Lewis Hamilton in lacrime dopo la vittoria del suo settimo titolo in Formula 1 (Tolga Bozoglu - Pool/Getty Images)
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  • domenica 15 Novembre 2020

La gran storia di Lewis Hamilton

Il pilota inglese è nella storia della Formula 1 non solo per aver vinto sette titoli mondiali come Schumacher, ma anche per come è arrivato a farlo

Lewis Hamilton in lacrime dopo la vittoria del suo settimo titolo in Formula 1 (Tolga Bozoglu - Pool/Getty Images)

Con il primo posto nel Gran Premio di Turchia di domenica, Lewis Hamilton ha vinto il suo settimo Campionato mondiale di Formula 1 eguagliando il record stabilito sedici anni fa da Michael Schumacher. Nel 2004 sembrava impensabile che in così poco tempo qualcuno potesse raggiungere i titoli vinti dal pilota tedesco con Benetton e Ferrari, considerando che il record precedente era fermo al quinto titolo vinto da Juan Manuel Fangio nel lontano 1957. Hamilton non solo ci è riuscito alla stessa età di Schumacher, 35 anni, ma nella stessa stagione ha battuto anche il suo record di Gran Premi vinti, portandolo momentaneamente a 94 in 263 gare disputate.

Lewis Hamilton taglia il traguardo del Gran Premio di Turchia (Tolga Bozoglu – Pool/Getty Images)

Eguagliare Schumacher era il grande obiettivo di Hamilton, che ha trascorso l’intera carriera con scuderie motorizzate Mercedes. Tutto iniziò negli anni Novanta, quando, dopo aver vinto il suo primo campionato inglese kart a dieci anni, ebbe modo di conoscere il fondatore e presidente della McLaren, Ron Dennis. Hamilton aveva iniziato a correre anni prima semplicemente per trascorrere del tempo con il padre Anthony dopo il divorzio dalla madre. L’attività nata come passatempo divenne però qualcosa di più quando Lewis si rivelò portato per le corse di go-kart, la categoria da cui solitamente iniziano le carriere dei piloti professionisti.

Gli Hamilton erano però una modesta famiglia inglese di origini caraibiche, rappresentanti quindi di un ceto sociale allora escluso anche dai livelli più bassi delle corse automobilistiche giovanili. Correre non era infatti come giocare a calcio o a rugby, servivano molti più soldi e tempo da dedicarci, che il padre riuscì tuttavia a mettere insieme con quattro diversi lavori, passando le notti in garage a sistemare go-kart e infine indebitandosi. Dietro questi sforzi c’era la convinzione che il figlio fosse veramente portato per le corse, come in effetti si dimostrò con il passare del tempo.

Di recente Hamilton ha ricordato tutto il percorso fatto con il padre, scrivendo: «Abbiamo iniziato con nulla, aveva quattro lavori per farmi continuare a correre e io dormivo su un divano. Sognavamo di fare qualcosa, qualcosa di completamente fuori dalla nostra portata: correre in Formula 1. Per essere una famiglia con pochi soldi sembrava una cosa da pazzi. La gente ridacchiava, ci considerava delle macchiette e abbiamo sempre tenuto la testa bassa, ma abbiamo anche portato avanti la nostra battaglia, in pista, sempre. Quelli che ci giudicavano allora, mi chiedo se ora ci guardino con rabbia, o se siano cambiati e pensino “buon per loro”».

Hamilton a Spielberg lo scorso luglio (Mark Thompson/Getty Images)

La sua carriera nelle categorie giovanili fu inesorabile, tanto che la McLaren di Ron Dennis lo mise sotto contratto a dodici anni, appena due stagioni dopo la vittoria del campionato nazionale di go-kart. Con il sostegno di una delle scuderie più vincenti nella storia della Formula 1, venne meno anche il divario tecnico fra gli Hamilton, non più aggrappati a mezzi sgangherati se non insufficienti, e i concorrenti in pista, di norma sostenuti da famiglie benestanti in grado di fornire ogni tipo di sostegno. I titoli mondiali si susseguirono di categoria in categoria fino all’ingresso in Formula 1 nel 2007 e alla prima vittoria del campionato, l’anno successivo, a 23 anni, con Ron Dennis come team principal.

Hamilton non è stato di certo il primo pilota di origini umili in Formula 1. In passato altri personaggi hanno rappresentato la rottura delle barriere sociali in un contesto ancora esclusivo ed elitario, come per esempio fece a suo tempo Frank Williams, che dalla brandina di un garage nel nordest dell’Inghilterra finì per creare una delle scuderie più famose di sempre. Il pilota inglese è riuscito però a diventare il migliore della sua generazione contro ogni probabilità, essendo il volto di due diverse minoranze, una economica e l’altra etnica. Abituati a vederlo come immagine per eccellenza della Formula 1, si può dare infatti per scontato che sia il primo e ancora unico pilota nero nella storia del campionato. L’unico fra i venti piloti che in questa stagione si sono presentati in griglia di partenza e l’unico fra le centinaia che hanno corso negli ultimi settant’anni.