(AP Photo/Natacha Pisarenko)
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  • domenica 18 Ottobre 2020

In Bolivia ci sono le elezioni

Arrivano a un anno dalla fuga e dalle dimissioni di Evo Morales, ma il candidato favorito, per ora, è un suo ex ministro

(AP Photo/Natacha Pisarenko)

Domenica ci sono le elezioni per scegliere il nuovo presidente e rinnovare tutto il parlamento della Bolivia, a poco più di un anno dalle dimissioni e dalla fuga all’estero di Evo Morales, il presidente socialista che ha governato il paese per 13 anni, dal 2006 al 2019.

Morales, primo presidente indio di un paese in cui la maggioranza indigena è stata a lungo repressa, è stato per più di un decennio uno dei leader più importanti e simbolici della sinistra latinoamericana, ed esponente di punta del cosiddetto “giro a la izquierda”, quel fenomeno per cui all’inizio del secolo gran parte dei governi dell’America Latina passarono alla sinistra. Apertamente socialista e critico nei confronti degli Stati Uniti, nei suoi anni di governo Morales ha migliorato sensibilmente le condizioni degli indios del paese e approvato importanti misure contro la povertà, ma è stato accusato di gestire il potere in maniera autoritaria, facendo affidamento su politiche populiste.

Le sue dimissioni nel novembre del 2019, tra accuse di golpe, brogli elettorali e proteste, sono state viste come un momento fondamentale dell’evoluzione politica dell’intero continente, e come la chiusura di un’epoca per la sinistra latinoamericana. A un anno di distanza, le nuove elezioni potrebbero riportare il partito di Morales al governo (e presumibilmente consentirgli di tornare in Bolivia) oppure potrebbero confermare un cambio definitivo di orientamento politico nel paese.

I candidati principali sono tre: Luis Arce, del Movimento per il Socialismo (MAS), il partito politico di Evo Morales, che sotto Morales è stato ministro delle Finanze e che attualmente è in vantaggio nei sondaggi; Carlos Mesa, che è già stato presidente della Bolivia tra il 2003 e il 2005 e che pur correndo per il Fronte Rivoluzionario di Sinistra è considerato un conservatore moderato; infine Luis Fernando Camacho, candidato del Movimento Nazionalista Rivoluzionario, che viene definito un leader di destra estrema e appartiene al conservatorismo cristiano.

Fino a metà settembre i candidati erano quattro. C’era anche Jeanine Áñez, l’attuale presidente ad interim, che però si è ritirata volontariamente per evitare la dispersione del voto moderato. Secondo la legge elettorale della Bolivia, infatti, il candidato presidente che ottiene almeno il 40 per cento del voto e supera il secondo arrivato di almeno 10 punti di percentuali vince al primo turno, senza bisogno di un ballottaggio. A settembre, i sondaggi di Luis Arce soddisfacevano entrambi i requisiti. Dopo il ritiro della Áñez, invece, il divario tra Arce e Carlos Mesa si sarebbe ristretto abbastanza da costringere il candidato di Morales a un ballottaggio: secondo i sondaggi fatti a inizio ottobre da Unitel, la principale tv boliviana, Arce avrebbe il 41,2 per cento dei consensi e Mesa il 33,5. Camacho invece avrebbe il 17,7 per cento delle preferenze.

Carlos Mesa. (AP Photo/Jorge Saenz)

La regola per decidere il ballottaggio presidenziale è importante perché è stata al centro della disputa di un anno fa, che ha portato alla ripetizione delle elezioni e alla fuga di Evo Morales dalla Bolivia. Alle elezioni del 20 ottobre del 2019, infatti, Morales è arrivato con molte polemiche. La Costituzione boliviana gli avrebbe impedito di correre per un quarto mandato, ma lui indisse un referendum popolare per emendarla. Quando perse il referendum, usò una sentenza del Tribunale supremo del paese, a lui vicino, per ottenere lo stesso la possibilità di candidarsi.

