Uomini della Guardia Nazionale con due feriti durante gli scontri di Tulsa, il 3 giugno 1921 (Hulton Archive/Getty Images)

La storia del massacro di Tulsa, accantonata

Nel 1921 le violenze razziste contro un prospero quartiere nero uccisero più di cento persone, ma si fece in modo di parlarne poco

Uomini della Guardia Nazionale con due feriti durante gli scontri di Tulsa, il 3 giugno 1921 (Hulton Archive/Getty Images)

Il 4 giugno scorso Steve Kerr, l’allenatore della squadra di basket americana Golden State Warriors ed ex giocatore dei Chicago Bulls (molti lo hanno conosciuto in The last dance), ha raccontato con meraviglia di aver scoperto solo recentemente la storia del massacro di Tulsa del 1921. Non era il solo, negli Stati Uniti, a ignorare un episodio di odio razziale e quasi guerra civile che compare pochissimo nei libri di storia americana, al punto che molti abitanti della stessa città di Tulsa, nel nord dell’Oklahoma, non ne hanno mai sentito parlare.

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La consapevolezza riguardo all’evento sta crescendo recentemente, grazie all’aumento delle testimonianze dei sopravvissuti e dei loro parenti. L’anno scorso la rete televisiva HBO produsse la serie TV tratta dal fumetto Watchmen e la ambientò a Tulsa con molti riferimenti al massacro, e sponsorizzò la pubblicazione sull’Atlantic di un fumetto che raccontava l’evento storico. Sempre sull’Atlantic, un articolo di Ta-Nehisi Coates aveva dato qualche anno prima una nuova attenzione a quella storia.

Steve Kerr, che in passato aveva preso posizione su questioni politiche, per esempio esprimendosi contro Donald Trump nel 2017 e contro la politica statunitense sulle armi nel 2018, ha parlato del massacro di Tulsa durante una puntata del suo podcast a inizio giugno. La puntata riguardava l’importanza dell’istruzione per ottenere cambiamenti nella società, mentre in tutto il paese da una settimana molti manifestanti protestavano contro il razzismo strutturale nel paese, a seguito dell’ennesimo omicidio di un uomo afroamericano, George Floyd, da parte di un poliziotto bianco. Steve Kerr ha ammesso di aver sentito parlare del massacro di Tulsa per la prima volta qualche anno fa e ha detto di essere rimasto sconvolto dal fatto che a scuola non se ne parli. L’accantonamento del massacro di Tulsa dalla narrazione pubblica è in effetti una parte della storia.

Gli eventi
Dall’inizio del 1900 nel quartiere di Greenwood, a Tulsa, vivevano circa 11mila persone afroamericane. Il quartiere, separato dal resto della città dai binari di una ferrovia, era particolarmente ricco e autosufficiente, mentre di solito negli Stati Uniti dell’epoca, soprattutto al sud, i quartieri con popolazione a maggioranza afroamericana erano i più poveri. Per questo motivo Greenwood veniva spesso chiamata “Black Wall Street” o “Negro Wall Street”.

Buona parte della popolazione bianca di Tulsa percepiva come inaccettabile la relativa ricchezza del quartiere e aveva paura della concorrenza delle sue attività commerciali. Inoltre i giornali locali posseduti da bianchi descrivevano i pub del quartiere come «fonti di vizio, immoralità e, di conseguenza, mescolanza razziale», rinforzando l’idea agli occhi di molti abitanti della città che i residenti di Greenwood non sapessero stare al loro posto.

Il 30 maggio del 1921 un ragazzo afroamericano di diciannove anni che lavorava come lustrascarpe entrò nell’edificio dove si trovava l’unico bagno pubblico per afroamericani (fino agli anni Sessanta negli Stati Uniti erano in vigore leggi discriminatorie che imponevano la “segregazione”, che fra le altre cose impediva agli afroamericani di usare gli stessi bagni dei bianchi). Salì sull’ascensore dove una diciassettenne bianca faceva da operatrice (una figura necessaria per far funzionare gli ascensori dell’epoca) e poco dopo la ragazza lanciò un urlo. Oggi non si sa cosa successe esattamente dentro l’ascensore, ma l’ipotesi più probabile secondo la Oklahoma Historical Society citata dal Washington Post è che il ragazzo abbia pestato il piede della ragazza. Altre persone accorsero e il ragazzo fu arrestato.

