(Dan Kitwood/Getty Images)

Chi c’è dietro alle truffe sui bitcoin con i personaggi famosi

Un giornale svedese ha scoperto che molti degli annunci sospetti che vedete su Facebook provengono da un'azienda americana

(Dan Kitwood/Getty Images)

Il giornale svedese Dagens Nyheter ha pubblicato domenica una lunga inchiesta in cui racconta come un’azienda americana, la Ads Inc, sia dietro a una grossa truffa online che promuove investimenti fraudolenti in bitcoin usando come testimonial, a loro insaputa, personaggi famosi di decine di paesi del mondo, compresa l’Italia. L’inchiesta è stata coordinata da Dagens Nyheter e realizzata assieme all’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), di cui in Italia fanno parte IrpiMedia e la Stampa, che oggi ha pubblicato un articolo in cui racconta la vicenda. Ulteriori articoli sono apparsi sui siti di altri partecipanti all’OCCRP.

L’inchiesta di Dagens Nyheter è cominciata dopo che il giornale svedese e l’OCCRP avevano ottenuto lo scorso aprile un database da oltre 300 gigabyte appartenente ad Ads Inc Media, società americana con sede a San Diego, che conteneva 10 mila modelli di pubblicità fraudolente già pronte per l’utilizzo, oltre che il materiale (testi, fotografie) per produrne altre. Le pubblicità erano prodotte in dieci lingue, tra cui l’italiano. Queste pubblicità sono diffuse su Facebook, su altri social e anche online su siti ad hoc, e sono il punto di partenza di una truffa piuttosto nota, che usa i personaggi famosi di vari paesi come testimonial inconsapevoli.

Di solito la truffa parte da un annuncio a pagamento sui social, quasi sempre Facebook, oppure con una ricerca sponsorizzata su Google, prosegue su siti internet creati apposta e, in alcuni casi, prevede il coinvolgimento di operatori di call center che convincono le vittime a versare denaro facendo credere loro che si tratti di un investimento finanziario.

Una delle più diffuse in Italia, come ha raccontato la Stampa, riguarda l’imprenditore Flavio Briatore e la presentatrice Barbara D’Urso. Di solito si tratta di un annuncio su Facebook in cui si legge che Briatore, durante un’intervista con Barbara D’Urso alla trasmissione Pomeriggio Cinque, avrebbe svelato un modo segreto per fare soldi facilmente e diventare milionari usando i bitcoin. L’annuncio ha quasi sempre titoli sensazionalistici, che incuriosiscono e invogliano a cliccare. Se si clicca si finisce su un sito di «news» che racconta come Briatore, durante l’intervista, avrebbe spiegato come investire in bitcoin usando sistemi automatizzati che garantiscono un rendimento certo e che consentono di diventare milionari nel giro di pochi mesi.

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Ovviamente è tutto falso. Briatore non ha mai dato interviste del genere. Ma il sito spesso imita la grafica di siti di news noti e rispettati e utilizza foto, post sui social e altro materiale dei personaggi famosi citati — senza autorizzazione. In altri casi invece i siti sono molto raffazzonati, e i testi sono tradotti malamente. I presunti sistemi per diventare ricchi usando i bitcoin hanno nomi come «Bitcoin Revolution» o «Bitcoin Circuit». Spesso gli stessi nomi sono usati per i siti fraudolenti.

Se si cade nell’inganno e si clicca per approfondire, infatti, si finisce su siti graficamente ben fatti che invitano a cominciare a guadagnare facendo un primo investimento iniziale, che si solito è di 225 euro. In alcuni casi la truffa finisce lì, e la vittima ha perso soltanto i 225 euro. In altri prosegue, e la vittima viene contattata per telefono da un presunto personal trader che consiglia di fare versamenti sempre più grandi e sempre più urgenti, per evitare di perdere gli investimenti già fatti. In alcuni casi, ha scritto Dagens Nyheter, la piattaforma online era perfino registrata legalmente, in paesi con regolamentazioni finanziarie lasche come Cipro. Sia Dagens Nyheter sia la Stampa hanno citato casi di persone che hanno perso decine di migliaia di euro con queste truffe.

In generale, questo tipo di truffa è noto da molto tempo e ha coinvolto a loro insaputa moltissimi personaggi famosi. In Italia, oltre a Briatore e alla D’Urso, altre truffe riguardano per esempio il cantante Jovanotti, il segretario della Lega Matteo Salvini e l’influencer Gianluca Vacchi — tutti inconsapevoli. Wired Italia aveva raccolto numerosi esempi già più di un anno fa. In Italia, come scrive la Stampa, Mediaset ha presentato anche una denuncia al tribunale di Milano, per «lo sfruttamento indebito dei propri programmi» e per la «tutela dei personaggi sotto contratto». La procura però ha chiesto l’archiviazione. La novità introdotta da Dagens Nyheter è che queste pubblicità fraudolente arrivano dall’azienda americana Ads Inc — anche se è certo, come spiega il giornale svedese citando dati delle autorità locali, che moltissime altre aziende operino nel settore. Non è chiaro, inoltre, quanta parte delle truffe con personaggi famosi italiani sia riconducibile ad Ads Inc.

