Un operatore sanitario al lavoro a Oristano (Alessandro Tocco/LaPresse)
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  • lunedì 2 Novembre 2020

In Sardegna stiamo vedendo il futuro?

Una delle regioni italiane fin qui meno coinvolte dalla pandemia ha il sistema sanitario vicino al collasso: i suoi problemi sono molti e potenzialmente comuni a diverse altre regioni

Un operatore sanitario al lavoro a Oristano (Alessandro Tocco/LaPresse)

Secondo la maggior parte degli indicatori disponibili, la Sardegna è una delle regioni italiane meno coinvolte fin qui dalla pandemia da coronavirus: da marzo a oggi ha registrato poco meno di 10mila casi e i contagiati totali sono lo 0,6 per cento della popolazione locale, al di sotto della media nazionale. Eppure da almeno due settimane i giornali locali raccontano di un sistema sanitario al limite del collasso, con difficoltà e ritardi in ogni passaggio: dall’accesso ai test ai posti letto negli ospedali, passando per la saturazione dei reparti di pronto soccorso e della gestione delle prestazioni ordinarie.

«Eravamo in una condizione privilegiata ma sono stati persi molti mesi», racconta Maria Teresa Ferretti, neuroimmunologa sarda, direttrice scientifica della ong Women’s Brain Project: «Le persone mi chiamano e mi chiedono perché siamo finiti in questa situazione: da qui percepisco abbandono e la sensazione di non capire cosa stia accadendo».

Un’ambulanza viene sanificata prima di rientrare in servizio a Oristano (Alessandro Tocco/LaPresse)

Come diverse altre regioni del centro-sud, la Sardegna era stata appena sfiorata dalla cosiddetta prima ondata: il governo nazionale aveva imposto il lockdown quando il virus era appena penetrato nell’isola, e a parte alcuni isolati focolai – soprattutto in alcune residenze per anziani – il contagio era rimasto ampiamente sotto controllo. Oggi la situazione è molto diversa, e la Sardegna si sta trovando ad affrontare quella che a tutti gli effetti non è la seconda ondata ma la prima.

«Dall’1 marzo al 30 giugno qui in ospedale avevamo avuto in tutto 165 ricoveri» per COVID-19, spiega Bruno Contu, direttore sanitario dell’Azienda ospedaliera universitaria (Aou) di Sassari, uno dei più grandi ospedali dell’isola: «negli ultimi cinquanta giorni, cioè dal 10 settembre, i pazienti che abbiamo ricoverato sono stati 257. È una marea di gente». Tenendo conto di tutti i reparti, l’Aou dispone di circa 866 posti letto.

Le cose da sapere sul coronavirus

Se osservati con la lente delle regioni più popolose e più colpite durante la prima ondata, questi numeri possono sembrare di poco conto: ma in un sistema sanitario già fragile e meno attrezzato di altri, anche numeri del genere possono innescare un effetto domino di cui è difficile tenere traccia. Quello che sta succedendo in Sardegna potrebbe ripetersi nelle prossime settimane in diverse altre regioni italiane, dove l’aumento dei casi è iniziato più tardi. Soprattutto nel centro-sud e nei posti dove la demografia e la distribuzione degli ospedali sono simili a quelle sarde.

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Contu racconta che per reperire il numero necessario di posti letto per ricoverare i pazienti arrivati in ospedale con gravi sintomi da COVID-19, soltanto nelle ultime settimane ha dovuto riconvertire cinque reparti, spostando i pazienti ordinari in reparti meno attrezzati per le loro esigenze, e sottraendo personale per dedicare attenzione ai nuovi reparti COVID. Finora l’ospedale di Sassari non ha dovuto annullare le visite ai pazienti non urgenti: Contu ha spiegato però che queste visite saranno le prime a essere cancellate se la tendenza attuale continuerà anche nel prossimo futuro.

Anche dall’ospedale di Nuoro arrivano notizie poco confortanti. La settimana scorsa il sindacato degli infermieri ha fatto sapere che alcuni dipendenti dell’ospedale sono costretti a lavorare con un pannolino – i primi bagni disponibili sono molto lontani dai reparti COVID dell’ospedale – e spiegato che al momento nell’organico dell’ospedale ci sono meno infermieri che posti letto riservati ai pazienti con la COVID-19, 20 contro 29: una proporzione che di solito è invertita.

