(PHIL BRAY/NETFLIX)

Se amate gli scacchi guardate qui

"La regina degli scacchi", il contenuto più visto su Netflix in questi giorni, è stata fatta con particolari cure e attenzioni, e ha dato qualche dritta pure Garry Kasparov

(PHIL BRAY/NETFLIX)

Molte volte nella loro storia il cinema e le serie tv hanno mostrato partite di scacchi. Perché sono semplici da girare, immediate ed essenziali, ma anche efficaci nel rappresentare con poche scene momenti dalla grande portata simbolica. Spesso, però, chi si intende di scacchi trova errori in quelle scene, a partire da come sono disposti i pezzi o rappresentate certe mosse. Spesso, ma non sempre. La regina degli scacchi, la miniserie Netflix che per giorni è stato il contenuto più visto del servizio di streaming, ha ricevuto diversi apprezzamenti per la precisione con cui tratta la materia, frutto di un lungo e attento lavoro a cui tra gli altri ha collaborato Garry Kasparov, uno dei migliori scacchisti di sempre e probabilmente il più famoso.

La regina degli scacchi, disponibile dal 23 ottobre, è una miniserie in sette episodi di Scott Frank e Allan Scott, tratta da un romanzo di Walter Tevis pubblicato nel 1983. È ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta e racconta la storia di una ragazza cresciuta in un orfanotrofio del Kentucky che scopre di avere un grande talento per gli scacchi: le sfide con avversari sempre più forti accompagneranno i fatti salienti della sua vita. La protagonista si chiama Beth Harmon ed è interpretata dalla 24enne Anya Taylor-Joy, che già nel 2015 si fece notare come protagonista dell’apprezzato The Witch

In sette ore complessive, la serie mostra – in certi casi solo di sfuggita e sullo sfondo, altre volte più nel dettaglio – più di 300 diverse partite a scacchi. E persino il titolo originale, The Queen’s Gambit, è un riferimento a una nota serie di mosse di apertura di una partita: una delle più antiche, che fu codificata per la prima volta nel Quindicesimo secolo. Nella versione italiana il riferimento si è perso perché in italiano la mossa è nota come “il gambetto di donna“, che sarebbe stato di certo un titolo meno azzeccato rispetto a La regina degli scacchi.

La storia delle disattenzioni scacchistiche precedenti alle attenzioni di La regina degli scacchi – che vanno oltre il titolo e la quantità di partite mostrate – è lunga e varia. In un film celebratissimo come Il settimo sigillo – in cui uno dei due sfidanti è la morte – c’è per esempio la schacchiera disposta male perché il quadrato in basso a destra (uno dei 64 che compongono la scacchiera) davanti a ognuno dei due giocatori è nero e dovrebbe invece essere bianco (o comunque chiaro). E ci sono errori anche in film curati e ammirati come Blade Runner, Dalla Russia con amore e Le ali della libertà. 

In molti altri film ci sono errori ancora più consistenti, perché si mostrano mosse e comportamenti che in una vera partita sarebbero impossibili o quantomeno altamente irragionevoli. Nessuno scacchista esperto, per esempio, subisce uno scacco matto dal nulla, trovandosi improvvisamente all’angolo e costretto a far platealmente cadere il suo re. Come spiegò Mike Klein di Chess.com: «Due normali scacchisti non sono mai sorpresi quando c’è uno scacco matto. È come se una squadra facesse gol sullo zero a zero e i giocatori dell’altra squadra se ne accorgessero solo dopo aver visto il punteggio di uno-a-zero». Cose come queste succedono a volte per scarsa cura, altre perché, pur sapendo che si tratta di errori, certe scene ormai sono quasi diventate convenzioni cinematografiche, e pur di rendere le cose più chiare a certi spettatori si finisce per scontentare qualche esperto scacchista.

