere i diritti sulle proprie canzoni non è stata soltanto un’opportunità, ma una necessità.

Commentando la vendita del catalogo di Bob Dylan, David Crosby, uno dei più celebri artisti rock degli anni Sessanta e Settanta, ha detto che farà come lui perché «non posso lavorare, e lo streaming mi ha rubato i soldi dei miei dischi. Ho una famiglia e un mutuo, e devo occuparmene perciò è la mia unica opzione. Penso che anche gli altri siano nella stessa situazione».

Ma ci sono diversi altri fattori. L’attuale economia globale è segnata da bassi tassi di interesse e bassa inflazione, fenomeni ulteriormente accentuati dalla crisi seguita alla pandemia: questo, tra le moltissime conseguenze, sta spingendo le etichette discografiche a investire più soldi per acquisire i cataloghi, perché attratte da fonti di ricavo che prevedono rimarranno costanti nel tempo, creando di fatto delle aste che avvantaggiano gli artisti. O meglio, che avvantaggiano certi artisti.

Bob Dylan, con le sue oltre 600 canzoni e la sua fama planetaria e cinquantennale, consolidata di recente dal Nobel per la letteratura, gioca praticamente in un campionato a sé, in compagnia di pochissimi altri: tipo i Beatles, per intenderci, il cui catalogo non è però riconducibile a un’unica persona. Ma se le cifre del suo accordo rimarranno forse ineguagliate, ci sono altre persone in una situazione simile: sono le vecchie glorie del rock e del pop mondiale, quelle con una popolarità stabile da decenni e i cui cataloghi sono visti come gli ultimi investimenti sicuri nell’industria discografica, sempre più rari.

Gli artisti le cui canzoni rendono e renderanno come quelle di Bob Dylan sono pochi, e soprattutto sono quelli lì: per questo le etichette discografiche stanno facendo a gara per accaparrarsi i loro cataloghi, il cui valore peraltro può oggi essere stimato con maggiore precisione grazie ai dati sugli streaming, più accurati e omogenei rispetto a quelli delle vendite fisiche.

Secondo il Wall Street Journal, attualmente il valore dei cataloghi di un artista si aggira tra le 10 e le 18 volte il valore delle royalties annuale, quando negli scorsi anni era rimasto tra le 8 e le 13 volte. Negli Stati Uniti, poi, le vendite del proprio catalogo sono tassate al 20%, come redditi da capitale, a differenza dei ricavi sulle royalties che sono tassati al 37%. Il prossimo presidente degli Stati Uniti Joe Biden, però, vuole equiparare le due tassazioni per chi guadagna più di 1 milione di dollari all’anno: significa che, nel giro di qualche mese, lo stesso artista potrebbe ottenere decine di milioni in meno per il proprio catalogo. Chi già stava pensando di vendere, quindi, è incentivato a farlo ora.

E tra i motivi per cui questo desiderio di cedere il proprio catalogo sta riguardando specialmente le vecchie glorie della musica, ha spiegato il sito Market Watch, c’è anche l’esempio dato da altri artisti che sono morti senza occuparsi direttamente della questione, e senza lasciare istruzioni nel testamento, come Prince, James Brown, Aretha Franklin o Tom Petty. Col risultato che le loro eredità sono state contese in tribunale. È più o meno quello che ha detto Dolly Parton, che ha fatto sapere che sta pensando di vendere il suo catalogo «per ragioni di affari, di pianificazione patrimoniale, e per questioni familiari». Aggiungendo che pensa di poterci fare un sacco di soldi.

Dolly Parton in concerto nel 2014 ad Auckland, Nuova Zelanda. (Sandra Mu/Getty Images)

Ma secondo Ted Gioia, critico di jazz ed esperto dell’industria discografica, nonostante quello dei cataloghi delle vecchie glorie della musica sia ancora un mercato relativamente vantaggioso nel settore della musica, si sta rimpicciolendo, per via «del drammatico calo della spesa dei consumatori nella musica che ascoltano». C’è un picco momentaneo nei ricavi sull’utilizzo delle canzoni nel cinema e nella televisione, dice, ma comunque non siamo ai livelli di quanto fruttava un disco di platino. Una certificazione che, per capirci, in Italia fino agli anni Ottanta veniva assegnata ai dischi che vendevano almeno 250mila copie; oggi ne bastano 50mila, tra fisiche e digitali, con un conteggio che da alcuni anni equipara 1.30o streaming al download di un disco.

Secondo Gioia, «gli artisti lo capiscono, e sono ansiosi di vendere: stanno cercando di scappare dall’uscita di sicurezza prima che l’edificio crolli». Il problema è che sono in realtà poche le società che stanno portando avanti questi investimenti milionari sui cataloghi, e quando smetteranno la quantità di capitali nella musica sarà preoccupantemente bassa. Una di queste è Hipgnosis Songs Fund, una società britannica con sede nel paradiso fiscale di Guersney, co-fondata nel 2018 dal celebre chitarrista Nile Rodgers, che soltanto tra marzo e settembre del 2020 ha speso 670 milioni di dollari per i diritti su circa 44mila canzoni.

L’analisi di Gioia si conclude con una previsione particolarmente pessimista – quasi catastrofica – e assai diversa da molti toni entusiasti con cui è stato descritto questo momento di corsa all’acquisizione dei cataloghi sulla stampa di settore. «In questo scenario» dice, «gli unici affari saranno leverage buyout [cioè acquisizioni che sfruttano un indebitamento della società rilevata per finanziarsi] di società discografiche in crisi, come sta succedendo nel settore dei giornali». Secondo Gioia, questa fase comincerà tra cinque anni. E non è un caso, continua, se Spotify sta facendo sempre più investimenti in settori diversi dalla musica, come i podcast e gli audiolibri. «La beffa è che le stesse società che ora si rifiutano di investire nella musica sono quelle che ne hanno distrutto la sostenibilità economica».