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In Cina sono tornati i venditori di strada

Sembra che il governo abbia cambiato idea su di loro, probabilmente a causa dell'aumento della disoccupazione degli ultimi mesi

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In Cina, da qualche tempo, sono aumentati i venditori di strada: quelli che da una bancarella o un baracchino (o anche solo con un lenzuolo appoggiato a terra) vendono prodotti di ogni tipo, alimentari e non. Erano molto popolari fino a un paio di decenni fa, poi però il governo aveva deciso di limitarne notevolmente il numero, ritenendo che comunicassero un’idea poco moderna del paese. Ora invece è stato proprio il governo – o almeno una sua parte – a incentivarne di nuovo la presenza: e probabilmente ha tutto a che fare con i problemi economici conseguenti all’epidemia da coronavirus.

Negli ultimi giorni, del ritorno dei venditori di strada in Cina si sono occupati alcuni dei più importanti giornali al mondo – il New York Times, l’Economist e il Guardian, tra gli altri – e questo perché c’è chi ritiene che le nuove posizioni del governo possano essere il segno di problemi molto più grandi.

Fino agli anni Ottanta i venditori di strada o ambulanti erano visti, ha scritto il Guardian, «come un simbolo della fiorente economia di mercato cinese» e quel tipo di attività era incentivato come utile alternativa alla disoccupazione. Se ne parlò in particolare negli anni Novanta, quando molte ex aziende statali vennero in parte privatizzate causando numerosi licenziamenti. Poi, già dal finire degli anni Novanta, i venditori ambulanti – in particolare i ditan, cioè quelli che vendono i loro prodotti direttamente da terra – vennero sempre più osteggiati dalle autorità, in quanto simbolo di qualcosa che la Cina non voleva più essere. «Nel nome della civilizzazione della vita urbana, si cercò di far vendere ravioli e giocattoli nei negozi, non per strada», ha scritto l’Economist.

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Fino a poche settimane fa, quindi, la situazione era questa: ovviamente esistevano ancora venditori ambulanti, ma il Partito Comunista cinese non ne incoraggiava in nessun modo la presenza, anzi.

La posizione del Partito – e in diretta conseguenza quella del governo – è ufficialmente cambiata il primo giugno, quando il primo ministro Li Keqiang, ha detto che i venditori ambulanti sono di «vitale importanza» per l’economia del paese perché «solo quando le persone stanno bene anche il paese può stare bene». Li ha detto inoltre che il 43 per cento della popolazione cinese (circa 600 milioni di persone) guadagna meno di 130 dollari al mese e che per chi si è trovato senza lavoro dopo le chiusure conseguenti al coronavirus la vendita ambulante può essere una soluzione. Come ha fatto notare il New York Times, è un raro caso di parole che «sfidano la narrativa del Partito Comunista su un paese prospero e senza problemi».

Dopo le parole di Li, diversi media cinesi hanno pubblicato elogi dei venditori ambulanti e ricordato che anche Jack Ma, il cofondatore di Alibaba e uno degli uomini più ricchi della Cina, per un periodo della sua vita aveva venduto per strada piccoli oggetti di artigianato.

Alle nuove posizioni del governo ha fatto seguito un crescente interesse da parte della popolazione. Sono molto aumentate le ricerche e le vendite di strumenti necessari per aprire e gestire piccole attività di vendita ambulante e diverse città hanno risposto dicendo che non ostacoleranno più – come invece facevano fino a poco tempo fa – la vendita fatta direttamente per strada. Non tutti, però, si sono allineati alle posizioni di Li. L’amministrazione di Pechino, per esempio, si è opposta al ritorno dei venditori in strada e un articolo sul più importante quotidiano cittadino ha parlato della vendita ambulante come di qualcosa di «non igienico e non civile».

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Ci sono quindi diversi dubbi sulla solidità della nuova posizione cinese sui venditori ambulanti. Per qualcuno è solo una piccola, parziale e temporanea concessione ai cittadini, che il governo si è praticamente trovato obbligato a fare, visto che la vendita per strada è diventata per molti l’unica possibilità per avere qualche tipo di entrata economica. A questo proposito, il Guardian ha fatto notare che il governo sembra aver già smorzato le aperture di Li, chiedendo ai media di limitare gli elogi all’attività di vendita per strada e non opponendosi alla posizione presa dall’amministrazione di Pechino. Può darsi, quindi, che la Cina si sia trovata a dover fare questa piccola concessione, ma che non voglia darle troppo risalto, per non farla diventare un simbolo di qualcos’altro.

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Shui Jin, «un’anziana signora che vende albicocche e ciliegie per le vie di Suzhou», scrive l’Economist, ha raccontato che il cambiamento «non è stato comunque così radicale: prima i poliziotti [o meglio i chengguan, altri funzionari in qualche modo assimilabili alle forze di polizia] le requisivano il carretto da cui vendeva e le davano una multa, ora le chiedono solo di spostarsi altrove».

Non sembra nemmeno, tra l’altro, che la vendita fatta direttamente per strada potrà avere un importante impatto economico. Molti venditori ambulanti erano spariti per l’arrivo delle piattaforme di e-commerce, non solo perché così aveva voluto il governo. E la vendita per strada, tra l’altro in città al momento senza turisti, può essere una soluzione solo finché serve a rispondere a una domanda di prodotti che al momento non è altissima. Xu Jianhua, che si occupa di sociologia per l’università di Macao e ha fatto studi sui venditori di Guangzhou, ha detto al Guardian di ritenere che si tratti di una misura temporanea dovuta alle conseguenze del coronavirus.

Il problema, in questo caso, è che si tratterebbe di una piccola risposta a un problema ben più grande: i dati ufficiali parlano, per la Cina, di una disoccupazione al 6 per cento; ma ci sono altre stime secondo cui potrebbe essere intorno al 20 per cento. E solo nel 2019 ad aggiungersi a chi già sta cercando un lavoro arriveranno più di 8 milioni di nuovi laureati.