Un campo di allenamento a Dubai (Tom Dulat/Getty Images)
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  • lunedì 14 Settembre 2020

Lo sport nazionale indiano si sposta negli Emirati Arabi Uniti

In India la pandemia è fuori controllo, così il campionato di cricket più importante al mondo si giocherà a duemila chilometri di distanza

Un campo di allenamento a Dubai (Tom Dulat/Getty Images)

Più della metà dell’intero giro di affari generato dal cricket nel mondo proviene dall’India, il cui campionato nazionale istituito nel 2008 vale quasi 7 miliardi di dollari e attira ogni anno i migliori giocatori da tutto il mondo. La tredicesima edizione della Indian Premier League sarebbe dovuta iniziare lo scorso aprile, ma gli effetti dalla pandemia – che in India va sempre peggio – hanno portato alla sospensione a tempo indeterminato di ogni attività.

I dirigenti del campionato si sono riuniti nuovamente ad agosto e hanno deciso di far iniziare la nuova stagione a ogni costo, data la sua rilevanza, superando anche le difficoltà del momento: quindi il torneo è stato trasferito interamente negli Emirati Arabi Uniti, dove inizierà il 19 settembre e ci rimarrà per tre mesi. Le otto squadre giocheranno le partite in tre diversi stadi solo parzialmente aperti al pubblico. Le condizioni di salute dei giocatori verranno monitorate di frequente, come successo in altri sport, anche con l’uso di anelli smart.

Una stagione senza cricket indiano avrebbe potuto compromettere la stabilità di tutto il movimento internazionale del cricket. La disciplina britannica antenata del baseball non ha infatti un altro bacino d’utenza anche solo lontanamente paragonabile a quello indiano, dove per oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone è sport nazionale e dove, per influenza culturale, è seconda solo al cinema di Bollywood. Il vasto seguito del cricket in un paese così popoloso ha reso inoltre impraticabile l’organizzazione del campionato a porte chiuse, dato l’elevato rischio di assembramenti ingestibili per le forze dell’ordine.

Il pubblico alla partita tra Mumbai Indians e Chennai Super Kings (Getty Images)

Secondo i dati forniti da Star India, la rete che ne detiene i diritti di trasmissione, l’ultima stagione è stata seguita da 462 milioni di telespettatori, il dodici per cento in più della precedente. La rete, che trasmette le partite in otto lingue diverse ed è controllata dalla 21st Century Fox di Rupert Murdoch, ha acquisito i diritti per cinque anni pagandoli 2 miliardi e mezzo di dollari.

Per molti giocatori provenienti da Inghilterra, Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda, un paio di stagioni in India possono pareggiare i guadagni di un’intera carriera passata altrove. E non sono solo i giocatori stranieri a beneficiarne, dato che fra le otto squadre del campionato si trovano dirigenti, allenatori e preparatori provenienti da tutti i paesi del Commonwealth. Anche per questo il campionato indiano gode di un trattamento speciale: quando si gioca il cricket in India, non si gioca in nessun’altra parte del mondo e non vengono disputate nemmeno partite internazionali.

Per organizzare la nuova stagione all’estero non c’era paese migliore degli Emirati Arabi Uniti, che da diversi anni si sono ritagliati un posto nel mondo del cricket con una propria nazionale e soprattutto ospitando numerosi eventi ogni stagione. Dal 2009, per esempio, il Pakistan ci gioca la maggior parte delle sue partite casalinghe per motivi di ordine pubblico, e la federazione mondiale ci ha costruito la sua accademia. Gli Emirati sono inoltre un paese facilmente raggiungibile per via aerea, offrono ogni tipo di strutture richieste e non stanno avendo problemi con la pandemia, rimasta sempre sotto controllo.

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