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L’aria condizionata e il coronavirus

Quali rischi ci sono nell'utilizzarla e cosa si può fare per ridurli, da evitare il ricircolo dell'aria ad aprire spesso le finestre

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Con i primi caldi estivi, in molti hanno iniziato a chiedersi se l’utilizzo dell’aria condizionata faccia aumentare il rischio di contrarre il coronavirus, e di conseguenza comporti una maggiore diffusione della pandemia. Dubbi simili erano stati espressi nei mesi scorsi per alcuni mezzi di trasporto che necessariamente devono ricorrere all’aria condizionata, come gli aeroplani e i treni dell’alta velocità. Il tema è piuttosto dibattuto e, seppure le evidenze scientifiche raccolte finora siano parziali e da approfondire, si possono trarre alcune prime conclusioni sulle buone pratiche da seguire per ridurre i rischi.

Negli ultimi mesi diversi studi hanno fornito dettagli su casi di trasmissione del SARS-CoV-2, il coronavirus che causa la COVID-19, tramite le gocce di saliva che produciamo quando parliamo ad alta voce, cantiamo, tossiamo o facciamo uno starnuto. Le gocce di maggiori dimensioni (droplet) rimangono in sospensione nell’aria per poco tempo e si depositano poi sulle superfici, che possono diventare veicolo di contagio se toccate da persone non infette che si toccano poi la faccia con le mani sporche. Le gocce di dimensioni più piccole restano invece in sospensione nell’aria più a lungo (aerosol), e c’è il sospetto che in particolari condizioni di umidità e di scarso ricambio dell’aria possano causare nuovi contagi, soprattutto se si condividono per lungo tempo gli stessi spazi chiusi con una persona contagiosa.

Malattie al chiuso
La scarsa ventilazione degli ambienti è nota da tempo per essere una delle cause di trasmissione delle malattie infettive. Secondo diversi studi, per esempio, è un fattore nella diffusione dell’influenza stagionale, che raggiunge il suo picco proprio nei mesi più freddi dove tendiamo a rimanere più a lungo al chiuso, condividendo gli stessi spazi con altre persone. Come per altre malattie infettive, anche nel caso della COVID-19 il ruolo della ventilazione degli ambienti nella diffusione della malattia non è stato ancora completamente chiarito, anche se le prime ricerche indicano un accresciuto fattore di rischio per uffici, ristoranti e altri luoghi nei quali si rimane per lungo tempo al chiuso.

Una ricerca realizzata in Cina, il paese da cui è partita l’epidemia, ha analizzato l’origine e l’evoluzione di 318 piccoli focolai epidemici, rilevando come tutti tranne uno si fossero sviluppati al chiuso. Altre ricerche hanno evidenziato la presenza di contagi negli eventi con molto pubblico all’aperto, dove evidentemente è più difficile praticare il distanziamento fisico, circostanza che coinvolge anche ambienti al chiuso, per esempio i tunnel attraversati dal pubblico per raggiungere gli spalti di uno stadio.

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Tempo
La quantità di tempo trascorsa in un ambiente con scarso ricambio d’aria sembra inoltre essere un fattore rilevante, nell’aumento del rischio di diffusione del coronavirus. Uno studio ha ricostruito la catena dei contagi negli Stati Uniti tra i membri di un coro, che avevano trascorso circa due ore e mezza condividendo lo stesso ambiente durante le prove. Tra i 61 partecipanti erano stati rilevati 32 casi di contagio diretto e 20 altri probabili casi di contagio secondario. Durante il canto si emette una grande quantità di droplet e i ricercatori stimano che questa circostanza abbia contribuito al numero così rilevante di nuovi contagi.

Uffici e ristoranti
Nei mesi scorsi era stata molto commentata una ricerca condotta in un call center in Corea del Sud, dove oltre il 40 per cento degli impiegati aveva contratto il coronavirus. La maggior parte dei 216 dipendenti lavorava in un ambiente piuttosto affollato e, ricostruendo le dinamiche del contagio, i ricercatori avevano concluso che la permanenza per lungo tempo nello stesso ambiente avesse influito più di altri fattori nella diffusione del coronavirus.