Il coinvolgimento di Ads Inc è notevole perché l’azienda di San Diego era già stata al centro, l’anno scorso, di un’inchiesta del sito Buzzfeed a proposito di una «gigantesca truffa su Facebook». L’inchiesta di Buzzfeed in parte si sovrappone a quella di Dagens Nyheter e in parte racconta ulteriori comportamenti illegali, che precedono le truffe con i bitcoin. Secondo Buzzfeed, tra il 2015 e il 2019 Ads Inc ha guadagnato milioni di dollari perfezionando l’utilizzo di una nota truffa online che si chiama «subscription trap», trappola dell’abbonamento. La truffa è simile a quella dei bitcoin e parte da una pubblicità scandalistica e accattivante su Facebook che riguarda un personaggio famoso e che porta a un sito internet fasullo. Anziché vendere sistemi di trading, però, questi annunci proponevano di provare un campione omaggio di un qualche prodotto (una crema, un integratore) consigliato dall’inconsapevole celebrity. La vittima inseriva i dati della sua carta di credito per consentire l’invio del campione e si trovava iscritta a un servizio di abbonamento che periodicamente ritirava dal conto migliaia di dollari e dal quale era difficilissimo disiscriversi.

Buzzfeed spiega che gran parte del successo di Ads Inc nell’organizzare queste truffe online proveniva dalla creatività di Asher Burke, il fondatore dell’azienda, capace di trovare sempre nuovi metodi per rendere verosimili le pubblicità fasulle ed eludere i controlli, sia di Facebook sia delle autorità. Una delle tecniche usate si chiama «cloaking», un sistema per fare in modo che, cliccando sulle pubblicità su Facebook, il link portasse alcuni utenti (le potenziali vittime) alla pagina con la truffa, e altri (i dipendenti di Facebook che dovevano controllare le pubblicità, per esempio) a un’altra pagina senza contenuti illeciti.

Inoltre, Burke reclutava e pagava utenti comuni di Facebook e altri social per farsi dare le credenziali del loro account e diffondere le pubblicità fraudolente di Ads Inc attraverso di loro. In questo modo, rendeva molto difficile per Facebook rintracciare e cancellare le pubblicità, perché provenivano da moltissime fonti non sospette. Per reclutare gli utenti, inoltre, Burke usava degli intermediari, trovati anche loro su Facebook. Nel maggio del 2018, Ads Inc controllava 1.000 account Facebook e 500 account Google di normali utenti. Ciascun account «affittato» era collegato a una pagina Facebook gestita da remoto da un lavoratore a contratto assoldato da Ads Inc all’estero (Buzzfeed parla delle Filippine) con uno stipendio molto basso. La pagina cominciava a pubblicare contenuti innocui, poi a comprare pubblicità anch’esse innocue per accumulare utenti e rating, e infine a diffondere la pubblicità fraudolenta.

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Burke intendeva ampliare ulteriormente il proprio business, ma è morto nel marzo del 2019 in un incidente d’elicottero in Kenya. L’attività di Ads Inc è proseguita ma, dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Buzzfeed, Facebook ha interrotto tutti i rapporti con l’azienda, minacciando azioni legali. Secondo Buzzfeed, Ads Inc avrebbe chiuso a breve, o almeno così dicevano i dirigenti dell’azienda. Evidentemente, però, la chiusura non c’è mai stata, e anzi Ads Inc ha introdotto un nuovo business illecito, quello delle truffe con i bitcoin, come poi è stato raccontato in questi giorni da Dagens Nyheter e dagli altri.

Le inchieste di Buzzfeed (ottobre 2019) e Dagens Nyheter (novembre 2020) raccontano due diverse truffe online messe in atto su larga scala dalla stessa azienda, Ads Inc. Le aziende che operano nel settore però sono tantissime, e online circolano altre pubblicità con personaggi famosi che non sono contenute nel database di Ads Inc. In questi giorni altri membri del consorzio OCCRP, come per esempio il Guardian e Le Monde, nei loro articoli si sono concentrati su altre diramazioni dello stesso business illecito: il Guardian, per esempio, ha trovato collegamenti con aziende britanniche. Inoltre, a marzo di quest’anno i membri del consorzio avevano pubblicato altre inchieste su un’ulteriore truffa internazionale messa in atto dalla compagnia ucraina Milton Group, con alcune caratteristiche simili. Qui si può leggere l’inchiesta della Stampa, che ha fatto parte del team d’indagine italiano assieme a IrpiMedia.

Da tutte queste truffe Facebook e Google (ma non solo) hanno guadagnato molto: ogni volta che si parla di «inserire pubblicità su Facebook», si parla di pubblicità a pagamento. Ovviamente, sia Facebook sia Google hanno regole molto severe contro chi pubblica annunci fraudolenti ma, come abbiamo visto, le varie aziende coinvolte hanno trovato espedienti molto astuti e quasi sempre efficaci per sfuggire ai controlli. Questo significa che, alla fine, Facebook e Google vengono pagati «loro malgrado» per pubblicare pubblicità fraudolenta. Secondo Buzzfeed, Ads Inc avrebbe pagato 50 milioni di dollari in pubblicità soltanto Facebook tra il 2016 e la metà del 2019. Rappresentanti sia di Facebook sia di Google, sentiti da Dagens Nyheter, hanno detto che le piattaforme cancellano tutti gli anni milioni di annunci illeciti, e che lavorano per migliorare i loro sistemi.