(Gavin Sheridan/Wikimedia – Creative Commons)
  • domenica 12 Luglio 2020

Perché gli irlandesi hanno aiutato una tribù di nativi americani durante l’epidemia da coronavirus

È una storia che risale al 1800, c’entra una malattia delle piante di patate

di Benedetta Bavieri
(Gavin Sheridan/Wikimedia – Creative Commons)

Il 15 marzo 2020 è comparsa sulla piattaforma di raccolta fondi GoFundMe, una delle principali tra quelle gratuite, una campagna per raccogliere aiuti da devolvere ai nativi americani delle riserve Navajo e Hopi, particolarmente colpiti dalla pandemia da coronavirus. All’iniziativa hanno partecipato, ad oggi, 92 mila persone e i dollari raccolti sono stati più di 5 milioni e 500 mila (circa 4 milioni e 800 mila euro). In questi mesi, grazie alla collaborazione fra privati e associazioni, i fondi sono stati usati per fornire acqua, cibo e dispositivi di protezione e materiale medico alle famiglie nelle riserve. La cosa peculiare di questa raccolta è stata la massiccia partecipazione della popolazione irlandese, in nome di una particolare storia di amicizia che lega i nativi americani e l’Irlanda e che risale al 1800.

Negli anni Trenta dell’Ottocento, diverse tribù indiane, fra cui i Choctaw, furono costrette con la forza dal governo americano ad abbandonare i territori che occupavano storicamente a est del fiume Mississippi per spostarsi verso gli stati più a ovest, in particolare verso l’Oklahoma. Questa deportazione massiccia venne poi definita dagli stessi nativi un “sentiero delle lacrime”, a causa della sofferenza e delle numerose morti che causò nella popolazione. Una volta completato l’esodo verso i territori a ovest del fiume, le tribù coinvolte era decimate, stremate e poverissime.

Pochi anni dopo, fra il 1845 e il 1850, in Irlanda ci fu la cosiddetta “Grande carestia”. Al tempo tutta l’Irlanda faceva parte del Regno Unito, che esportava gli alimenti più pregiati prodotti in Irlanda verso le città inglesi, costringendo la popolazione irlandese a nutrirsi prevalentemente di patate. Tuttavia, una malattia che colpì le piante di patate in quegli anni provocò un calo drastico della produzione e una carestia che portò alla morte di oltre un milione di abitanti, nonché alla migrazione di quasi due milioni di persone verso gli Stati Uniti.

La notizia della situazione irlandese fece il giro del mondo e vennero organizzate numerose raccolte fondi in aiuto dell’Irlanda. Quando i membri della tribù Choctaw sentirono che in Europa c’era gente che pativa la stessa disperazione e fame che loro avevano patito 15 anni prima, decisero di agire e raccolsero 170 dollari da mandare in Irlanda per aiutare le famiglie locali (l’equivalente, ad oggi, di 5mila dollari). I Choctaw al tempo erano ancora profondamente segnati dal proprio passato ed estremamente poveri, ma decisero di contribuire lo stesso con quello che potevano.

Grazie a questo gesto, negli anni il rapporto fra i due popoli ha continuato a crescere, e nel 2017 è stata inaugurata una statua a Midleton, in Irlanda, per celebrare e ringraziare i Choctaw. L’opera si chiama “Kindred Spirits” (“spiriti affini”), è stata realizzata dall’artista irlandese Alex Pentek ed è composta da nove piume d’aquila in acciaio, alte sei metri e disposte in cerchio.

La raccolta su GoFundMe era stata creata principalmente per aiutare le riserve Navajo e Hopi, e non la riserva Choctaw, ma gli irlandesi hanno comunque partecipato all’iniziativa. Come riporta il New York Times, il capo della riserva Choctaw in Oklahoma, Gary Batton, ha detto che la tribù è «grata, e forse neanche troppo sorpresa, di vedere l’aiuto che i nostri amici speciali, gli irlandesi, stanno dando alle riserve Navajo e Hopi». A questo proposito ha poi aggiunto: «Speriamo che gli irlandesi costruiscano con i Navajo e gli Hopi un’amicizia duratura come quella che li lega a noi».

Moltissimi dei messaggi che hanno accompagnato le donazioni di questi mesi erano ringraziamenti nei confronti dei Choctaw: «L’Irlanda ricorda» o «Dono oggi in memoria del nostro passato comune e per superare questa crisi insieme, proprio come abbiamo fatto quasi due secoli fa» sono solo alcuni esempi.

Questo e gli altri articoli della sezione Il coronavirus in 26 paesi del mondo sono un progetto del workshop di giornalismo 2020 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.