Un momento del flashmob di denuncia sulla violenza contro le donne di 'Non una di meno' con le partecipanti che tenevano in mano cartelli con le scritte 'Scusate il disagio: ci stanno molestando' o 'Scusate il disagio: ci stanno licenziando' e ancora 'Scusate il disagio: ci stanno stuprando', Milano, 8 febbraio 2020. Ansa/Matteo Corner
  • Italia
  • mercoledì 25 Novembre 2020

Il problema con i finanziamenti dei Centri antiviolenza

Anche quando le risorse ci sono, farle arrivare rapidamente e nei posti giusti è spesso molto complicato

Un momento del flashmob di denuncia sulla violenza contro le donne di 'Non una di meno' con le partecipanti che tenevano in mano cartelli con le scritte 'Scusate il disagio: ci stanno molestando' o 'Scusate il disagio: ci stanno licenziando' e ancora 'Scusate il disagio: ci stanno stuprando', Milano, 8 febbraio 2020. Ansa/Matteo Corner

In Italia, il sistema di sostegno e accoglienza delle donne che subiscono abusi si regge sul lavoro dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio, strutture la cui esistenza è prevista dalla legge ma che lo stato non è mai riuscito a finanziare e organizzare in modo adeguato. Come dicono da anni i movimenti femministi e le associazioni di donne, i Centri antiviolenza e le Case rifugio sono finanziati con meccanismi che non sono chiari, efficaci, omogenei e, soprattutto, sufficienti. La loro presenza nelle diverse regioni, inoltre, è molto poco omogenea e negli ultimi anni – con un maggiore interesse per il problema della violenza verso le donne – sono aumentati anche i tentativi di ricorrere ai fondi da parte di associazioni che si occupano principalmente di altri problemi.

Di cosa parliamo
L’Intesa Stato, Regioni e Province Autonome firmata in Italia nel 2014 stabilisce che i Centri antiviolenza sono «strutture in cui sono accolte a titolo gratuito le donne di tutte le età – e i loro figli minorenni – vittime di violenza, indipendentemente dal luogo di residenza». I Centri antiviolenza costituiscono quindi il fulcro della rete territoriale della presa in carico della vittima di violenza. Analogamente, le Case Rifugio sono «strutture dedicate, a indirizzo segreto, che forniscono alloggio sicuro alle donne che subiscono violenza e ai loro bambini a titolo gratuito e indipendentemente dal luogo di residenza, con l’obiettivo di proteggere le donne e i loro figli e di salvaguardarne l’incolumità fisica e psichica».

Dal 2018 l’ISTAT conduce annualmente le rilevazioni sulle prestazioni e i servizi offerti dai Centri antiviolenza e dalle Case rifugio, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari opportunità. L’ultima indagine è stata fatta nel 2019 e si riferisce all’attività svolta nell’anno precedente.

Al 31 dicembre 2018 sono 302 i Centri antiviolenza (CAV) segnalati dalle regioni (che hanno aderito all’Intesa Stato-Regioni del 2014), pari a 0,05 centri per 10mila abitanti, mentre – se si rapporta l’offerta dei centri alle vittime stimate che hanno subito violenza fisica o sessuale negli ultimi 5 anni – dovrebbero essere 1,1 per 10mila abitanti.

Nel 2017 si sono rivolte ai Centri antiviolenza 49.394 donne con un aumento del 13,6 per cento rispetto al 2016. Il 63 per cento delle donne che hanno iniziato il percorso di allontanamento dalla violenza ha figli, minorenni nel 67,7 per cento dei casi. Le donne straniere costituiscono il 28 per cento.

Le modalità per entrare in contatto con i centri sono di vario tipo: il 95,3 per cento dei Centri mette a disposizione il numero telefonico 1522, che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking, il 68,5 per cento dei Centri garantisce una reperibilità 24 ore su 24. I singoli Centri sono aperti mediamente 5 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno.

