L'aula della Camera, Roma, 25 giugno 2020 (ANSA/UFFICIO STAMPA CAMERA DEI DEPUTATI)

È vero che la riduzione dei parlamentari è sempre stata una proposta del PD?

La risposta è "sì, ma": la maggior parte delle riforme sostenute o proposte faceva parte di modifiche costituzionali ben più ampie

L'aula della Camera, Roma, 25 giugno 2020 (ANSA/UFFICIO STAMPA CAMERA DEI DEPUTATI)

Il 20 e 21 settembre 2020 si voterà per un referendum costituzionale sulla riduzione di un terzo del numero dei parlamentari di Camera e Senato. Per quanto il Movimento 5 Stelle sia il partito che ha portato avanti e sostenuto di più la riforma – come parte della sua lunga campagna cosiddetta “anti-casta” – nel tempo tutti i grandi partiti l’hanno approvata e votata in Parlamento, compreso il Partito Democratico.

Dentro il PD, però, le cose si sono fatte complicate. Il partito aveva deciso di condizionare il proprio voto favorevole ad alcune misure di “riequilibrio” e a una modifica condivisa della legge elettorale: modifiche che però non sono state fatte. Mentre molti criticano il segretario Nicola Zingaretti per aver valutato che una legge ordinaria e “volatile” come la legge elettorale potesse cambiare così tanto la valutazione su una riforma costituzionale, diversi parlamentari del PD hanno detto che intendono votare No al referendum. Alcuni giornali però hanno fatto notare come nel 2008 proprio il PD avesse presentato e promosso una riforma costituzionale che – senza i correttivi considerati oggi necessari – avrebbe portato a 400 i deputati e a 200 i senatori, e per questo li hanno accusati di incoerenza.

Cosa propose il Partito Democratico
Durante il secondo governo di Romano Prodi, nel 2006, un gruppo di parlamentari del centrosinistra guidato allora da Luciano Violante elaborò un testo (la cosiddetta “bozza Violante”) che all’interno di una revisione costituzionale più ampia – proponeva per esempio un Senato eletto in maniera indiretta – stabiliva a 512 il numero dei deputati e a 186 quello dei senatori. Il progetto non fu approvato nemmeno dalla Camera, perché la legislatura terminò in anticipo: ma prima che il governo cadesse, nella primavera del 2008, la bozza fu approvata in commissione con i voti del PD.

Nel 2008, dopo che venne formato un nuovo governo, alcuni senatori del Partito Democratico – tra cui Luigi Zanda e Anna Finocchiaro – proposero un disegno di legge, il numero 1178, per un taglio “lineare” dei parlamentari: un taglio cioè slegato da una proposta di revisione costituzionale più ampia sui poteri delle due camere. La riforma che il PD sostenne era dunque molto simile a quella attuale, sia per quanto riguarda i numeri che le modalità: nel testo di presentazione si diceva infatti che l’obiettivo era riprendere la riduzione prevista dalla commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema negli anni Novanta (che oltre al taglio stabiliva una serie di altre modifiche) e «isolarla» dalle altre proposte:

«Il presente disegno di legge punta a recuperare, isolandola in una specifica e circoscritta proposta di modifica costituzionale, la prima e più stringente ipotesi di riduzione del numero dei parlamentari, già fatta propria dalla Commissione bicamerale del 1997, attualizzandola per il solo profilo della rappresentanza degli Italiani all’estero.

In particolare, si propone una modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione orientata a fissare in quattrocento il numero dei deputati e in duecento il numero dei senatori, con la riduzione in proporzione del numero dei parlamentari eletti nella circoscrizione Estero, fissati rispettivamente in otto per la Camera e quattro per il Senato. Per le medesime ragioni di preservazione degli equilibri territoriali di rappresentanza già` previsti dall’ordinamento, si prevede inoltre di portare da sette a cinque il numero minimo di senatori per ciascuna Regione».

La commissione Affari costituzionali del Senato esaminò quel disegno di legge insieme ad altri cinque e il testo finale, successivamente approvato anche al Senato ma senza il voto del PD per le significative modifiche intervenute successivamente, riduceva il numero dei deputati a 508 e quello dei senatori a 250 (più i senatori a vita). L’iter della proposta si concluse infruttuosamente con la fine della legislatura. Avendo probabilmente cambiato idea rispetto al 2008, Luigi Zanda e Anna Finocchiaro dicono oggi che con un taglio lineare dei parlamentari il sistema potrebbe non funzionare né dal punto di vista della rappresentanza né da quello della funzionalità, e per questo voteranno No al referendum di settembre.

La proposta di un taglio continuò comunque a essere discussa negli anni successivi. Pier Luigi Bersani inserì la modifica della Costituzione nel suo programma per le primarie del centrosinistra parlando di “dimezzamento” dei parlamentari, e – dopo averle vinte – anche in quello per la campagna elettorale del 2013, senza grandi riforme di accompagnamento. All’epoca, e a sua volta, Matteo Renzi nel suo programma parlò dell’opportunità di modificare anche in senso numerico la composizione di una delle due camere, ma insieme all’abolizione del bicameralismo perfetto.

Le elezioni politiche del 2013 non produssero una chiara maggioranza, tanto da costringere i partiti a chiedere a Giorgio Napolitano la disponibilità a essere rieletto presidente della Repubblica; disponibilità che Napolitano condizionò a un impegno per realizzare le “riforme istituzionali”. Il presidente del Consiglio incaricato Enrico Letta, del Partito Democratico, chiese la formazione di una commissione per le riforme che, tra le altre cose, suggerì poi una Camera di 450 deputati e un Senato composto da non più di 200 persone, ma sempre nell’ambito di modifiche più ampie alle istituzioni. Il tentativo di Letta non andò più lontano di quelli che lo avevano preceduto e il disegno di legge che avrebbe dovuto portare alla creazione della commissione costituente finì bloccato in Parlamento.

Si arrivò così al 2014, al governo Renzi e alla sua proposta di riforma costituzionale, che andava molto oltre il taglio del numero dei parlamentari. Modificava 47 articoli su 139 della Costituzione, prevedeva la fine del cosiddetto “bicameralismo perfetto”, una conseguente riduzione dei poteri del Senato, del numero dei senatori, e un grosso cambiamento nel metodo della loro elezione. Il nuovo Senato sarebbe stato composto da 100 senatori: 74 consiglieri regionali e 21 sindaci (scelti dai Consigli regionali con metodo proporzionale) e altri 5 di nomina presidenziale. La Camera sarebbe invece rimasta inalterata nella sua composizione di 630 deputati. La riforma venne bocciata dal referendum del 2016.