Migranti etiopi diretti da Gibuti verso lo Yemen, in una foto scattata nel 2019 (AP Photo/Nariman El-Mofty)
  • domenica 12 Luglio 2020

La persecuzione dei migranti africani in Yemen durante la pandemia

Sono soprattutto etiopi e somali e sono stati accusati di diffondere il coronavirus tra la popolazione locale

di Yousra El Maghfour
Migranti etiopi diretti da Gibuti verso lo Yemen, in una foto scattata nel 2019 (AP Photo/Nariman El-Mofty)

La situazione dei migranti in Yemen, paese che sta già attraversando una gravissima crisi a causa della guerra, è peggiorata notevolmente durante la pandemia da coronavirus. I migranti, per la stragrande maggioranza somali ed etiopi, sono stati accusati dalla milizia che controlla la capitale Sana’a di essere “untori” del coronavirus. Sono stati perseguitati in modi diversi: sono stati uccisi, arrestati, portati forzatamente al confine con l’Arabia Saudita, o riconsegnati ai trafficanti di esseri umani. Quando arriva in Yemen, la maggior parte dei migranti non sa della guerra e non conosce gli ulteriori rischi che dovrà affrontare.

La guerra in Yemen è iniziata nel 2015 ed è ancora in corso. A combatterla sono due fazioni opposte: i ribelli Houthi, milizia armata appoggiata dall’Iran, e una coalizione militare guidata dai sauditi che appoggia il governo dell’ex presidente yemenita Abd Rabbu Mansour Hadi, riconosciuto a livello internazionale. Secondo le Nazioni Unite, la guerra ha causato la più grande crisi umanitaria del mondo, con più dell’80 per cento degli abitanti del paese con necessità di ricevere aiuti e assistenza primaria. In particolare, la situazione dei migranti africani è molto grave nei territori controllati dai ribelli Houthi, cioè quasi tutta la parte orientale dello Yemen, capitale compresa.

A differenza di quello che molti pensano, le rotte migratorie attraverso il Mediterraneo non sono le più trafficate al mondo. Nel 2019, per esempio, oltre 138mila migranti hanno attraversato il Golfo di Aden, il tratto di mare che collega il Corno d’Africa allo Yemen, contro i circa 110mila che hanno cercato di raggiungere l’Europa via mare. Lo Yemen è un punto di transito per arrivare nella ricca Arabia Saudita, dove la richiesta di manodopera è molto alta. A causa del coronavirus, dall’inizio dell’anno il numero dei migranti sbarcati sulle coste yemenite è calato drasticamente: dagli 11.101 migranti di gennaio ai 1.725 di aprile e ai 1.125 di maggio.

Miliziani Houthi sollevano le loro armi durante una loro manifestazione a Sana’a
(EPA/YAHYA ARHAB via ANSA)

Allo stesso tempo, molti migranti sono rimasti bloccati in Yemen a causa delle restrizioni adottate per il coronavirus. Molti sono stati costretti dai ribelli Houthi alla quarantena in centri appositi affollati e in condizioni sanitarie precarie. «La Covid-19 è solo una tragedia dentro a molte altre tragedie che questi migranti stanno vivendo», ha detto Afrah Nasser, esperta di Yemen all’organizzazione internazionale Human Rights Watch.

Oggi, quando i migranti arrivano nei territori controllati dagli Houthi attraverso le rotte gestite dai trafficanti di esseri umani, vengono accusati di diffondere il contagio. Non trovano accoglienza, ma al contrario vengono uccisi o espulsi sotto minaccia armata e portati nel deserto senza cibo né acqua. Altre volte gli Houthi li trasportano ai confini con l’Arabia Saudita, zone conosciute tra i migranti come “valli da macello”. Qui molti migranti vengono uccisi da colpi sparati dalle guardie di confine saudite, mentre altri vengono incarcerati nelle prigioni.

Il New York Times ha raccontato un episodio successo ad aprile nel campo di Al Ghar, nel nord dello Yemen. Quella mattina, gli Houthi sono arrivati e hanno iniziato a uccidere i migranti del campo. Quelli sopravvissuti all’attacco hanno corso per tre ore per arrivare al confine con l’Arabia Saudita, dove però sono stati nuovamente attaccati dalle forze di sicurezza saudite.

Kedir Jenni, 30enne etiope, è stato uno di coloro che inizialmente erano riusciti a scappare. Jenni è stato intervistato al telefono dal New York Times: «Il suono dei proiettili era come un tuono che non si fermava. Uomini e donne venivano colpiti vicino a te, li vedevi morire e non potevi aiutarli». «Ho promesso ai miei sei fratelli e sorelle più giovani che sarei andato in Arabia Saudita per trovare un lavoro e mandarli a scuola. Ma si è rivelato essere solo un brutto incubo». Jenni è stato arrestato ed ora è detenuto in un carcere saudita.

Questo e gli altri articoli della sezione Il coronavirus in 26 paesi del mondo sono un progetto del workshop di giornalismo 2020 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.