I servizi offerti dai Centri antiviolenza sono molteplici. I più frequenti sono quelli di ascolto e accoglienza, di orientamento e accompagnamento ad altri servizi della rete territoriale, supporto legale, supporto e consulenza psicologica, sostegno all’autonomia, percorso di allontanamento e orientamento lavorativo. Tra i servizi previsti dall’Intesa del 2014 sono meno erogati il servizio di supporto alloggiativo e quello di supporto ai minori. Tra i servizi non previsti dall’Intesa sono meno frequenti quelli di sostegno alla genitorialità, di pronto intervento e di mediazione linguistica.

I problemi
Dai dati risulta che i centri antiviolenza sono troppo pochi, con interi territori scoperti soprattutto al Sud e nelle Isole; la percentuale del lavoro volontario supera la metà del lavoro delle operatrici dentro ai centri; a fronte dell’alta percentuale di donne di origine straniera accolte nei centri è ancora troppo scarso il coinvolgimento delle mediatrici culturali, che diventano imprescindibili nel supporto a donne richiedenti asilo e rifugiate.

Risulta anche che, come spiegato nell’ultima relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, solo la metà dei centri gestita da organizzazioni private no profit sia specializzata esclusivamente in violenza contro le donne: «Tra questi, vi sono in particolare i centri antiviolenza storici, gestiti da associazioni legate al movimento delle donne, per le quali l’approccio femminista e di genere nella risposta alla violenza è fondativo: è proprio questa tipologia di associazioni che, nel corso del tempo, ha messo a punto la “metodologia dell’accoglienza basata sulla relazione tra donne”», assunta come requisito cardine anche delle leggi approvate sul tema in Italia e dell’Intesa Stato-regioni del 2014.

La rilevazione ISTAT, poi, si sovrappone a quella realizzata autonomamente da D.i.Re, che riunisce più di 100 centri antiviolenza indipendenti che soddisfano i requisiti richiesti dalla Convenzione di Istanbul, il testo più avanzato e il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica. La Convenzione è stata adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011, sottoscritta dall’Italia nel 2013, ma in larga parte ad oggi ancora inapplicata.

«Ancora una volta la fotografia del sistema antiviolenza italiano che emerge dalla Rilevazione ISTAT sui centri antiviolenza diffusa oggi fallisce l’obiettivo di distinguere tra centri antiviolenza che rispettano i criteri della Convenzione di Istanbul, fornendo un’accoglienza completa che accompagna la donna fino alla riconquista della propria autonomia, e centri che invece forniscono solo alcune prestazioni, di fatto lasciando le donne sole soprattutto nella fase di avvio della loro nuova vita», ha detto Antonella Veltri, presidente di D.i.Re. «I centri D.i.Re, oltre a fornire il percorso completo, agiscono sulla formazione e dunque sulla prevenzione» aggiunge Veltri, «e quindi sono agenti a 360 gradi del cambiamento strutturale e culturale necessario per vincere la violenza maschile sulle donne».

L’altro grande problema dei Centri antiviolenza in Italia ha a che fare con le risorse, che sono assolutamente al di sotto del fabbisogno, e che vengono erogate con meccanismi molto lenti, non omogenei, poco trasparenti e molto difficoltosi.

I finanziamenti
I centri antiviolenza che rispondono ai requisiti dell’Intesa sono prioritariamente finanziati da fondi pubblici. Martedì 24 novembre si è tenuto un incontro sui centri antiviolenza organizzato dalla Commissione d’inchiesta sul femminicidio. Erano presenti la senatrice Valeria Valente e sono intervenuti, in videoconferenza, il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, e diverse rappresentanti delle associazioni o dei movimenti che storicamente in Italia gestiscono i centri antiviolenza.

Durante l’incontro Valente ha spiegato che «noi non siamo ancora in grado di sostenere i centri antiviolenza, per difficoltà normative, amministrative, burocratiche». Solo il 72 per cento dei fondi stanziati nel 2015 e nel 2016 è arrivato ai centri antiviolenza; solo il 67 per cento di quelli stanziati nel 2017, e solo il 10 per cento di quelli previsti per il 2019, e siamo alla fine del 2020. Eppure i finanziamenti, negli anni, sono aumentati: vengono destinate più risorse, ma non arrivano in tempi utili.

