(David McNew/Getty Images)

La legge contro l’omotransfobia resta in attesa

La discussione è rimandata a ottobre: l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non avere una legge che protegga le persone della comunità LGBT+

(David McNew/Getty Images)

Lo scorso luglio, la commissione Giustizia della Camera aveva approvato il disegno di legge contro l’omotransfobia e la misoginia, il cosiddetto “ddl Zan”, dal nome del deputato del Partito Democratico Alessandro Zan che, per la stesura, aveva preso spunto da cinque precedenti proposte. Se dovesse essere approvato dalla Camera e dal Senato, l’articolo principale della legge estenderà le protezioni attualmente in vigore per le etnie e l’orientamento religioso – previste dalla cosiddetta legge Mancino del 1993 – all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

La legge risponde a una situazione concreta. Ancora oggi l’Italia è uno dei pochi paesi europei a non avere una legge che protegga adeguatamente le persone della comunità LGBT+, una sigla per lesbiche, gay, bisessuali e transgender, queer, intersessuali, asessuali e tutte le identità di genere non eterosessuali e non binarie. Arcigay – la principale associazione italiana per i diritti degli omosessuali – parla da tempo di un aumento delle segnalazioni dei casi di violenza. Non solo: secondo l’European LGBTI Survey 2020, in Italia più di una persona LGBT+ su due non fa mai o quasi mai coming out e nove su dieci considerano che il loro paese non si impegni per nulla o quasi per nulla in una lotta efficace ed effettiva contro l’intolleranza e il pregiudizio.

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A che punto siamo?
A fine giugno, Zan aveva detto a Repubblica che sperava di far approvare definitivamente la legge entro la pausa estiva del Parlamento. Lunedì 3 agosto, alla Camera dei Deputati, con l’intervento del relatore, era iniziata la discussione generale.

L’opposizione, guidata dalla Lega, aveva depositato 800 emendamenti e aveva presentato anche l’eccezione di costituzionalità, con un chiaro intento ostruzionistico. L’esame in aula del testo sarebbe dovuto quindi riprendere dopo un voto della Camera contro l’eccezione di costituzionalità, e probabilmente a scrutinio segreto.

A quel punto, Alessandro Zan aveva fatto sapere che per la discussione e la votazione preliminare sull’eccezione di costituzionalità si sarebbe dovuto attendere settembre, dopo la fine della pausa estiva. A inizio settembre, la conferenza dei capigruppo aveva però deciso un ulteriore rinvio a ottobre, per dare spazio al decreto semplificazione, in scadenza, e alla pausa dovuta al voto del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e delle elezioni regionali.

Cosa prevede la legge
Il disegno di legge Zan prevede nove articoli. I primi due introducono l’orientamento e il genere sessuale negli articoli del codice penale, il 604 bis e ter, che puniscono la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione. Il terzo, il più importante, modifica il decreto legge 122 del 1993, la cosiddetta legge Mancino.

All’articolo 1, la legge Mancino prevede il carcere per «chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Il decreto legge Zan vuole estenderla ai reati di violenza «fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere». Includendo anche il genere, il decreto di legge Zan estende la legge Mancino anche alla violenza esercitata sulle donne in quanto donne, prevista già da alcune leggi come quella sul femminicidio.

Negli articoli successivi viene estesa la condizione di «particolare vulnerabilità» alle vittime di violenza fondata «sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere»; viene istituita la giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia per promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere: viene prevista una ulteriore dotazione di 4 milioni di euro per il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità; si prevede che l’Istat realizzi almeno ogni tre anni una rilevazione che possa essere utile a pensare e attuare politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza.

Il disegno di legge Zan è molto criticato dalla CEI, la conferenza dei vescovi cattolici italiani, dai movimenti anti-scelta e dai partiti di destra: «L’introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione», aveva scritto la CEI in un comunicato stampa diffuso il 10 giugno. I vescovi cattolici criticavano di fatto i primi due articoli, che a loro dire limitavano la libertà dei membri del clero di esprimere commenti contro la comunità LGBT+ (la Chiesa Cattolica ha posizioni intransigenti sull’omosessualità e le persone transgender). Come ha spiegato l’Espresso qualche settimana fa, se il ddl diventasse legge verrebbe «punita un’associazione che pubblicando la foto di un attivista gay» invitasse «i suoi seguaci a linciarlo». Non verrebbe punita una persona «che potrà ancora liberamente dire: l’utero in affitto è un abominio, il matrimonio omosessuale è sbagliato».

Per altre ragioni, il ddl è stato criticato anche da una parte del movimento femminista italiano, che si oppone al concetto di “identità di genere” sostenendo che cancelli il concetto di sesso biologico. Si tratta del cosiddetto “femminismo essenzialista e trans-escludente” (da cui la sigla TERF): considera che ci sia una corrispondenza tra sesso e genere (una donna si definisce dunque in base al sesso biologico), e rifiuta, di fatto, anche le alleanze simboliche e politiche con il movimento trans. Una posizione superata dai movimenti femministi e trans-femministi più recenti.