Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman tiene in mano una copia del Chicago Daily Tribune che l'aveva dato erroneamente sconfitto alle presidenziali del 1948. (AP Photo/Byron Rollins)
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  • giovedì 12 Novembre 2020

Perché sono i media americani ad annunciare chi ha vinto le elezioni

È un aspetto delle presidenziali che ha creato un po' di confusione, anche negli Stati Uniti, ma funziona così da oltre un secolo

Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman tiene in mano una copia del Chicago Daily Tribune che l'aveva dato erroneamente sconfitto alle presidenziali del 1948. (AP Photo/Byron Rollins)

Il lento scrutinio delle elezioni presidenziali statunitensi e il ritardo nella proclamazione di Joe Biden come vincitore hanno creato un po’ di confusione – in Italia, ma anche negli stessi Stati Uniti – circa il ruolo che hanno i media del paese nell’assegnare gli stati e le elezioni al candidato che secondo le loro previsioni ha vinto, e circa il grado di ufficialità che ha questo tipo di proclamazione.

Di per sé queste assegnazioni non hanno nessun valore formale e vincolante: e Rudy Giuliani, avvocato personale di Trump, ha provato ad attaccarsi a questo aspetto mettendo in discussione la sconfitta. Ma di fatto è come se ce l’avessero: Biden ha annunciato il discorso della vittoria soltanto dopo la proclamazione di Associated PressCNNNBCABC e degli altri grandi network, arrivata quasi contemporaneamente quando in Italia era sabato pomeriggio. D’altra parte lo stesso Partito Repubblicano ieri ha festeggiato la vittoria in Alaska, assegnata dai media, così come la vittoria di Trump quattro anni fa assegnata la notte delle elezioni. E quindi qual è di preciso il ruolo dei media nelle presidenziali, e perché ce l’hanno? Non è scontato, tanto che ha ritenuto di rispiegarlo la stessa AP, dopo la confusione di questi giorni.

Alle elezioni statunitensi del 2020 hanno partecipato qualcosa come 160 milioni di elettori, distribuiti su un territorio grande oltre trenta volte l’Italia e soprattutto in 50 stati, ciascuno con le sue regole elettorali e le sue strutture amministrative e burocratiche. Non esiste, negli Stati Uniti, un organismo nazionale che ha il compito di monitorare e coordinare lo scrutinio elettorale, e di dare aggiornamenti sui risultati. È un compito che viene gestito autonomamente da ogni stato. Come stiamo vedendo, lo spoglio dei voti richiede giorni e giorni: anche perché in alcuni stati i voti possono arrivare anche dopo il giorno del voto, se sono state spediti entro il giorno del voto. E dato che l’insediamento avviene a gennaio, non ci sono particolari ragioni di fretta.

In certi casi dai risultati parziali è possibile capire chi ha vinto nel giro di qualche ora, ma in molti altri i candidati sono separati da poche decine di migliaia o addirittura poche migliaia di voti, e quindi non c’è un evidente vincitore fino alla conclusione definitiva dello scrutinio.

Se a gestire i risultati elettorali statunitensi fosse solo la macchina burocratica e “ufficiale”, il risultato elettorale non ci sarebbe per settimane: fino all’arrivo dei risultati definitivi in abbastanza stati da portare un candidato oltre i 270 grandi elettori necessari per diventare presidente. Nell’Ottocento, per esempio, funzionava così. Il giorno in cui i grandi elettori di ciascuno stato esprimono i loro voti quest’anno è il 14 dicembre, più di cinque settimane dopo le elezioni. Il Senato riceverà i loro voti entro il 23 dicembre, e la proclamazione al Congresso arriverà soltanto il 6 gennaio.

Si tratta evidentemente di troppo tempo per avere un risultato elettorale, soprattutto se riguarda uno degli incarichi più importanti del mondo. È per risolvere questo problema che, da oltre 150 anni, ci sono i media.

Il primo presidente degli Stati Uniti proclamato dai media fu Zachary Taylor nel 1848: a “chiamare l’elezione”, come si dice con un calco dall’inglese, fu Associated Press, l’agenzia di stampa storicamente più importante del paese. Senza una struttura elettorale centrale, infatti, AP e poi gli altri grandi media furono le uniche organizzazioni disposte a farsi carico di monitorare gli scrutini in tutti gli stati, aggregare i voti e calcolare chi sarebbe stato il vincitore. Dalle elezioni del 1960, quelle tra John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, ai media tradizionali si aggiunsero i network televisivi, che iniziarono ad assegnare gli stati e a tenere un conto aggiornato dei grandi elettori la sera delle elezioni, un po’ come succede ancora oggi.

Per tenere il conteggio dei voti, i network americani – non tutti, soltanto i più grandi e i più incentrati sulle news – hanno una capillare rete di reporter freelance che riceve, aggrega e comunica alla redazione centrale i risultati dai vari stati e dalle varie contee. Questi dati vengono aggiornati con i risultati disponibili online sui siti ufficiali delle amministrazioni locali, producendo quegli aggiornamenti parziali che abbiamo visto la notte delle elezioni, che indicavano l’avanzamento dello scrutinio e i voti ottenuti fino a quel momento da Donald Trump e Joe Biden.