La situazione si è aggravata in pochi giorni anche negli ospedali di Cagliari, il capoluogo dell’isola. Al Brotzu, l’ospedale più grande dell’isola, le liste d’attesa per le operazioni più gravi sono state di fatto sospese. L’ospedale Santissima Trinità è accessibile soltanto ai pazienti positivi al coronavirus – giovedì 28 ottobre c’erano ancora una quarantina di persone nei corridoi, in attesa di essere valutate dai medici – mentre il pronto soccorso generico è stato trasferito all’Ospedale Marino, che di solito si occupa soprattutto di ortopedia. Su 146 posti letto destinati ai malati con il COVID-19, 146 sono occupati, compresi 16 posti nel reparto di terapia intensiva: non c’è più posto.

Davanti all’ospedale pochi giorni fa è stata scattata una foto a tre operatori sanitari che dopo il proprio turno si riposavano su una panchina, stremati. In breve tempo la foto è diventata virale.

Una delle cose che hanno più impressionato i medici e gli operatori della sanità con cui ha parlato il Post è stata la rapidità con cui è peggiorata la situazione, e in maniera uniforme in tutta l’isola. A Ferragosto i casi totali nelle province di Cagliari, Sassari e Nuoro erano 1.263. Due mesi dopo, il 15 ottobre, i casi totali erano diventati 4.419, quasi quattro volte tanto. Sono aumenti molto lontani da quelli visti nella prima ondata nelle città del Nord, ma che in un sistema fragile e colto di sorpresa hanno comunque creato molte difficoltà.

Diverse persone che hanno parlato col Post hanno ricondotto l’origine dei contagi all’estate e alle scarse precauzioni prese dai sardi ma anche dai turisti. Le parole più ricorrenti per descrivere quel periodo sono «macello», «incoscienza», «voglia di libertà»: era il periodo in cui si registravano focolai in vari stabilimenti e club privati nel nord dell’isola, fra cui il noto Billionaire. Molti speravano che la fine della stagione turistica avrebbe riportato la normalità: poi però, subito dopo, hanno riaperto le scuole e la curva ha continuato a risalire.

Il piano regionale previsto a marzo si è dimostrato rapidamente inadeguato, ed è stato rivisto in corsa. Prevedeva quattro scenari di riempimento dei posti letto COVID negli ospedali dell’isola in caso di necessità, dal più grave al meno grave. Lo scenario più grave per cui erano state fatte delle previsioni, il terzo, ipotizzava un aumento fino a 486 posti letto. Il quarto scenario era considerato talmente remoto che non conteneva alcuna ripartizione di posti letto. Del resto già a maggio il governo regionale aveva spinto per anticipare di alcune settimane le riaperture decise nella cosiddetta “Fase 2” del governo nazionale, lasciando intendere che la Sardegna era stata appena sfiorata dal contagio.

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Il 29 ottobre, dopo che fra ricoveri normali e terapie intensive i posti letto occupati erano 363 – e in netto aumento ormai da settimane – il governo regionale ha invece approvato un nuovo piano per superare il precedente e reperire in tutto 590 posti letto per malati COVID, cercando di ridurre al massimo ulteriori disagi per le prestazioni ordinarie (che comunque sono stati messi in conto).

I tempi dell’ampliamento dei posti letto non sono ancora chiari. Dalla Regione fanno sapere che la situazione è molto fluida e che si sta lavorando ogni giorno per alleggerire il carico degli ospedali che ospitano il maggior numero di pazienti COVID, cioè quelli di Cagliari, Sassari e Nuoro. La coperta però è molto molto corta, per ragioni comuni a molte altre regioni italiane: i tagli alla medicina territoriale avvenuti negli ultimi quindici anni, che hanno portato a concentrare le risorse nei grandi centri lasciando sguarniti gli ospedali più piccoli e periferici – quelli a cui oggi si sta chiedendo una mano per alleggerire il carico dei centri più coinvolti – e la cronica scarsità del personale sanitario, dai medici specializzati passando per gli infermieri.

In Sardegna alcuni ritengono che il problema sia stato aggravato da una riforma della sanità pubblica approvata dal centrosinistra nel 2017. La riforma era stata giustificata come scelta obbligata per contenere i costi della sanità, giudicati fuori controllo, e aveva previsto fra le altre cose la parziale chiusura e riorganizzazione degli ospedali più piccoli e la centralizzazione delle ASL in un’unica azienda sanitaria (ATS) con sede a Sassari. La riforma era stata resa inevitabile anche da un decreto ministeriale promosso dall’allora ministra Beatrice Lorenzin sulla riorganizzazione degli ospedali, che aveva portato ad altre piccole ma evidenti storture come la chiusura del punto nascite sull’isola della Maddalena, dove l’anno scorso è capitato che una donna incinta partorisse in elicottero nel tragitto verso l’ospedale di Olbia.