Simona, della Casa delle donne Lucha y Siesta di Roma e attivista del movimento femminista Non Una di Meno, ci ha spiegato che «sulle erogazioni, c’è una diversità enorme tra regioni. In alcune i fondi sono arrivati e sono stati distribuiti, in altre regioni i fondi sono arrivati, ma non sono stati ancora erogati. La filiera governo, regioni, comuni, centri è sempre troppo lunga, e questo non ha a che fare solo con un problema di efficienza, ma anche di consapevolezza: c’è una questione amministrativa-burocratica e c’è una questione politica rispetto alle priorità che ci si dà: si spendono quei soldi per altro e poi li si deve recuperare, ma a volte non lo si fa».

Antonella Veltri, della rete Di.Re, durante l’incontro di ieri ha chiesto a Conte perché le risorse del Piano nazionale antiviolenza del 2019 siano state trasferite alle regioni, dirottandone una parte sull’emergenza Covid, sottraendo dunque una parte dei fondi alle “attività collaterali” previste dal Piano, a cominciare dalla formazione e dal reinserimento lavorativo. Ha chiesto perché i fondi debbano necessariamente passare dalle regioni e se non sia possibile prevedere uno stanziamento diretto dal governo ai centri e una programmazione pluriennale dei fondi, favorendo lo snellimento dei procedimenti amministrativi e la liquidazione tempestiva dei fondi con pratiche di trasparenza e accessibilità alle informazioni.

Ha chiesto, infine, perché non sia stata ancora attuata una revisione dei criteri minimi per l’accreditamento dei centri antiviolenza definiti nell’Intesa Stato-Regioni del 2014: «Ad oggi quei criteri sono generici al punto da consentire l’accreditamento come centri antiviolenza anche a organizzazioni che non hanno la violenza contro le donne come area di intervento prioritaria e che non forniscono un supporto dall’accoglienza all’autonomia, compreso il reinserimento lavorativo, come previsto dalla Convenzione di Istanbul e come fanno i centri D.i.Re.».

Simona, di Non Una di Meno, ci ha spiegato che «in questi ultimi anni, grazie ai movimenti femministi, le risorse sono aumentate. Proprio per questo, come accadde dieci, quindici anni fa con l’immigrazione, si sono fatte avanti tantissime organizzazioni, fondazioni, cooperative neutre che si occupano di altro, ma che stanno cercando di ottenere queste risorse, che si stanno candidando a costruirsi dei curricula che serviranno poi a gestire i servizi pubblici. I centri antiviolenza stanno insomma diventando, per qualcuno, un business: ma stiamo parlando di realtà che stanno fuori dalla Convenzione di Istanbul, fuori rispetto ai percorsi di autodeterminazione e autonomia delle donne portati avanti da chi lavora e ha esperienza su questo da decenni, affrontando la questione solo in termini assistenziali, se non con la stessa visione della violenza di chi la provoca».

A gennaio 2020 il GREVIO, Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne del Consiglio d’Europa, ha pubblicato il Rapporto sull’Italia, risultato di due anni di monitoraggio sull’applicazione della Convenzione di Istanbul. Il Rapporto sottolinea gli ostacoli ai percorsi di uscita dalla violenza di ordine culturale, politico e materiale anche a causa di politiche inadeguate e insufficienti e dà all’Italia istruzioni precise per risolvere la situazione. Alcune raccomandazioni del GREVIO sono relative al sostegno pubblico ai centri antiviolenza e alle case rifugio, tema che l’emergenza COVID-19 ha evidenziato in tutta la sua importanza.

La Convenzione di Istanbul stabilisce che ai centri devono essere assicurati finanziamenti stabili e continui. Raccomanda di sostenere e rafforzare le associazioni di donne indipendenti impegnate nella prevenzione e nel contrasto alla violenza di genere e di sostenere i centri che rispettano i criteri della Convenzione. Mentre poi la Convezione stabilisce il principio irrinunciabile dell’anonimato delle donne che si rivolgono ai centri, alcune regioni italiane, tra cui la Lombardia, erogano i finanziamenti solo alle strutture che forniscono il codice fiscale delle donne, prassi che non è stata accettata da diversi centri a costo della perdita dei finanziamenti.