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  • lunedì 21 Settembre 2020

Sono 30 anni dalla morte di Rosario Livatino

Il magistrato venne assassinato per le sue indagini contro le cosche siciliane a 37 anni, e viene ricordato come "il giudice ragazzino"

Ricorrono oggi i 30 anni dalla morte del magistrato Rosario Livatino, ricordato spesso da allora come “il giudice ragazzino”: aveva 37 anni quando venne ucciso mentre andava al tribunale di Agrigento con l’automobile personale e senza scorta.

Livatino lavorò come magistrato nel periodo detto della “mattanza mafiosa” siciliana: il suo omicidio venne commesso dalla Stidda, un’organizzazione criminale mafiosa che si era formata nella Sicilia meridionale negli anni 80, in contrapposizione a Cosa Nostra, con il fine di ribellarsi al grande potere di quest’ultima. La contrapposizione tra le due associazioni criminali si è sempre manifestata con episodi violenti, faide e guerra armata.

Rosario Livatino era nato a Canicattì il 3 ottobre 1952. Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1975, ebbe la sua prima esperienza lavorativa nel 1978 al tribunale di Caltanissetta, dove fece l’uditore giudiziario. Nel 1979 passò a lavorare al tribunale di Agrigento, dove indagò sui nessi tra organizzazioni criminali e mondo degli affari locali. Dal 1989 si occupò soprattutto delle misure di prevenzione, cioè di provvedimenti di restrizione della libertà o di confisca di beni effettuati per contrastare la criminalità organizzata. 

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Il lavoro di Livatino fu attento e scrupoloso, come testimonia il giudizio che su di lui diede l’allora procuratore generale di Agrigento Pietro Giammanco: «Si distingue per intelligente, oculata, intensa e proficua attività, per versatilità d’ingegno, ottima cultura e retto senso giuridico. Nelle istruttorie affidategli dimostra capacità, zelo e correttezza. Rappresenta degnamente l’ufficio nelle udienze penali dando prova di possedere talento e acume».
Livatino era noto per essere un magistrato con un forte spirito religioso. Nel discorso di condanna della mafia tenuto da papa Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993, venne definito “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

L’omicidio
Il 21 settembre 1990 l’auto del magistrato venne speronata da un’automobile e da una moto lungo la statale SS640 Agrigento-Caltanissetta. Quel giorno in tribunale avrebbe dovuto decidere alcune importanti misure di prevenzione che avrebbero minato gli interessi mafiosi dei suoi assassini. Il magistrato uscì dall’auto e cercò di scappare a piedi ma venne ucciso con 4 colpi di pistola. La notizia si diffuse rapidamente, e i dettagli dell’omicidio – raccontati tra gli altri in questo articolo di “La Repubblica” del 22 settembre del 1990 – fecero grande impressione nel pubblico. 

I responsabili vennero identificati grazie a Piero Nava, agente di commercio di Bergamo, che in quel momento viaggiava sulla strada dove avvenne l’omicidio e ne fu testimone oculare. Nava – che oggi ha cambiato identità, ha un nuovo lavoro ed è sotto protezione con la sua famiglia – testimoniò esponendosi in prima persona. In un’intervista ha detto di quel giorno: «Perché ho fatto questa scelta? Semplice: io ho avuto una famiglia che mi ha insegnato che devi avere senso di responsabilità, che quando tocca a te tocca a te. La persona ammazzata era un giudice, ma se fosse stato un pastore sarebbe stato uguale». Grazie alla ricostruzione di Nava, i quattro assassini vennero identificati e uno di loro, Gaetano Puzzangaro, ha deciso di raccontare il giorno dell’omicidio in un’esclusiva di News Mediaset.

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A coniare la definizione di “giudice ragazzino” fu Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, che senza fare diretto riferimento a Livatino parlò dei giovani magistrati inesperti chiamati a lavorare su fronti antimafia a cui non avrebbe affidato “nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta”. Una considerazione che sollevò molte polemiche.
La definizione divenne il titolo del libro scritto da Nando dalla Chiesa, che racconta la vita del magistrato. Nel libro dalla Chiesa scrive: «Livatino e la sua storia sono uno specchio pubblico per un’intera società e la sua morte, più che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione».

Parlando di Livatino nel 2019 Papa Francesco ha detto che «continua ad essere un esempio, anzitutto per coloro che svolgono l’impegnativo e complicato lavoro di giudice. Lavorava in un tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo. Livatino è un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l’attualità delle sue riflessioni».

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A 30 anni dalla morte del magistrato, sono state organizzate varie iniziative per ricordarlo. Oggi a Palermo l’associazione nazionale dei magistrati e la sede territoriale di Palermo della Scuola Superiore della Magistratura hanno organizzato un seminario al quale parteciperà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Anche la Rai durante tutta la giornata di oggi parlerà dell’anniversario nei telegiornali e giornali radio e pubblicherà sulla sua piattaforma Rai Play il film Il giudice ragazzino di Alessandro Robilant e il documentario Il giudice di Canicattì (2019) di Davide Lorenzano.