La riforma sanitaria del centrosinistra è stato uno dei temi più discussi durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2018, vinte con grande distacco dal candidato del centrodestra Christian Solinas, espresso dalla Lega. La nuova amministrazione ha approvato una controriforma che ripristina le 8 ASL territoriali proprio nelle ultime settimane, ma ovviamente è ancora troppo presto per apprezzarne gli eventuali risultati (e il centrosinistra ne ha contestato le tempistiche, dato che sarà applicata durante una pandemia).

Non è chiaro se verranno attivati anche gli ospedali riorganizzati con la riforma del 2017. Fino a quell’anno la Sardegna era una delle migliori regioni del centro-sud per rapporto di posti letto nelle strutture pubbliche ogni mille abitanti, con 2,9 (la media italiana era di 2,8). Non esistono dati più recenti, ma sembra plausibile che nel frattempo siano diminuiti fino ad avvicinarsi a regioni come l’Abruzzo (2,6), la Puglia (2,5) o persino le regioni in fondo alla classifica come Campania e Calabria.

Tornando alla Sardegna, il governo regionale sta provando a rimediare sia col nuovo piano per garantire 590 posti letto – per alcuni dei quali sarà necessario riattivare il Binaghi di Cagliari, uno di quelli parzialmente chiusi nel 2017 – sia con la costruzione di un ospedale da campo a Nuoro, sia con un avviso pubblico bandito dall’ATS di Cagliari per assumere con contratti a tempo determinato medici non specializzati (ma non infermieri e anestesisti, che nell’isola mancano come un po’ in tutta Italia). I nuovi assunti rafforzeranno soprattutto i servizi di igiene pubblica: cioè tracciare i contatti dei positivi, effettuare i test col tampone, e aiutare l’azienda sanitaria nei loro compiti di prevenzione e sorveglianza.

Un punto drive through per sottoporsi al tampone sull’isola di San Pietro, nella provincia del Sud Sardegna (ANSA / FABIO MURRU)

Anche da quel lato, nelle settimane scorse, l’ATS – che al momento è ancora una sola, in attesa che la controriforma venga applicata – ha avuto diversi problemi nel gestire l’aumento dei casi. I giornali locali hanno raccolto diverse testimonianze di persone che attendono per giorni di essere prese in carico dagli operatori dell’ATS, e costrette ad aspettare a lungo sia per eseguire il test del tampone sia per attendere l’esito. «Al nostro laboratorio stanno arrivando sino a 1.500 tamponi al giorno. Il laboratorio riesce a processare sino a 800 tamponi al giorno, con un grandissimo sforzo di medici, biologi e tecnici di laboratorio», ha raccontato tre giorni fa alla Nuova Sardegna Salvatore Rubino, responsabile del laboratorio di Microbiologia dell’Aou di Sassari, uno dei 6 laboratori accreditati per l’elaborazione dei tamponi sull’isola (il Mater Olbia, il più grande ospedale privato dell’isola, processa solo i tamponi che esegue al suo interno).

Dall’ATS fanno sapere di conoscere bene le criticità del sistema e i giorni di attesa necessari per prendere in carico ogni caso sospetto, ma fanno notare che tutte le persone coinvolte stanno lavorando senza sosta e che le risorse sono quelle che sono.

Non tutti però riconducono la situazione attuale alle debolezze del sistema sanitario: molti, anzi, attribuiscono il recente aumento dei casi anche a una falsa sensazione di sicurezza circolata fra la gente dopo aver superato la prima ondata praticamente indenni. «Dopo l’estate tutti sono tornati alla normalità, a respirare la libertà dopo il lockdown», spiega Teresa (nome di fantasia) che lavora come immunoematologa in un grande ospedale dell’isola: «ma se tutti ci fossimo comportati nel migliore dei modi non saremmo arrivati a questa situazione».

Nessuno, comunque, si sbilancia su cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane.  «Il picco non lo stiamo vedendo», spiega Contu. «Qualcuno ci deve venire in soccorso».