Partendo da queste ricerche, da altri studi e conoscenze pregresse, alcuni ricercatori hanno provato a capire se la presenza dei sistemi di ventilazione, come quelli per l’aria condizionata, sia un ulteriore fattore di rischio. Lo studio che ha ricevuto più attenzioni, ed è stato più citato, ha riguardato un ristorante in Cina, dove sono stati rilevati 10 contagi tra tre diverse famiglie. Avevano tutte cenato nella serata del 23 gennaio nel ristorante, e avevano poi sviluppato i sintomi della malattia tra il 26 gennaio e il 10 febbraio.

I tavoli del ristorante erano a oltre un metro di distanza l’uno dall’altro, quindi in regola con le raccomandazioni per praticare un minimo di distanziamento fisico. La persona contagiosa, che avrebbe poi trasmesso il coronavirus a tutte le altre, al momento della cena aveva sintomi molto lievi e ne avrebbe sviluppati di più rilevanti (tosse e febbre) solo alla fine della serata. Le persone poi contagiate si trovavano tutte lungo il flusso d’aria prodotto da un condizionatore, mentre gli altri ospiti del ristorante non coinvolti dalla corrente d’aria non erano stati contagiati.

Trasporti ed eventi
Un’altra ricerca realizzata in Cina, e diffusa in forma preliminare (quindi da prendere con qualche cautela), ha ricondotto l’origine di due focolai all’aria condizionata, dotata di sistemi per il ricircolo dell’aria. In un caso si era trattato di attività intorno a un evento religioso in un tempio: la persona contagiosa, proveniente da Wuhan (l’epicentro della pandemia) non aveva ancora sintomi rilevanti e li avrebbe sviluppati solamente nella serata dopo l’incontro al tempio. Aveva effettuato un viaggio in autobus di 100 minuti, con altri 67 passeggeri, 23 dei quali sarebbero poi risultati contagiati.

I ricercatori hanno notato che i passeggeri più vicini all’infetto non avevano un rischio più alto di essere contagiati rispetto a quelli seduti a maggiore distanza. Quelli con posto vicino al finestrino non sono stati contagiati, cosa che sembra indicare che il flusso d’aria del condizionatore dell’autobus avesse influito sulla diffusione del coronavirus solamente in alcune aree del veicolo.

L’altro focolaio aveva invece interessato un corso di formazione, sempre in Cina, nel quale erano coinvolti 30 individui provenienti da diverse città, che erano rimasti in alberghi diversi e non avevano mangiato insieme durante il corso. La formazione era suddivisa in quattro sessioni di gruppo da 4 ore ciascuna, organizzate in due stanze rispettivamente da 49 e da 75 metri quadrati. Il sistema dell’aria condizionata era impostato per attivarsi automaticamente 10 minuti ogni quattro ore, utilizzando un sistema di ricircolo dell’aria. La metà dei partecipanti ha contratto il coronavirus e ha poi mostrato sintomi da COVID-19 a cominciare da un paio di giorni di distanza dalla fine del corso.

Filtri
I sistemi di filtraggio dell’aria più avanzati, come quelli HEPA (High Efficency Particulate Air), si sono rivelati utili per trattenere almeno parte delle particelle virali del SARS-CoV-2. Sono filtri piuttosto diffusi e già da tempo impiegati nei sistemi di ventilazione degli ospedali e in quelli degli aeroplani, dove il ricircolo della stessa aria è inevitabile durante le fasi di volo. Tuttavia, a oggi non ci sono evidenze scientifiche solide a sufficienza per sostenere che i filtri HEPA da soli abbiano un ruolo nel prevenire la diffusione delle malattie infettive.

Uno studio realizzato anni fa sul SARS-CoV-1, il coronavirus che causa la SARS, valutò i fattori di rischio tra diversi tipi di aerazione negli aeroplani di linea di maggiori dimensioni, rilevando come i sistemi di ventilazione che fanno circolare l’aria in tutta la cabina siano più rischiosi rispetto a quelli che prevedono la presenza delle bocchette (da aprire, chiudere e regolare) sopra a ogni singolo posto. La ricerca lasciava comunque diverse domande senza risposta circa le dinamiche di diffusione degli agenti infettivi tramite l’aria condizionata negli aerei.