Ma le “assegnazioni” degli stati sono ancora un’altra cosa. Per quelle, i grandi network hanno un “Decision Desk”, cioè una squadra di analisti indipendenti dalla redazione che ha il compito di decidere quando uno stato è stato vinto oltre ogni ragionevole dubbio da un candidato. Nei giorni successivi alle elezioni, i capi di alcuni importanti “Decision Desk” hanno detto che il grado di sicurezza deve superare il 99,5%. Naturalmente non è un processo manuale o improvvisato sul momento: sono coinvolti protocolli, algoritmi e software di cui si dota ciascun network, che si basano sui risultati parziali, sulla storia elettorale dei singoli stati, sui sondaggi, sull’andamento in altri territori simili e sulle statistiche sul voto anticipato (per esempio: tra gli elettori che hanno votato in anticipo, quanti erano registrati come Repubblicani e quanti come Democratici?).

Sulla base di questi calcoli, i network assegnano uno stato solo quando sono sicuri dell’esito: a volte la “chiamata” arriva subito dopo la chiusura dei seggi, nei casi degli stati solidamente di un partito e in cui non ci si aspetta nessuna sorpresa (per esempio la California per i Democratici, o il Kentucky per i Repubblicani). In altri, in cui c’è anche il minimo dubbio, si aspetta qualche decina di minuti dalla chiusura dei seggi per avere i primi risultati da alcune contee considerate rappresentative. In altri casi ancora servono diverse ore, oppure giorni: Arizona, Nevada e Georgia a oggi non sono ancora state assegnate (in tutti e tre è in vantaggio Biden).

I media americani più importanti godono di un’autorevolezza tale che è rarissimo che le loro previsioni sui singoli stati e sui vincitori delle presidenziali siano messe in dubbio: perché sono spiegate e giustificate nel dettaglio, e perché nella storia ci sono stati pochi errori. Quei pochi casi, ancora si ricordano: nel 2000, per esempio, la Florida venne assegnata al Democratico Al Gore. Poi lo scrutinio andò avanti e George W. Bush passò a sorpresa in vantaggio: a quel punto diversi network cambiarono idea e la assegnarono a lui. Alla fine, a decidere le elezioni in Florida furono notoriamente poche centinaia di voti, e una sentenza della Corte Suprema che interruppe lo scrutinio. In quel caso l’errore fu particolarmente grave, perché la Florida fu lo stato decisivo nel decretare il vincitore delle presidenziali.

La prima pagina del Chicago Tribune l’8 novembre 2000. (Tim Boyle/Newsmakers)

Un altro esempio famoso di cantonata presa dai media furono le elezioni del 1948, quando il giorno dopo il voto il Chicago Daily Tribune, quotidiano di orientamento Repubblicano, uscì con il famoso titolo “Dewey batte Truman”. Aveva invece vinto Harry Truman, ma i primi risultati arrivati in tempo per la chiusura del numero confermavano le previsioni dell’analista del giornale, Arthur Sears Henning, secondo cui Thomas Dewey avrebbe vinto con un largo margine.

Ma al di là di questi errori isolati, i media americani si sono sempre dimostrati molto bravi nelle previsioni elettorali basate sui risultati parziali (i sondaggi sono un’altra cosa, e lì c’è un discorso diverso da fare). Per questo, le argomentazioni di Trump e dei suoi avvocati secondo cui “le elezioni non le decidono i media” sono legalmente inattaccabili, ma non valgono molto: le elezioni non le decidono i media, ma le previsioni dei media su chi ha vinto le elezioni sono estremamente affidabili, e loro stessi le hanno citate e appoggiate quando gli hanno dato ragione, sia nel 2016 che nel 2020. Quest’anno, poi, i network si sono tenuti tendenzialmente più cauti e prudenti nell’assegnare gli stati, come ha dimostrato il fatto che ci siano voluti quattro giorni per “chiamare” la Pennsylvania, dove ora Biden ha oltre 50mila voti di vantaggio.

Un vincitore ufficiale delle elezioni statunitensi, quindi, di fatto non c’è ancora e ci sarà soltanto a gennaio: ma questo accade in ogni elezione, da sempre. Un risultato ufficiale invece ci sarà prima, ma comunque a metà dicembre: e anche questo accade in ogni elezione, da sempre. Gli Stati Uniti però hanno bisogno di sapere prima chi ha vinto, non solo per ragioni mediatiche e di abitudine: per la transizione tra due amministrazioni ci vogliono diverse settimane, e infatti comincia sempre nei giorni immediatamente successivi alle elezioni, ben prima dei risultati ufficiali, quando la proclamazione è stata soltanto quella dei media.