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  • mercoledì 23 Dicembre 2020

Il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990, sarà beatificato dalla Chiesa

Il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990, sarà beatificato dal Vaticano. Il 21 dicembre Papa Francesco, ricevendo in udienza il cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la stessa congregazione a promulgare i decreti relativi alla beatificazione di Livatino, oltre a quelli di sette Venerabili Servi di Dio, titolo che la Chiesa cattolica assegna dopo la morte a persone che ritiene si siano distinte per «santità di vita».

Rosario Livatino, ricordato spesso come “il giudice ragazzino”, aveva 37 anni quando venne ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990 mentre andava al tribunale di Agrigento con l’automobile personale e senza scorta.

Era nato il 3 ottobre 1952 e dal 1989 si era occupato soprattutto delle misure di prevenzione, cioè di provvedimenti di restrizione della libertà o di confisca di beni effettuati per contrastare la criminalità organizzata. Livatino era noto per essere un magistrato con un forte spirito religioso. Nel discorso di condanna della mafia tenuto da papa Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993, venne definito “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

Papa Francesco, il 29 novembre del 2019, aveva definito Livatino «un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro e per l’attualità delle sue riflessioni».

Perché sia avviato il processo di beatificazione, in tempo moderni e soprattutto quando si parla di laici, la procedura canonica della Chiesa prevede che venga dimostrato che abbiano compiuto miracoli, provati tramite apposite istruttorie. Ciò a meno che, caso molto raro negli ultimi secoli soprattutto in Europa, non siano considerati martiri che “hanno versato il loro sangue per la fede” (cioè «uccisi in odium fidei»).

Nei decreti relativi alla beatificazione di Rosario Livatino si legge che il giudice era ritenuto dai persecutori «inavvicinabile, irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali, emerge che l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei. Inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il Magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento». Essendo stato ucciso in odium fidei la morte di Livatino è considerata dalla Chiesa come un martirio

(Dall'archivio della Stampa)