Come funziona un Parlamento a distanza

Da più di sei mesi il Parlamento Europeo ha spostato buona parte del suo lavoro online, con buoni risultati e qualche rinuncia

di Luca Misculin

Ormai da mesi la pandemia da coronavirus ha imposto in tutto il mondo severe restrizioni ai movimenti. Sono limitazioni che hanno inciso parecchio sulla vita di aziende, scuole e ristoranti, per citare alcuni dei settori più colpiti. Alcuni lavori, poi, sembrano impossibili da immaginare in un mondo in cui non ci si può stringere la mano e ogni assembramento di persone viene guardato con sospetto: come il mestiere del parlamentare.

I Parlamenti di tutto il mondo hanno avuto difficoltà enormi nell’adattarsi alla nuova realtà. Alcuni ci sono riusciti meglio di altri – il Parlamento italiano rientra nella seconda categoria – ma ce n’è uno in particolare che da subito ha spostato online e in remoto la maggior parte delle sue attività, con buon successo: il Parlamento Europeo.

Già il 20 marzo, all’inizio della prima ondata, l’ufficio di presidenza del Parlamento decise di cancellare la successiva seduta plenaria – cioè l’unica occasione in cui i parlamentari europei si trovano nella stessa aula, che di norma si tiene una volta al mese a Strasburgo, in Francia – e mettere al voto i provvedimenti previsti con una procedura elettronica, via internet. «La democrazia non può essere sospesa durante una crisi così drammatica», disse il presidente del Parlamento, David Sassoli, nel discorso di apertura della seduta tenuto nell’aula di Bruxelles, in Belgio: «come legislatori abbiamo i mezzi, la possibilità e il dovere di essere utili».

 

La plenaria di fine marzo si concluse con un dibattito e 11 voti totali: una cifra minuscola rispetto alle sessioni ordinarie, che prevedono decine di dibattiti e centinaia di voti. Ma col tempo le procedure si sono affinate, e oggi – al netto di un tema più generale sull’opportunità della seconda sede di Strasburgo e di una piccola polemica sui rimborsi per i parlamentari – tutti gli uffici tecnici, le commissioni e i vari organi amministrativi sono pienamente operativi. «Le nostre attività sono state ridotte ma rimangono in piedi per assicurare che il Parlamento continui a esercitare le sue funzioni legislative, di bilancio e di supervisione», spiega la responsabile dei portavoce del Parlamento, Delphine Colard.

Non era scontato che andasse tutto così liscio. Nel Parlamento Europeo, come nelle istituzioni di tutto il mondo, «la politica si fa nelle stanze, nei corridoi, nei caffè», racconta un assistente parlamentare che ha preferito restare anonimo. In sintesi, «bisogna vedersi». I punti di ritrovo delle sedi di Bruxelles e Strasburgo assomigliano ai bar che si vedono nei film di Star Wars, popolati da creature di ogni tipo: lobbisti ungheresi, parlamentari maltesi, funzionari tedeschi, giornalisti da ogni parte del mondo, oltre a un numero variabile di turisti, scolaresche, uscieri, baristi, guardie giurate. Che per diverse ore al giorno condividono le stesse aule, gli stessi bagni, la stessa mensa: una cosa impensabile, durante una pandemia.

Uno dei corridoi principali della sede di Bruxelles (Il Post)

La presenza dei parlamentari era essenziale soprattutto per le procedure di voto, che si tengono durante le due settimane di ogni mese dedicate rispettivamente alle commissioni parlamentari e alla plenaria. Il regolamento interno del Parlamento prevede che il voto di un parlamentare sia «espresso in maniera individuale e di persona». E il primo ostacolo da superare, durante le prime fasi della pandemia, è stato proprio quello di permettere che ciascun parlamentare potesse esercitare il diritto di voto mentre si trovava a centinaia di chilometri di distanza da Bruxelles o Strasburgo.

