(Justin Sullivan/Getty Images)
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  • domenica 24 Maggio 2020

Il coronavirus risolverà il problema degli affitti di San Francisco?

Ora che molti dipendenti della Silicon Valley possono (o devono) lavorare da casa, qualcuno si chiede se abbia senso continuare a vivere in un'area dai costi spropositati

(Justin Sullivan/Getty Images)

La San Francisco Bay Area – l’area della California in cui si trovano sia la città di San Francisco che la Silicon Valley – è nota per ospitare diverse tra le più grandi aziende di tecnologia al mondo, comprese Apple, Google e Facebook, ma anche per essere tra le più diseguali, invivibili e costose degli Stati Uniti. Da anni abitare in quell’area costa tantissimo: perché le case sono poche, e ci sono molte persone disposte a pagare moltissimo per ottenerle. Il coronavirus, però, ha complicato le cose: qualcuno ha perso il lavoro nei licenziamenti conseguenti alla pandemia e moltissimi altri hanno mantenuto il proprio impiego ma hanno iniziato a svolgerlo da casa. Come hanno osservato sia Bloomberg che The Verge, questo potrebbe portare molte persone a lasciare la propria casa nella Bay Area, e riequilibrare un po’ domanda e offerta.

La Silicon Valley – chiamata così per via del silicio usato per i circuiti dei computer – è un centro tecnologico da decenni, e da decenni San Francisco è una città i cui costi degli affitti sono esorbitanti e fuori controllo. Negli ultimi quindici anni circa, poi, le cose sono davvero peggiorate. San Francisco è una città di estremi opposti – una persona ogni 11.600 abitanti è un miliardario e quasi una persona ogni 100 è un senzatetto – ed è una città in cui, secondo dati precedenti al coronavirus, l’affitto medio di un bilocale è 3.700 dollari al mese. Per l’acquisto di una casa monofamiliare si parlava invece, circa un anno fa, di 1,6 milioni di dollari.

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A tutto questo negli ultimi mesi si sono aggiunte le restrizioni che hanno portato la gran parte dei dipendenti di tutte le aziende tecnologiche della Bay Area a lavorare da casa, e a mettere in prospettiva di poterlo o addirittura doverlo fare per diversi altri mesi. Google ha annunciato che tutti i suoi dipendenti la cui presenza fisica non è indispensabile potranno lavorare da casa fino alla fine dell’anno. Una parte dei dipendenti di Facebook potrà lavorare da casa in modo permanente, la stessa cosa decisa da Twitter.

Le cose da sapere sul coronavirus

Va da sé, quindi, che chiunque per lavorare abbia bisogno solo di un computer e di una connessione a internet possa decidere di continuare a prendere il suo ottimo stipendio e spostarsi in aree in cui gli affitti siano meno cari rispetto alla Bay Area, cioè in quasi ogni altra zona del mondo. Per qualcuno potrebbe essere una soluzione temporanea, anche per evitare di trovarsi in una città grande e affollata durante i prossimi mesi; per qualcun altro potrebbe diventare una soluzione a lungo termine.

Come spiega Bloomberg, non è detto però che le aziende siano disposte ad accettarlo. Per prima cosa perché non tutti, non per sempre, potrebbero continuare a pensare, come ha fatto Twitter, che far lavorare i dipendenti da casa o in ufficio sia la stessa cosa. Ma anche perché in passato molte di queste aziende hanno puntato molto sul “fare squadra” tra i propri dipendenti e creare veri e propri campus, in cui oltre a lavorare in ambienti particolarmente moderni e stimolanti i dipendenti potessero avere modo di praticare anche altre attività extralavorative. Le sedi di queste aziende hanno campi sportivi, palestre piscine, mense bellissime, spazi comuni ricreativi da usare liberamente. Inoltre, certe aziende potrebbero ritenere che non sia più il caso di pagare “stipendi da Silicon Valley” a persone che invece non devono spostarsi per andare al lavoro e non devono pagare “affitti da Silicon Valley”.

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Bloomberg solleva anche altri possibili problemi, sia per le aziende che per i loro dipendenti. Come faranno, per esempio, aziende come Facebook e Google a garantire il distanziamento fisico dei dipendenti in uffici appositamente pensati per favorire l’interazione, l’incontro e la collaborazione tra più persone, con molti spazi comuni? E invece, per i dipendenti, ci saranno eventuali corsie preferenziali, magari nel caso di scegliere chi promuovere, per chi sceglierà di andare in ufficio anziché lavorare da casa? O magari saranno le aziende, o parti di esse, ad arrendersi al cambiamento e abbandonare – almeno in parte, e anche solo temporaneamente – San Francisco o la Silicon Valley?