Il 31 maggio un giornale locale scrisse che «un negro aveva attaccato una ragazza» e in un editoriale incitò la popolazione bianca a linciarlo. I linciaggi di afroamericani da parte dei bianchi erano un evento relativamente frequente all’epoca: le leggi segregazioniste e il potere dei bianchi garantivano agli assassini indulgenza e assenza di conseguenze legali. Quella sera due gruppi di persone armate si radunarono davanti al tribunale dove era rinchiuso il ragazzo: uno composto da bianchi, che volevano linciarlo, e uno composto da neri, che volevano difenderlo.

Fra i due gruppi davanti al tribunale iniziarono degli scontri, ma le dinamiche che li originarono sono un altro punto della storia che, a oggi, rimane poco chiaro. Si sa però che quella sera, nella prosecuzione di quegli scontri, centinaia di persone razziarono il quartiere di Greenwood: entrarono con violenza nelle case e nei negozi, presero gli oggetti di valore che vi trovarono e uccisero, secondo una testimonianza riportata dal Washington Post, «ogni persona nera che capitasse sotto i loro occhi». Poi diedero fuoco a case e negozi.

A un certo punto comparvero degli aerei, e anche su questo punto la storia non è chiarissima. È sicuro che la polizia sorvolò il quartiere con lo scopo di contenere le persone in fuga, comunicando con gli agenti a terra attraverso dei messaggi chiusi in contenitori che venivano lanciati sul terreno. Una ricostruzione dei fatti del 2001 suppone che alcuni testimoni nella confusione possano aver scambiato questi contenitori per delle bombe. La stessa ricostruzione però riporta molte testimonianze di sopravvissuti che raccontano di aver visto degli aerei lanciare bombe incendiarie e uccidere a colpi di fucile persone che stavano scappando. Il rapporto conclude quindi che gli aerei furono sicuramente usati dalla polizia, e molto probabilmente alcuni cittadini li usarono per partecipare al massacro, sparando alle persone a terra o lanciando delle bombe incendiarie. È anche possibile che alcuni aerei fossero di proprietà di individui o aziende private, perché nel 1921 a Tulsa esistevano due hangar che avevano la capacità di ospitare 14 aerei. È difficile determinare chi possedesse un aereo all’epoca perché non esisteva un obbligo di registrarne la proprietà.

Al peggiorare delle violenze, l’amministrazione cittadina affidò responsabilità di ordine e polizia agli stessi protagonisti delle persecuzioni nei confronti dei neri, decisione che ovviamente aggravò le repressioni e le impunità.

In un articolo pubblicato recentemente il New York Times ha scritto che furono distrutte «in un batter d’occhio» più di mille case, una dozzina di chiese, cinque hotel, 31 ristoranti, quattro farmacie e otto studi medici, nonché una biblioteca pubblica e un ospedale. Senza tener conto delle prime dichiarazioni delle autorità locali che contavano «qualche dozzina» di morti, dice sempre il New York Times, secondo le ricostruzioni il numero di morti fu fra 100 e 300. Le testimonianze di sopravvissuti emerse recentemente descrivono i linciaggi e le persecuzioni di quei giorni e i trattamenti riservati ai cadaveri: impilati agli angoli delle strade, trasportati fuori dalla città su camion di proprietà del comune, bruciati in inceneritori, scaricati in un fiume o ammassati in fosse comuni.

Molti abitanti del quartiere sopravvissuti al massacro persero dei familiari, la casa o il lavoro, spesso tutti e tre. Le foto dell’epoca mostrano sopravvissuti che vengono portati con una pistola puntata alla testa in campi provvisori. L’opinione pubblica accettò la ricostruzione proposta dalle autorità locali secondo cui a Black Wall Street i neri si erano ribellati contro i bianchi causando dei disordini. Questa versione fu usata anche dalle agenzie di assicurazione come motivazione per rifiutare le richieste di risarcimento degli abitanti del quartiere. Moltissimi sopravvissuti lasciarono la città. Non ci furono conseguenze legali e di quel che era successo si smise rapidamente di parlare.

