(Matthew Horwood/Getty Images)

Il desametasone contro la COVID-19 non è per tutti

Uno dei farmaci più promettenti per trattare la malattia causata dal coronavirus è utile nei casi gravi, mentre potrebbe fare danni tra i pazienti con sintomi lievi

(Matthew Horwood/Getty Images)

A metà giugno le prime notizie sul desametasone – un farmaco antinfiammatorio steroideo con risultati promettenti nei casi gravi di COVID-19 in una ricerca svolta nel Regno Unito – erano state diffuse con grande enfasi dal governo britannico e accolte con interesse da medici e ricercatori che si occupano della malattia causata dal coronavirus. A distanza di una decina di giorni dall’annuncio alla stampa, il gruppo di ricerca ha infine messo a disposizione il proprio studio online, dal quale emerge che il desametasone potrebbe causare danni in chi ha forme più lievi di COVID-19 e dovrebbe quindi essere utilizzato con grande cautela.

Il desametasone è impiegato in medicina dai primi anni Sessanta: è un farmaco economico e facile da reperire, utilizzato soprattutto per trattare malattie come l’artrite reumatoide, l’asma, alcuni tipi di allergie gravi e patologie croniche che interessano l’apparato respiratorio. Come altri antinfiammatori steroidei (cortisonici), il desametasone blocca alcuni meccanismi del sistema immunitario consentendo di tenere sotto controllo i processi infiammatori.

Attraverso un’infiammazione, il nostro organismo si protegge da agenti esterni, come virus e batteri, ma in alcuni casi la risposta finisce fuori controllo e comporta seri danni ai tessuti cellulari interessati. Nei casi gravi di COVID-19 succede proprio questo: sopraffatto dalla massiccia presenza del coronavirus, soprattutto nei tessuti polmonari, il sistema immunitario risponde in modo sempre più sproporzionato, facendo seri danni e rendendo necessaria la somministrazione di farmaci per riportarlo sotto controllo.

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Secondo i risultati della ricerca, il desametasone consente di ottenere questo risultato nei pazienti in condizioni gravi, ma solo se viene utilizzato nei tempi giusti e con ulteriori precauzioni, diverse da paziente e paziente. In alcuni casi, infatti, il farmaco ha causato più danni che benefici e non è ancora chiaro che cosa abbia determinato esiti così differenti.

Gli autori della ricerca avevano accennato a questa circostanza nel comunicato stampa con cui avevano dato notizia dei risultati ottenuti a metà giugno, ma avevano ricevuto alcune critiche per non avere diffuso da subito la versione integrale del loro studio con dati e analisi più approfondite. Quella ora disponibile è comunque in un formato preliminare: non è stata sottoposta a una revisione alla pari e non è stata ancora pubblicata su una rivista scientifica.

Nello studio si legge che il desametasone ha dato esiti positivi nei pazienti malati da almeno una settimana. Rispetto al gruppo di controllo, negli individui trattati con il farmaco, le morti si sono ridotte di un terzo tra i ricoverati in condizioni gravi e intubati nei reparti di terapia intensiva, e di un quinto tra chi era sottoposto a terapie con mascherine per la somministrazione di ossigeno.

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I ricercatori hanno però notato che tra i pazienti con sintomi importanti (ma non tali da rendere necessario il ricorso all’intubazione) trattati con desametasone il tasso di morte era lievemente più alto, rispetto a quello degli individui assistiti con altre tipologie di farmaci. I dati indicano una differenza statisticamente non significativa, ma diversi altri esperti hanno invitato a non sottovalutarli, ricordando che la COVID-19 si presenta spesso in due fasi distinte.

Nella prima, il coronavirus inizia a replicarsi sfruttando le cellule e viene contrastato dal sistema immunitario, che ha quindi bisogno di potere agire senza farmaci che interferiscano con la sua attività. In questa fase, in cui i sintomi sono solitamente più lievi, non è quindi consigliabile utilizzare medicinali come il desametasone, che potrebbero inibire la risposta immunitaria, dando modo al coronavirus di estendere l’infezione.

Nella seconda fase, che di solito interessa i pazienti gravi, il sistema immunitario finisce invece fuori controllo nel tentativo di ostacolare il coronavirus, e può causare seri danni ai tessuti interessati dall’infezione, a cominciare da quelli dei polmoni. In questo caso l’impiego del desametasone può aiutare a moderare la risposta immunitaria, riducendo l’entità dell’infiammazione e migliorando le condizioni del paziente.

Da mesi medici e ricercatori valutano quali siano i trattamenti più adeguati contro la COVID-19, cercando di modulare la risposta immunitaria per evitare che faccia danni. L’impiego di antinfiammatori steroidei viene valutato con attenzione, proprio perché potrebbe rivelarsi controproducente nei pazienti con sintomi lievi e il cui sistema immunitario sta rispondendo adeguatamente all’infezione da coronavirus. Il desametasone non sembra quindi essere la risposta giusta per i casi più lievi, né per un impiego preventivo per ridurre i rischi di sviluppare sintomi più gravi.

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Lo studio condotto nel Regno Unito è comunque un buon punto di partenza e offre qualche spunto incoraggiante per il trattamento della COVID-19. La ricerca non risponde però ad alcuni dubbi circa gli effetti nel medio e lungo periodo del farmaco. La sperimentazione dovrebbe essere inoltre ripetuta per verificare ulteriormente le conclusioni cui sono arrivati i ricercatori.

Anche se in attesa di ulteriori dettagli, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato di essere al lavoro per inserire il desametasone e altri trattamenti nelle sue linee guida per la COVID-19. L’OMS sta inoltre lavorando per assicurarsi che il farmaco possa essere prodotto in dosi sufficienti per un suo impiego su larga scala, nel trattamento dei pazienti con sintomi gravi. La domanda per il desametasone è aumentata sensibilmente nell’ultima decina di giorni, con alcuni paesi che ne hanno ridotto le esportazioni per assicurarsi di averne a sufficienza.