(ANSA/LUCA ZENNARO)
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  • mercoledì 28 Ottobre 2020

Immuni non sta funzionando, ma potrebbe

I problemi riguardano solo in parte l'app, e coinvolgono molto tutto quello che sta fuori: ma c'è qualche buona notizia

di Eugenio Cau
(ANSA/LUCA ZENNARO)

Immuni, l’applicazione di contact tracing voluta dal governo, fino a questo momento ha contribuito poco ai tentativi di contenere la seconda ondata di coronavirus che ha interessato l’Italia. Se si guardano i numeri pubblicati sul sito ufficiale dell’app, aggiornati al 25 ottobre, si nota che nonostante i 9,3 milioni di download Immuni ha inviato soltanto 36.200 notifiche di esposizione a rischio con un positivo. Inoltre, sono soltanto 1.530 le persone positive al coronavirus che hanno usato l’app per avvertire i loro contatti stretti, generando così le 36.200 notifiche di cui sopra. I numeri sono in forte aumento: nell’ultima settimana, le notifiche inviate sono state circa 14 mila. Ma dato che i nuovi positivi in Italia ormai sono più di 20 mila al giorno, e che i contatti di ciascun positivo sono in media almeno 10 (ma spesso molti di più), il risultato finale è insufficiente.

Prendersela con Immuni è in un certo senso ingeneroso, perché poche delle misure per contenere la seconda ondata hanno funzionato come ci si sarebbe aspettati, e questo vale sia per l’Italia sia per l’Europa. Ma il successo o l’insuccesso di Immuni è particolarmente importante perché il contact tracing in Italia sta fallendo, e avere strumenti tecnologici per aiutare i tracer in difficoltà sarebbe fondamentale.

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Abbiamo messo insieme un po’ delle cose che non funzionano, e un po’ delle cose che potrebbero funzionare meglio, per capire se Immuni possa essere in grado di dare una mano durante la seconda ondata oppure se, come adesso, avrà una parte piccola e poco rilevante nelle politiche di contenimento dell’epidemia.

Le cose da sapere sul coronavirus

I problemi tecnici
Immuni funziona? Chi scarica la app per la prima volta potrebbe chiederselo. Dopo l’installazione, infatti, Immuni non si fa più sentire: è come se non esistesse. Sugli iPhone e su alcuni modelli Android, ma non tutti, invia una notifica periodica a chi non ha avuto esposizioni a rischio per ricordare che va tutto bene. Su molti smartphone però rimane completamente inerte. L’idea è che l’app agisca in background, senza disturbare, e che invii la notifica di un’esposizione a rischio soltanto nel momento giusto.

In realtà ci sono stati problemi che in alcuni casi hanno rallentato il lavoro di notifica delle esposizioni: a settembre Repubblica ha dato conto di un malfunzionamento che rendeva inefficace l’app sui telefoni Android, e che è stato risolto. Più di recente, invece, molti utenti iPhone si sono accorti aprendo l’app che Immuni aveva rilevato un contatto a rischio, ma non aveva inviato loro la notifica. Questo problema sembra dipendere dall’ultimo sistema operativo di Apple, iOS 14, e per ora non è stato risolto, anche se ci sono modi per aggirarlo. Mentre sulla versione Android dell’app è scritto esplicitamente «Apri Immuni una volta al giorno per verificarne lo stato», questo consiglio non è presente su iOS. Eppure è meglio farlo: Immuni potrebbe aver rilevato il vostro contatto con un positivo ma non avervelo notificato. Bisogna entrare nell’app e vedere se c’è un avviso o no.

Questo non significa che Immuni sia un’app fatta tecnicamente male, anzi. Il codice di Immuni è open source, quindi è consultabile liberamente, e diverse persone esperte di tecnologia e sviluppo di applicazioni per smartphone hanno confermato che Immuni è scritta in maniera eccellente: Bending Spoons, la società che se n’è occupata, è molto efficiente nel suo campo.

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Ma Immuni è un’app che ha la vita più difficile di altre, non soltanto perché deve funzionare bene su tutti gli smartphone d’Italia sui quali è possibile installarla, ma anche perché si deve integrare con i protocolli di notifica delle esposizioni di Apple e Google: questo significa che spesso i problemi non dipendono dal suo codice, ma dai protocolli o dall’integrazione tra codice e protocolli. In generale, quando c’è un problema su Android bisogna passare da Google e quando c’è un problema su iPhone bisogna passare da Apple. Persone della pubblica amministrazione che si sono occupate della realizzazione del progetto Immuni hanno detto che di solito Google è più reattivo di Apple nella risoluzione dei problemi.

