Manifestanti protestano contro le violenze della polizia, a Lagos, in Nigeria, il 20 ottobre 2020 (AP/Sunday Alamba)
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  • venerdì 23 Ottobre 2020

Cosa sta succedendo in Nigeria

Le proteste contro l’uso della forza da parte della polizia che vanno avanti da settimane chiedono ora una più generale riforma del paese, ricevendo grande eco sui social network

Manifestanti protestano contro le violenze della polizia, a Lagos, in Nigeria, il 20 ottobre 2020 (AP/Sunday Alamba)

In Nigeria dall’inizio di ottobre ci sono grandi proteste contro l’uso della forza da parte della polizia, in particolare da parte delle Special Anti-Robbery Squad (SARS), unità da anni accusate di gravi violazioni dei diritti umani di cui i manifestanti chiedono l’abolizione. Le proteste però nel corso delle settimane si sono ampliate e i manifestanti hanno chiesto una più generale riforma del paese.

Il movimento di protesta è iniziato dopo che sui social network era diventato virale un video che mostra agenti della SARS uccidere il 3 ottobre un giovane nella città di Ughelli, nel sud del paese, ma le autorità nigeriane sostengono che il video fosse falso. L’uomo che lo aveva realizzato è stato arrestato, aumentando la rabbia dei manifestanti.

Ci sono state manifestazioni in tutte le principali città della Nigeria: cortei con centinaia di manifestanti, soprattutto giovani, ci sono stati a Lagos, la città più grande del paese, e nella capitale Abuja, dove la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere la folla. L’11 ottobre il capo della polizia nigeriana ha annunciato che la SARS sarebbe stata sciolta con effetto immediato, ma le manifestazioni sono proseguite per chiedere giustizia per le vittime delle violenze della polizia.

Il 20 ottobre esercito e polizia hanno sparato contro i manifestanti in due quartieri di Lagos. Secondo Amnesty International 12 manifestanti sarebbero morti, e centinaia sarebbero stati feriti. L’esercito ha negato il proprio coinvolgimento nelle uccisioni dei civili e ha parlato di “fake news”. Le violenze sono state condannate, tra gli altri, da Patricia Scotland, segretaria generale del Commonwealth, Dominic Raab, ministro degli Esteri britannico e Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione Africana (l’organizzazione internazionale comprendente tutti gli Stati africani). A Londra ci sono state manifestazioni di solidarietà con il movimento di protesta e una grande folla si è radunata davanti all’ambasciata nigeriana.

Nella serata di mercoledì il presidente nigeriano Muhammadu Buhari, in un discorso trasmesso in tv, ha invitato i suo connazionali a pazientare sostenendo che il governo stesse attuando le riforme della polizia chieste dai manifestanti, ma non ha fatto alcun riferimento agli attacchi e ai morti e feriti del 20 ottobre, e per questo è stato duramente criticato, soprattutto sui social network. In seguito al discorso del presidente però, la Feminist Coalition, uno dei principali gruppi organizzatori delle proteste, ha chiesto ai manifestanti di rimanere in casa e rispettare il coprifuoco imposto dal governo. Con un comunicato diffuso su Twitter il gruppo ha condannato ogni forma di violenza e ha detto che i giovani nigeriani «devono restare in vita per perseguire i nostri sogni di costruire il futuro» del paese.

La Feminist Coalition ha inoltre annunciato che non riceverà più denaro, ma utilizzerà i 400mila dollari (circa 340mila euro) raccolti e non ancora spesi, la maggior parte arrivati da donazioni provenienti dall’estero, per pagare le spese degli ospedali ai manifestanti feriti, e per l’assistenza legale e il soccorso alle vittime delle violenze della polizia. Non è ancora chiaro se gli altri gruppi di manifestanti, che sui social network, già dai primi giorni di ottobre, avevano utilizzato l’hashtag #EndSARS, continueranno le proteste di piazza o prenderanno una posizione più pacifica come quella della Feminist Coalition.

Giovedì comunque le proteste sono continuate, nonostante il coprifuoco. A Lagos, una stazione televisiva nigeriana collegata a uno dei più importanti politici del partito al governo è stata attaccata da uomini non identificati armati di molotov. In un altro quartiere della città è stata incendiata una stazione degli autobus e ci stati scontri fra i manifestanti, che lanciavano bottiglie, e la polizia che ha risposto sparando in aria. I manifestanti hanno costruito barricate in alcuni quartieri, mentre la polizia ha installato blocchi stradali. Ci sono stati scontri tra la polizia e i manifestanti anche in altre città nigeriane, compresa la capitale Abuja.

Il movimento, almeno sulla carta, ha ottenuto la maggior parte delle sue richieste, oltre allo scioglimento della SARS: la liberazione di parte dei manifestanti arrestati, l’istituzione di gruppi d’inchiesta in tutto il paese per indagare sulle accuse di violenza della polizia (anche se non è ancora chiaro quanto siano realmente indipendenti), una revisione degli stipendi della polizia e valutazioni mediche e psicologiche periodiche sugli agenti. Il movimento però fino ad oggi non ha ottenuto garanzia che le vittime delle violenze della polizia e le loro famiglie vengano risarcite o venga loro resa giustizia.

Le manifestazioni hanno avuto sempre più visibilità internazionale, anche grazie ai messaggi di solidarietà di nigeriani famosi nel mondo, anche in Italia: il 17 ottobre i giocatori della Serie A Victor Osimhen del Napoli e Simy del Crotone hanno mostrato una maglietta con scritto #EndPoliceBrutalityInNigeria, esultando dopo aver segnato un gol.

La Nigeria è la più grande economia dell’Africa e il settimo paese al mondo per abitanti, ma lo sviluppo nel paese è stato molto irregolare. Circa il 60 per cento della popolazione, di 200 milioni di abitanti, ha meno di 24 anni e molti giovani si sentono esclusi da un sistema politico che è al servizio degli interessi di una parte ristretta della società. Secondo quanto scrive il New York Times, le manifestazioni di protesta delle ultime settimane sarebbero state portate avanti, diversamente rispetto al passato, da giovani della classe media, ben istruiti, delle città del sud e del centro del paese, e in condizioni generali migliori rispetto alle generazioni precedenti.