A marzo è stata introdotta una procedura d’urgenza, prorogata due volte e attualmente in vigore fino al 31 dicembre, che permette ai parlamentari di partecipare ai voti anche se non sono presenti in aula. Funziona così: ogni parlamentare entra nel suo account privato nel sistema informatico del Parlamento usando un dispositivo elettronico fornito dal Parlamento stesso oppure un token che assegna un codice da usare su un dispositivo privato. Per ogni voto il sistema genera una scheda che viene stampata, firmata, scansionata o fotografata e rimandata indietro ai funzionari del Parlamento. In questo modo viene preservata la sicurezza del voto – la password per entrare nel profilo e il token garantiscono due livelli di controllo – e la segretezza del voto. Questa procedura viene usata per i voti in plenaria, mentre per quelli in commissione c’è una più agile app che permette anche la firma in digitale.

Un altro elemento centrale della vita in Parlamento sono i dibattiti in plenaria. Per assicurare che si svolgano senza intoppi tecnici e in maniera spedita – i più delicati possono durare diverse ore, e avere decine di partecipanti – i parlamentari sono invitati a tenerli negli uffici di liaison del Parlamento Europeo sparsi nelle principali città di ogni stato membro.

«È uno sforzo tecnico e logistico importante», spiega Stephen Clark, capo del dipartimento che sovrintende gli uffici di liaison del Parlamento: «dobbiamo fare in modo che i parlamentari arrivino in tempo, siano seduti nel momento in cui devono intervenire, che tutte le connessioni siano a posto, e saltare da un ufficio all’altro mano a mano che prosegue il dibattito. È un notevole esercizio di coordinazione che richiede comunicazioni continue in varie direzioni. E ovviamente tutto deve avvenire nel rispetto delle precauzioni sanitarie». Misure come queste sono state approvate anche per evitare incidenti come quello capitato all’europarlamentare irlandese Luke Flanagan, che a giugno ha tenuto un discorso durante una riunione della commissione Agricoltura mentre era in mutande.

Non sono cambiate solo le modalità per votare e discutere, ma anche buona parte della giornata lavorativa, sia per i parlamentari e i loro assistenti sia per i funzionari. «Fra febbraio e marzo gli aggiustamenti che tutti abbiamo dovuto fare sono stati urgenti e radicali, e senza dubbio stressanti», racconta Clark: «vale per la società intera, e anche per i dipendenti del Parlamento Europeo».

Molti di loro hanno dovuto inventarsi nuove procedure, ripristinare prassi accantonate – nei primi mesi della pandemia il voto a distanza in commissione veniva espresso segnando + e – su dei fogli di carta, che poi andavano scansionati – e andare in ufficio anche durante i picchi dei contagi, dato che non tutto il lavoro di un funzionario di alto livello può essere svolto tramite un laptop. «È essenziale ricordarlo: l’ufficio di presidenza non ha mai chiuso le strutture del Parlamento», precisa Colard.

Uno degli ingressi della sede di Bruxelles (Il Post)

Anche i parlamentari e gli assistenti hanno dovuto adeguarsi. A parte un breve periodo fra giugno e settembre in cui molti di loro erano tornati in Parlamento, pur con alcune regole che impedivano gli assembramenti, all’inizio della seconda ondata la maggior parte è tornata nel proprio paese e ha ripreso a lavorare a distanza. Eppure, parlando con alcuni assistenti che hanno preferito rimanere anonimi, le differenze fra la prima e la seconda ondata sono state tangibili.

«Durante la prima ondata tutto il Parlamento era stato preso alla sprovvista e avevamo orari un po’ sballati: per esempio le riunioni di commissione al venerdì», giorno che di norma serve per fare il punto sulla settimana finita o su quella che deve arrivare, racconta un assistente. Oppure alcuni gruppi politici fissavano le riunioni fra parlamentari a un orario che non andava bene a tutti: per esempio dalle 13 alle 14, quando italiani, greci e spagnoli sono soliti pranzare, mentre gli svedesi si sono già rimessi al lavoro. Per gli assistenti è stato complesso anche collegarsi coi propri computer del Parlamento, che non possono uscire dalla struttura per ragioni di sicurezza: il programma per accedere ai file a distanza era infatti parecchio lento.