La confusione sulla notifica
Cosa fare quando ricevo una notifica di Immuni? In teoria è semplice, lo dice la app: bisogna contattare il proprio medico di medicina generale e seguire le sue istruzioni. Sarà il medico, poi, a contattare l’ASL competente. Il fatto è che ciò che decide il medico può variare enormemente, e nessuno sa davvero cosa lo aspetta quando, dopo aver ricevuto una notifica da Immuni, decide di segnalarla.

Il problema principale è che Immuni identifica un «contatto a rischio», ma il sistema tecnologico su cui si basa consente di avere pochissime informazioni su questo contatto: la data in cui è avvenuto, oltre che la certezza che gli smartphone delle due persone fossero a meno di due metri l’uno dall’altro per almeno 15 minuti. Alcune persone possono ricordare che quel giorno erano al ristorante, e immaginare che il contatto a rischio fosse un commensale o un vicino di tavolo, ma per altre ricostruire come fosse avvenuto il contatto può essere impossibile, e questo significa che i medici si trovano a prendere decisioni difficili con pochissime informazioni a disposizione.

Sul tema, le autorità sanitarie sono molto ambigue. La circolare del ministero della Salute del 29 maggio, che definisce i parametri per il contact tracing e per Immuni, dice che quelli rilevati da Immuni sono «contatti stretti»: ma al tempo stesso dice che ai medici e ai pediatri di libera scelta spetta una «valutazione dell’effettiva esposizione al rischio del soggetto». La definizione di «contatto stretto» è importante: se sei contatto stretto asintomatico di un positivo le linee guida del ministero non lasciano margini di discrezionalità ai medici, e impongono una quarantena dai 10 ai 14 giorni, a seconda della possibilità o meno di fare un tampone. Essere riconosciuti come «contatto stretto» significa inoltre essere presi in carico dall’ASL regionale, avere diritto al certificato di malattia e a fare un tampone. Insomma: i contatti stretti sono una categoria centrale in tutto il sistema di tracciamento, e purtroppo non è ancora chiaro quale ruolo abbia Immuni.

Il Post ha chiesto direttamente al ministero della Salute come debba essere valutata una notifica di Immuni, e la risposta è stata che la notifica è un contatto stretto, e «bisogna fare la quarantena».

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Questa, almeno in teoria, vale come ultima parola, perché le decisioni sui protocolli della quarantena spettano al ministero. In realtà ciascuno continua a interpretare il valore della notifica a modo suo. Il Post ha parlato anche con rappresentanti del ministro dell’Innovazione, che non ha competenza sulle quarantene ma ha gestito lo sviluppo dell’app Immuni e i suoi criteri di funzionamento, e l’interpretazione cambia: quello rilevato da Immuni è sì un «contatto stretto», ma poi la decisione sull’imporre o meno la quarantena spetta al medico.

Anche le ASL regionali interpretano il valore della notifica in maniera varia: in Lombardia l’ATS ha comunicato ai medici che chiunque riceva la notifica deve fare un periodo di quarantena di 14 giorni, da cui si può uscire – così dicono le linee guida inviate ai medici – soltanto con un tampone negativo. Il Veneto ha interpretato le disposizioni ministeriali in maniera restrittiva, ma si è ribellato: la motivazione pubblica per cui la Regione non ha utilizzato Immuni fino a pochi giorni fa era che il governo locale non era d’accordo nel considerare le notifiche come contatti stretti (ci torniamo). In Emilia-Romagna, invece, l’interpretazione è molto più lasca: la AUSL di Bologna, con una pagina web pubblicata soltanto pochi giorni fa, fornisce a chi ha ricevuto una notifica da Immuni la possibilità di fare il tampone prenotandolo autonomamente e, in attesa dell’esito del test, consiglia di «evitare il più possibile i contatti con altre persone», senza parlare di quarantena.

E poi ci sono i medici di base, che con le poche informazioni a loro disposizione prendono decisioni enormemente varie. Non ci sono dati esaustivi, ma a livello aneddotico si può dire che a volte i medici impongono ai pazienti la quarantena, a volte prenotano per loro un tampone, nelle Regioni in cui possono farlo, a volte trovano misure di mezzo, come consigliare di stare a casa soltanto qualche giorno, e a volte dicono al paziente di ignorare la notifica di Immuni. Parte di questa forte variabilità dipende anche dallo scarso supporto che i medici hanno ricevuto: alcuni di loro hanno detto che, dal lancio dell’app a oggi, non sono stati mai contattati dalle loro ASL né da nessun’altra autorità sanitaria a proposito di Immuni: non è stato fornito loro materiale, linee guida né comunicazioni di alcun tipo.