Quindi
Sulla base di queste e altre ricerche, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC, un’agenzia indipendente dell’Unione Europea) ha sintetizzato le evidenze scientifiche finora disponibili su sistemi di aerazione e coronavirus:

• La trasmissione della COVID-19 avviene di norma negli spazi chiusi.
• A oggi non ci sono prove circa infezioni da SARS-CoV-2 causate da aerosol infetti distribuiti tramite i condotti dei sistemi di climatizzazione. Il fattore di rischio è indicato come molto basso.
• Sistemi di ventilazione ben tenuti, compresi i condizionatori, filtrano tranquillamente i droplet più grandi contenenti il SARS-CoV-2. È possibile che gli aerosol (piccolissime gocce) si diffondano tramite i sistemi di ventilazione all’interno di un edificio o di un veicolo e tramite i condizionatori, se mantengono il ricircolo dell’aria.
• Il flusso d’aria prodotto da un sistema di ventilazione potrebbe facilitare la diffusione dei droplet prodotti dalle persone infette a grandi distanze, all’interno di ambienti chiusi.
• I sistemi di ventilazione potrebbero avere un ruolo nel ridurre il rischio di trasmissione negli ambienti chiusi a patto che aumentino il tasso di ricambio d’aria, riducano il ricircolo e aumentino l’introduzione di aria dall’esterno.

Dalla sintesi dell’ECDC, ma anche da altri documenti come le raccomandazioni prodotte dall’Istituto Superiore di Sanità in Italia (non sono state prodotte nuove norme specifiche), è evidente come al momento il consiglio sia assumere il maggior numero di precauzioni possibili, in attesa di avere elementi più chiari da chi si occupa di fare ricerca.

Ridurre i rischi
Per ridurre il rischio di contagio negli ambienti chiusi valgono in primo luogo le pratiche consigliate da tempo e che ormai conosciamo bene: applicare il distanziamento fisico, lavarsi spesso e bene le mani, utilizzare le mascherine dove non è garantita una distanza sufficiente dal prossimo, ridurre i tempi di permanenza in ambienti chiusi, soprattutto se non è garantito un ricambio d’aria sufficiente.

Se un sistema di ventilazione e condizionamento è tenuto secondo le indicazioni del produttore, con regolari cicli di manutenzione e pulizia, non sono necessari ulteriori interventi straordinari per ridurre il rischio di diffusione della COVID-19.

Nei locali e negli uffici di grandi dimensioni solitamente sono presenti sistemi centralizzati per l’aria condizionata, che prevedono la possibilità di introdurre aria dall’esterno, offrendo un discreto ricambio. Questa modalità dovrebbe essere preferita rispetto a quella di ricircolo della stessa aria, che potrebbe fare aumentare il rischio di trasmissione del coronavirus.

I singoli condizionatori, come quelli da parete per piccoli ambienti, di solito raffreddano l’aria della stanza in cui sono installati, ma non ne attingono altra dall’esterno. Ciò comporta un maggiore rischio e rende quindi consigliabile l’apertura periodica delle finestre per garantire un maggiore ricambio dell’aria.

L’ECDC consiglia inoltre di evitare che i sistemi di ventilazione creino correnti dirette verso gli occupanti degli ambienti, perché ciò potrebbe favorire il contagio, come probabilmente avvenuto nel ristorante in Cina di cui parlavamo prima. Anche in questo caso, comunque, garantire uno scambio d’aria con l’esterno dovrebbe ridurre sensibilmente i rischi.

La qualità dell’aria al chiuso viene spesso trascurata, nonostante si stimi che ogni anno l’inquinamento degli ambienti chiusi sia tra le cause di morte di almeno un milione di persone. Pochi accorgimenti, come la corretta manutenzione e pulizia degli impianti, potrebbero contribuire a ridurre sensibilmente il problema, così come la progettazione di sistemi di aerazione più efficienti e che garantiscano un ricambio d’aria adeguato.

I maggiori rischi di contagio al chiuso sono spesso sottovalutati, così come l’importanza di garantire un buon ricambio d’aria, e per questo può tornare utile un’efficace analogia proposta dal medico James Hamblin sull’Atlantic: “Tossire in una stanza ben ventilata è come fare pipì in un fiume rispetto a farla in una vasca da bagno: idealmente non fareste nessuna delle due cose, ma una è sicuramente peggio dell’altra”.