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Le conseguenze
La strage rimase taciuta pubblicamente fino alla fine degli anni Sessanta – con il saldarsi di coscienze sporche e pavide prudenze ufficiali – quando Don Ross, politico e giornalista afroamericano nato a Tulsa, fondò un giornale che pubblicò degli articoli riguardo al massacro. In seguito Don Ross entrò nel congresso statale dell’Oklahoma e istituì una commissione incaricata di ricostruire gli eventi del 1921. Nel 2001 la commissione pubblicò una descrizione dettagliata dei danni subìti dalla comunità durante il saccheggio (che comprendeva fra le altre cose la ricostruzione del ruolo degli aerei) e richiese un risarcimento per i sopravvissuti e i loro parenti, che fu rifiutato sia dal congresso statale sia dalla corte federale, quest’ultima con la motivazione che il reato era caduto in prescrizione. Anche la richiesta di scavare nell’area di un cimitero dove si sospettava che gli aggressori avessero sotterrato in massa i corpi delle vittime venne negata. La motivazione fu che non c’erano abbastanza prove che i corpi si trovassero lì e che gli scavi sarebbero stati traumatici per i parenti delle persone sepolte nel cimitero.

In un bilancio pubblicato in occasione del novantesimo anniversario del massacro, nel 2011, il New York Times osservò che la consapevolezza locale e nazionale di quello che era successo stava aumentando: due terzi della popolazione della città dicevano di sapere più o meno cosa fossero stati i “tumulti razziali di Tulsa”, ed era stato da poco aperto un “parco della riconciliazione” con un monumento in memoria delle vittime del massacro. Ma erano delle piccole vittorie rispetto al rifiuto di risarcimenti, indagini e inclusione dell’evento nei libri di storia. Nel frattempo i superstiti del massacro stavano morendo di vecchiaia, e con loro le testimonianze rimaste.

Negli anni successivi molti sopravvissuti, ormai anziani, raccontarono pubblicamente quello che avevano visto. Alcuni dichiararono di aver visto gli aggressori gettare corpi in fosse comuni. Nel 2019 la serie Watchmen attirò nuova attenzione sull’evento storico: la protagonista è discendente di una vittima del massacro. Poco tempo dopo il sindaco di Tulsa riaprì l’indagine che prevedeva gli scavi in zone della città, per trovare e identificare le vittime. A febbraio di quest’anno aveva dichiarato che c’erano abbastanza prove per iniziare gli scavi, che sono poi stati rimandati per via della pandemia da coronavirus.

Sempre a febbraio di quest’anno il dipartimento dell’istruzione dell’Oklahoma ha dichiarato che avrebbe inserito il massacro di Tulsa nel programma di Storia. Già nel 2011 il congresso statale aveva comunicato che la storia del massacro sarebbe stata insegnata nelle scuole, senza però istituire un fondo per finanziare la formazione e l’applicazione della decisione.

Ricominciare a parlarne
Steve Kerr ha ammesso di avere ancora molto da imparare sulla storia del paese associandosi a una crescente tendenza degli statunitensi bianchi a prendere coscienza della propria posizione privilegiata e sforzarsi di comprendere la situazione di oppressione quotidiana dei loro connazionali neri. Secondo la logica del movimento Black Lives Matter, che ha acquisito visibilità dal 25 maggio scorso (giorno della morte di George Floyd, che ha scatenato moltissime manifestazioni), includere il massacro di Tulsa nei programmi scolastici servirebbe a ammettere nell’immaginario nazionale collettivo che storicamente sono state commesse delle ingiustizie ai danni della popolazione afroamericana: anche in quello dei bianchi, a cui si chiede di partecipare alle manifestazioni sforzandosi di ascoltare e imparare, perché la visione del mondo di una persona bianca si basa spesso (per ragioni strutturali che vanno al di là della responsabilità personale) su un immaginario parziale.

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Per i bianchi, ammettere che la popolazione afroamericana fu sottoposta a molte più violenze del resto della popolazione nella storia statunitense è descritto come un modo per comprendere il concetto di razzismo sistemico, che si potrebbe riassumere così: le violenze contemporanee sulla popolazione afroamericana hanno origine nel periodo della schiavitù, durato quasi quattro secoli, e nella segregazione che ne conseguì ed ebbe fine, dal punto di vista legale, solo nel 1964. I secoli di discriminazioni fecero interiorizzare alla popolazione bianca un sentimento di sospetto verso le persone con la pelle scura, le cui espressioni vanno dalla preferenza istintiva per un posto in metropolitana vicino a una persona bianca piuttosto che nera, fino alle violenze della polizia.

Questo lavoro di consapevolezza ha molte più probabilità di ottenere risultati se avviene a partire dalle scuole. Per questo includere episodi come il massacro di Tulsa nei programmi scolastici è ritenuta una rivendicazione importante, come le altre revisioni storiche che negli Stati Uniti vengono affrontate in queste settimane.