Il caricamento dei codici
Dal DPCM del 18 ottobre scorso, il governo ha imposto per tutti gli operatori delle ASL l’obbligo di inserire nel sistema centrale di Immuni i codici dei cittadini positivi che fanno uso dell’app. Significa che quando un cittadino risulta positivo a un tampone, l’operatore sanitario che gli comunica la positività è anche obbligato a chiedergli se abbia installato Immuni e, nel caso, a caricare sul sistema centrale i suoi codici anonimi, in modo che i contatti possano ricevere la notifica di esposizione a rischio. Questa imposizione molto recente del governo indica anche che, prima del 18 ottobre, non tutte le ASL regionali caricavano i codici.

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Il caso più noto è quello del Veneto, che ha integrato Immuni nel suo sistema soltanto a metà ottobre, ma anche se non ci sono altre Regioni che hanno boicottato esplicitamente Immuni, in molte aree il supporto alla app è stato spesso trascurato. Ancora a livello aneddotico, capita che persone positive dicano che gli operatori sanitari che hanno comunicato loro la positività del test non abbiano poi menzionato Immuni durante la conversazione.

Ci sono problemi di integrazione e di ritardi
Da quanto detto finora, sembra che uno dei problemi principali di Immuni sia la sua scarsa integrazione con il sistema sanitario nazionale e regionale: i protocolli non sono chiari, alcuni medici di base non sanno che farsene, le ASL la boicottano o la trascurano, e così via. Ci sono alcuni modi per spiegare questa mancata integrazione, che sta complicando molto i tentativi di tracciamento del coronavirus.

Possibilità 1: l’infrastruttura esterna è carente
È l’ipotesi più comune e accreditata: Immuni fa fatica a tracciare i contagi perché tutta l’infrastruttura che le sta attorno, e che non dipende dall’app, è carente. Questa sarebbe la ragione per cui spesso le notifiche di esposizione a rischio arrivano con molto ritardo, anche 10 giorni dopo l’avvenuto contatto con un positivo, quando ormai la loro utilità è molto limitata: affinché arrivi una notifica, è necessario che il contatto sviluppi sintomi, faccia il tampone, riceva il risultato, entri in contatto con l’ASL e che l’operatore sanitario che comunica la positività carichi i codici di Immuni sul sistema centrale. Questa operazione era rapida fino a qualche settimana fa, quando il sistema di “trace and test” italiano era ancora reattivo, ma adesso che è sopraffatto dai nuovi casi, e che in molte zone d’Italia prendere appuntamento per un tampone richiede tempo e i risultati arrivano con molti giorni di ritardo, Immuni rallenta insieme con tutto il resto.

La teoria dell’infrastruttura è sostenuta tra gli altri da Luca Ferrari, il cofondatore di Bending Spoons, che a Repubblica qualche giorno fa ha detto che «i problemi più urgenti da risolvere sono fuori dell’app». Secondo Ferrari servirebbe un call center nazionale per gestire i positivi e caricare i loro codici. Inoltre sarebbe necessario garantire a chi riceve una notifica la possibilità di fare un tampone nel più breve tempo possibile. Altri esperti sono della stessa idea. Il professor Andrea Crisanti ha detto qualche giorno fa ad Adnkronos: «Dobbiamo avere Immuni, un sistema di tracciamento, un potenziamento dei tamponi. In un contesto simile, anche Immuni funzionerebbe».

Possibilità 2: è mancata la volontà politica (ma forse questa la risolviamo)
Altri commentatori hanno sostenuto che se certamente Immuni ha un problema di infrastruttura esterna, d’altro canto l’efficienza dell’app non dipende soltanto da quella dei tamponi. Negli scorsi mesi si sarebbero potuti prendere altri provvedimenti per rendere Immuni più utile e reattiva, ma il governo li sta adottando soltanto da poco, a crisi già cominciata.