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La regina degli scacchi, invece, ha cercato di accompagnare episodio dopo episodio gli spettatori – anche quelli che non sanno come si muove un alfiere o un cavallo – e, allo stesso tempo, non sfigurare tra gli scacchisti. Il tutto senza rendere noiose e ripetitive le partite mostrate. E con risultati molto apprezzati dagli scacchisti. Parlando della serie, Chess.com ha scritto: «Molti scacchisti si staranno chiedendo, e gli scacchi? La scacchiera è messa giusta? Fanno confusione, come succede spesso nei film o nelle pubblicità? La risposta è no: gli scacchi sono fatti bene».

Scott Frank, che oltre ad essere stato creatore della serie ne ha scritto e diretto ogni episodio, ha spiegato che prima ancora di girare la prima scena decise di chiedere la consulenza sia di Kasparov che di Bruce Pandolfini, scrittore e insegnante di scacchi. Frank e altri addetti alla produzione si sono incontrati con loro a Berlino, dove la serie sarebbe poi stata girata, per preparare ogni dettaglio: partirono da quelli storici, relativi a forma e stile di pezzi e scacchiere, per poi occuparsi anche delle dinamiche delle partite e dell’atmosfera che, negli anni di ambientazione della serie, si sarebbe potuta trovare a un torneo di scacchi.

Per quanto riguarda le partite Pandolfini ha creato quella che il New York Times ha definito una «bibbia di partite e posizioni» evidenziando momenti chiave per le mosse di Harmon e cercando di farle fare «mosse che avessero un significato simbolico, come lo scambio tra due pedoni o il sacrificio di una regina». Kasparov, ha scritto sempre il New York Times, ha poi controllato queste mosse, aggiungendone altre per le partite più importanti». Non tutte le mosse preparate da Pandolfini e Kasparov sono usate nelle partite in primo piano; alcune sono servite giusto per rendere realistiche anche altre partite, magari giocate sullo sfondo e inquadrate solo di sfuggita.

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C’era poi da insegnare agli attori, alcuni dei quali non avevano rilevanti competenze in materia, come si gioca a scacchi, come un vero scacchista tocca e sposta i pezzi e come e quando preme l’orologio che segna il tempo delle partite. Parlando con Chess.com, Taylor-Joy ha spiegato, per esempio, di aver dovuto imparare qualcosa di simile a delle coreografie, e che il suo passato da ballerina le è stato molto utile.

«Basta vedere come qualcuno prende in mano un pezzo degli scacchi per capire se è bravo o no», ha spiegato Pandolfini a Vulture, che ha aggiunto: «È una questione di come e con che velocità un attore risponde a certe situazioni, esitando quando c’è da esitare e capendo come guardare lo sfidante dopo aver fatto determinate mosse». Pandolfini ha detto anche che le mosse di Harmon sono state pensate per adeguarsi al tipo di persona – e di conseguenza di scacchista – che lei è, concentrandosi quindi su «mosse che rivelassero una certa naturalezza, non scolastiche e che si allontanassero da certi canoni di gioco».

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Con il fine di non rendere troppo ripetitive e simili tra loro le tante partite, scenografo e direttore della fotografia hanno poi lavorato per creare ambientazioni, tecniche di ripresa e palette di colori diversi per ognuno dei tornei a cui partecipa la protagonista, arrivando anche a differenziare, a seconda dell’evento, il suono degli scacchi sulla scacchiera. Si è anche scelto di variare il ritmo delle partite e quel che veniva più inquadrato dalla cinepresa: in certi casi la scacchiera, in altri gli orologi o il pubblico (lasciando che le reazioni degli spettatori spiegassero l’importanza di certe mosse), in altri ancora i volti della scacchista protagonista o dei suoi sfidanti.

Frank – il regista – ha detto anche che nei piani iniziali la serie, tratta da un libro relativamente corto e da cui negli anni Novanta si era pensato di fare un film, sarebbe dovuta durare sei episodi e che poi sono invece diventati sette perché «per gli scacchi ci vuole tempo».