Il giorno delle elezioni, il sistema di conteggio preliminare dava Morales al 45 per cento dei voti e Carlos Mesa – lo stesso ricandidato quest’anno – al 38 per cento con l’83 per cento dei voti contati. Questo significava che avrebbe dovuto esserci un ballottaggio il 15 dicembre, che politicamente sarebbe stato rischioso per Morales. A un certo punto, però, il sistema di conteggio smise di funzionare e non aggiornò il calcolo per 24 ore, alla fine delle quali Morales risultava vincitore con un distacco superiore al 10 per cento. L’opposizione accusò il governo di brogli, il vicepresidente del Tribunale elettorale si dimise e l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), chiamata dall’ONU a indagare sulle elezioni, in un rapporto preliminare uscito il 10 novembre disse che il sistema di conteggio del voto aveva subìto manipolazioni (in seguito però il rapporto dell’OAS è stato messo in dubbio).

Dal 20 ottobre fino alla fine di novembre, in Bolivia ci furono proteste molto partecipate e spesso molto violente, in cui morirono 36 persone. Alla fine, subito dopo la pubblicazione dell’OAS, i capi delle forze armate boliviane “suggerirono” a Morales di dimettersi. Lui prima si rifugiò in Messico, poi in Argentina. La natura violenta delle proteste e l’intervento dell’esercito convinsero molti che quello contro Morales sia stato un colpo di stato, o ci sia andato molto vicino.

– Leggi anche: In Bolivia c’è stato un colpo di stato?

Minuti dopo le dimissioni di Morales, il suo vicepresidente, Álvaro García Linera, rinunciò alla carica, e lo stesso fecero i presidenti di Camera e Senato, i seguenti in linea di successione. Si dimise anche il primo vicepresidente del Senato e questo lasciò Jeanine Áñez, seconda vicepresidente del Senato, come funzionario più alto in carica e dunque presidente ad interim.

Nell’anno che è trascorso tra un’elezione e l’altra, Áñez è stata accusata di aver governato il paese con l’autoritarismo e la prevaricazione. Polizia ed esercito hanno commesso gravi abusi contro i sostenitori di Morales (in alcuni casi anche uccisioni indiscriminate contro le popolazioni indigene), e il governo ha cercato più volte di rimandare le elezioni, usando la pandemia come motivazione, fino a che non è stato costretto ad accettare la data del 18 ottobre, dopo una mediazione internazionale: inizialmente, Áñez aveva promesso nuove elezioni nel giro di 90 giorni dalla sua nomina. Il governo ha anche cercato di escludere dalle elezioni il partito di Morales, senza riuscirci.

D’altro canto, anche il Parlamento boliviano, che ha mantenuto la maggioranza assoluta del MAS, si è contraddistinto per il cattivo governo, come per esempio quando ad agosto approvò la fabbricazione di un disinfettante tossico presentandolo come cura per il coronavirus. Morales, prima dal Messico e poi dall’Argentina, ha sempre denunciato il golpe, ha tentato più volte e invano di rientrare nel paese ed è rimasto alla guida dell’opposizione: è stato lui a scegliere Luis Arce come candidato del suo partito.

In caso di vittoria di Arce, è probabile che la Bolivia tornerebbe più simile a com’è stata fino a un anno fa, anche se l’ex ministro delle Finanze cerca di presentarsi come più moderato di Morales. Sia Mesa sia Camacho, invece, intendono cambiare profondamente il modello economico statalista che finora ha dominato il paese, sono a favore della privatizzazione di alcune aziende pubbliche e dell’introduzione di più elementi di economia di mercato. Ma mentre Mesa rimane un candidato liberale, Camacho ha tendenze più autoritarie. Sui media latinoamericani, alcuni osservatori l’hanno definito il “Bolsonaro boliviano”, per la sua vicinanza al presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro.

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La strategia elettorale del MAS, esattamente come un anno fa quando ancora Morales era candidato, è vincere al primo turno approfittando della divisione delle forze centriste e conservatrici. Se questo non dovesse riuscire, e come dicono i sondaggi dovesse esserci un ballottaggio tra Arce e Mesa, è possibile che parte dei voti di Camacho finisca al candidato conservatore: questo renderebbe più difficile la vittoria del MAS. Secondo i sondaggi, gli indecisi sono ancora il 21,7 per cento della popolazione. L’eventuale ballottaggio è previsto il 29 novembre.