Nel “decreto ristori” approvato dal governo il 27 ottobre, per esempio, è prevista l’istituzione presso il ministero della Salute di un «servizio nazionale di risposta telefonica per la sorveglianza sanitaria», praticamente il call center di cui parlava Ferrari, i cui operatori avranno tra le altre cose «il compito di svolgere attività di contact tracing e sorveglianza sanitaria». Soprattutto, gli operatori avranno accesso «al sistema centrale di Immuni per caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività». Esiste già un call center dedicato alla sola Immuni, ma si limita a fornire informazioni. L’istituzione di questo call center è una novità positiva, ma è una misura che si sarebbe dovuta prendere mesi fa (e che probabilmente richiederà tempo ulteriore per essere realizzata). Immuni in questo non è un caso isolato, ma molte circostanze fanno pensare che in questi mesi di preparazione alla seconda ondata la app sia stata trascurata dal governo.

Alcune persone sentite dal Post e che hanno collaborato alla realizzazione del progetto Immuni, in particolare, hanno detto che per il ministero della Salute la app è stata una priorità piuttosto bassa. Un altro elemento di trascuratezza è il fatto che la campagna di promozione del ministero dell’Innovazione per convincere gli italiani a scaricare Immuni sia cominciata soltanto a settembre, quando sarebbe stato meglio arrivare in prossimità della seconda ondata con più download possibili.

Possibilità 3: Immuni è uno strumento inadeguato
Questa è l’ipotesi più estrema, ma merita di essere presa in considerazione perché è sostenuta in Italia dagli stessi esperti che, tra marzo e aprile, si erano fatti promotori della realizzazione di un’app per il contact tracing. L’idea è che «Immuni funziona ma fa il minimo indispensabile», come dice Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore all’Università Bocconi e membro della task force nominata lo scorso aprile dal ministero dell’Innovazione per valutare le applicazioni di contact tracing: dunque una delle persone che hanno materialmente scelto Immuni (anche se pure su questo ci sono state polemiche: i membri della task force dissero che il ministero aveva disatteso alcune delle loro indicazioni).

Carnevale Maffè e altri professori che hanno fatto parte di quella task force – o che hanno studiato il contact tracing digitale – oggi dicono che Immuni è incompleta, perché i dati che fornisce sul contatto con un positivo non sono sufficienti alle esigenze del tracciamento. Secondo loro servirebbero una geolocalizzazione dei contatti (cioè sapere in che luogo è avvenuto il contatto) e la possibilità di ricostruire un “grafo sociale”, cioè di confrontare anonimamente i risultati delle notifiche in modo da ricostruire i contatti di secondo o terzo livello. L’utilizzo della geolocalizzazione nelle app di tracciamento è stato vietato dal governo e non è compatibile con i protocolli di Apple e Google utilizzati da Immuni, per volontà delle due aziende.

Alcune cose stanno migliorando, altre no
L’incremento delle notifiche inviate da Immuni negli ultimi giorni e le indicazioni nel “decreto ristori” per la creazione di un call center operativo, che contribuisca all’attività di tracing, sono entrambi elementi che lasciano pensare che il governo abbia deciso di sostenere appieno Immuni. Lo stesso vale per l’obbligo imposto alle ASL di caricare i codici dei positivi.

In generale, è possibile che la mancata integrazione tra Immuni e il sistema della sanità, che finora non c’è stata per trascuratezza, si avvierà adesso, un po’ grazie a misure dell’ultimo minuto e un po’ perché i medici, le ASL e gli operatori sanitari cominciano ad avere davvero a che fare con Immuni, che è stata lanciata a maggio, quando ormai la prima curva dei contagi era stata in gran parte abbassata.

Questo è un elemento che Immuni condivide con le altre app di contact tracing europee, che sono abbastanza simili tra loro perché tutte – tranne quella francese, ma non è un caso di successo – utilizzano i protocolli di Apple e Google. Immuni è meno scaricata di Corona-Warn-App, l’applicazione tedesca che ha 19 milioni di download, e di NHS Covid-19, la app inglese che ne ha 18 milioni, ma è più diffusa delle rispettive app di Francia e Spagna. Dal punto di vista dell’efficacia, il ruolo di tutte le app europee nelle attività di tracciamento per ora è stato ridotto, e in gran parte ancora da testare.

Uno degli ulteriori problemi di Immuni, che ha influito sui download, è stata la sua politicizzazione: trattandosi di un’iniziativa del governo, in primavera e in estate l’app è stata molto criticata dagli esponenti dell’opposizione (e in alcuni casi anche da alcuni politici più vicini al governo), che hanno consigliato ai loro elettori di non scaricarla. È possibile che, con l’aggravarsi della crisi sanitaria, l’atteggiamento cambi. Matteo Salvini, leader della Lega, ha criticato Immuni soltanto pochi giorni fa.