Il palazzo della Corte di Cassazione, a Roma (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
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  • martedì 8 Settembre 2020

La Cassazione ha detto che si può accusare di violenza sessuale chi manda immagini pornografiche su WhatsApp a minorenni

Il palazzo della Corte di Cassazione, a Roma (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

La Corte di Cassazione ha stabilito, con una sentenza depositata oggi, che è legittimo accusare di violenza sessuale chi invia fotografie pornografiche a minorenni tramite app di messaggistica come WhatsApp. La Corte si è espressa su questo tema per via del caso di un uomo di 32 anni che aveva scambiato dei messaggi «sessualmente espliciti» con una ragazza minorenne, le aveva mandato delle proprie foto pornografiche e le aveva chiesto di riceverne di simili, minacciandola di diffondere la loro conversazione all’interno di gruppi sui social network se non lo avesse fatto.

Il giudice per le indagini preliminari che si era occupato del caso dell’uomo, indagandolo per violenza sessuale, ne aveva deciso la custodia in carcere, poi confermata dal Tribunale del riesame di Milano. Gli avvocati dell’uomo avevano allora fatto ricorso, dicendo che non ci fosse stata una violenza sessuale dato che l’uomo e la ragazza coinvolta non si erano incontrati. La Cassazione però ha confermato la decisione del Tribunale del riesame secondo cui si può parlare di violenza sessuale, «pur in assenza di contatto fisico con la vittima quando gli atti sessuali coinvolgessero la corporeità sessuale della persona offesa e fossero finalizzati e idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale nella prospettiva di soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale».

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La Cassazione ha anche confermato la decisione di disporre la custodia in carcere per l’indagato perché l’uomo si è comportato in modo simile con più di una ragazza minorenne.