Durante la primavera, inoltre, il Parlamento diffuse una circolare per invitare gli assistenti parlamentari a rimanere a Bruxelles durante le varie fasi di lockdown, pena una decurtazione del 25 per cento dello stipendio. Non è chiaro se lo abbia fatto per conservare l’ingente indotto garantito alla città dalle istituzioni europee, oppure per ragioni più pratiche come la validità delle polizze assicurative stipulate col Parlamento.

Ancora oggi non tutto è perfetto, ma la situazione si è perlomeno stabilizzata. Le giornate lavorative si sono ridotte, le competenze sono state riorganizzate, il Parlamento ha distribuito dei tablet-laptop agli assistenti che ne hanno fatto richiesta e la macchina è tornata a funzionare con ritmi simili a quelli precedenti.

Alcuni parlamentari sottolineano esplicitamente i pregi della loro nuova vita. «Sicuramente ho più tempo per stare con la mia famiglia, e questo è indubbiamente un bene», racconta Marco Zanni, parlamentare della Lega e capo del gruppo parlamentare Identità e Democrazia: «Posso anche concentrarmi di più sullo studio e l’approfondimento e fare le cose che una vita frenetica fatta di impegni scanditi da agenda, aerei, coincidenze e incontri non sempre permettono».

Anche il rapporto con gli elettori e gli attivisti del proprio partito è cambiato, per certi versi in meglio. «L’altro giorno ho fatto una riunione con alcuni attivisti del Veneto che avevano interesse a parlare di Politica Agricola Comune», racconta Eleonora Evi, eletta col Movimento 5 Stelle: «prima sarebbe stato difficile data la lontananza, mentre oggi incontri del genere sono all’ordine del giorno».

«Purtroppo però i collegamenti da remoto hanno i loro limiti, soprattutto per chi come me svolge un lavoro fatto di relazioni», ricorda Zanni. È diventato più difficile, per esempio, portare avanti dei negoziati politici, molto più facili quando le persone si guardano in faccia. Lo hanno fatto presente anche i leader del Consiglio Europeo, che hanno raggiunto un accordo sul Recovery Fund proprio nel primo summit in presenza dopo la prima ondata. Ma le difficoltà non si limitano ai negoziati veri e propri, che comunque nei primi due anni di legislatura sono ancora abbastanza preliminari.

«Certe cose non si possono più fare: per esempio interagire con i colleghi di commissione che appartengono ad altri gruppi politici o paesi, nelle pause fra un argomento e l’altro. Magari scambi due parole e crei sinergie che in questo momento è difficile replicare», spiega Evi.

Un assembramento di giornalisti circonda Paolo Gentiloni, in visita alla sede di Bruxelles (Il Post)

Poi ci sono le difficoltà comuni a chiunque abbia dovuto attrezzarsi per lavorare da casa propria: le sedie scomode, la fatica da videochiamata, la sensazione che ci siano poche barriere fra l’orario lavorativo e il resto della giornata, «i miei due gatti che compaiono in qualche videoconferenza», segnala Evi, e così via. Alcuni di questi problemi hanno soluzioni facili – la delegazione olandese dei Socialisti ha usato i propri fondi per comprare delle sedie confortevoli ai suoi dipendenti – altri un po’ meno.

In molti oggi, fra funzionari, parlamentari, giornalisti e assistenti, ricordano con nostalgia alcune cose che difficilmente, mesi fa, avrebbero citato con affetto: i venti minuti all’aperto del tragitto casa-ufficio, i rumori del bar del Parlamento, la concitazione di un dibattito polemico nell’aula della plenaria.

Nel frattempo quei locali sono serviti ad altro e ad altri: la sede di Strasburgo durante la prima ondata è servita come centro per realizzare i test col tampone e per preparare pasti caldi per chi non poteva procurarseli. Dall’inizio della seconda ondata è stato utilizzato anche dalla Croce rossa locale. La sede di Bruxelles, invece, in primavera ha ospitato un centinaio di donne senza tetto e sopravvissute a violenza domestica che non avevano altri posti dove passare il lockdown.