Passeggeri seduti in tram con le mascherine a Gelsenkirchen in Germania, lunedì 27 aprile 2020 (AP Photo/Martin Meissner)
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  • mercoledì 29 Aprile 2020

Davvero in Germania è peggiorata la situazione dopo l’allentamento delle restrizioni?

La risposta è no, a guardare i dati, nonostante quello che se ne è letto e detto qui da noi

Passeggeri seduti in tram con le mascherine a Gelsenkirchen in Germania, lunedì 27 aprile 2020 (AP Photo/Martin Meissner)

La Germania è uno dei paesi europei che ha iniziato ad allentare gradualmente le restrizioni imposte per contenere il contagio da coronavirus. Da ieri in Italia il caso della Germania viene citato da giornali, alcuni politici e commentatori per difendere la prudenza del governo italiano sulle riaperture, sostenendo che in Germania all’allargamento delle restrizioni sia risalito l’indice di contagio se non che i contagi siano addirittura “risaliti alle stelle”. Con scarsa attenzione, però, alla reale situazione tedesca e soprattutto ai dati.

Il 20 aprile il governo tedesco aveva autorizzato la riapertura dei negozi fino a 800 metri quadrati di superficie, che avessero presentato un piano che garantisse misure igieniche e distanze tra i clienti. Negli ultimi giorni, inoltre, gli studenti di alcune classi sono già tornati a scuola e altri faranno altrettanto la prossima settimana. Il 4 maggio dovrebbero riaprire anche i parrucchieri, mentre il divieto di eventi pubblici di grandi dimensioni e cerimonie religiose è stato esteso fino al 31 agosto.

I dati del Robert Koch Institute dicono che in Germania, all’inizio di marzo, il numero di riproduzione di base (R0) – cioè il numero medio di nuovi contagi che genera una persona infetta, in una popolazione che è totalmente suscettibile a un virus, come avviene con una nuova malattia – era pari a 3. Dopodiché, è diminuito: si è stabilizzato intorno a 1 dal 22 marzo, è leggermente aumentato dal 3 aprile e il 4 aprile era pari a 1,2. Dal 7 al 14 aprile aveva un valore stimato che andava da un massimo di 1,3 a un minimo di 1. Il 15 era 0,9, il 16 e 17 era 0,7, il 18 e 19 o,8 e dal 20 al 26 aprile era 0,9. Il 27 era tornato a 1 e ieri, 28 aprile (ultimo dato disponibile) era 0,9 (dopo la stima a 1, l’RKI ha poi rivisto al ribasso). Se R0 è inferiore a 1, significa che ogni infetto contagia in media meno di una persona e quindi la diffusione dell’epidemia tende a rallentare. Il dato quindi è rimasto nel complesso stabile nelle ultime settimane, ma ha cominciato ad aumentare leggermente dal 18 aprile. Il dato di ieri, 0,9, è lo stesso del 20 aprile, cioè il giorno in cui sono state ammorbidite le restrizioni.

Per comprendere questi numeri, come spiega il Robert Koch Institute, vanno fatte però delle precisazioni. Innanzitutto, prendere in considerazione il solo numero di riproduzione di base non è sufficiente a descrivere la situazione reale, ma va tenuto conto anche di altri parametri. Ogni stima poi è accompagnata da un intervallo di valori plausibili: un intervallo che in statistica viene definito “di confidenza” e che, nei bollettini dell’RKI, va da uno o due decimi in più a uno o due decimi in meno (ma in alcune comunicazioni è anche di tre decimi in meno o in più). Quando si dice per esempio che R0 è pari a 0,9, c’è il 95 per cento di livello di fiducia che quel valore stia tra 0,7 e 1. Per questo l’RKI, descrivendo l’andamento generale del numero di riproduzione, segnala soprattutto le modifiche più evidenti: R0 pari a 3 di inizio marzo, diminuzione e sostanziale stabilizzazione dal 22 marzo. Dai grafici, questo andamento generale in diminuzione è piuttosto evidente.

Ieri, per citarne solo uno, il ministro della Salute Roberto Speranza, invitando alla prudenza sulle riaperture, ha detto che la Germania ha «segnalato che R0 che era 0,7 è risalito a 1». Il dato di 0,7 era stato riportato per soli due giorni, a metà aprile, con un intervallo di confidenza del 95 per cento tra 0,6 e 0,8; lo 0,9 di ieri aveva a sua volta un intervallo di confidenza tra 0,7 e 1.

Il virologo Jonas Schmidt-Chanasit, del Bernhard-Nocht-Institut für Tropenmedizin di Amburgo, ha spiegato che l’R0 «non si dovrebbe sopravvalutare» e che va tenuto presente il «quadro generale, cioè il numero di persone gravemente ammalate e la capacità degli ospedali e delle terapie intensive», dati che attualmente in Germania sono piuttosto rassicuranti. Il numero di riproduzione di base «è una figura chiave, ma ha un certo intervallo di fluttuazione. Ci sono molte variabili che hanno un ruolo nella sua stima e che si esprimono proprio nel suo intervallo di fluttuazione. A questo proposito: 0,9, 1,0 o 0,8 rientrano nell’intervallo della fluttuazione».

Qualche giorno fa la cancelliera Angela Merkel aveva detto che anche un piccolo aumento dell’R0 sopra l’1 sarebbe stato un segnale di allarme. Ciò che conta davvero, ha però spiegato Schmidt-Chanasit, «non è un valore una tantum di 1,1» ma se quella cifra venisse confermata in modo consecutivo anche nei giorni successivi. «È la tendenza a lungo termine che conta davvero». E ancora: «Non ci sono stati cambiamenti drammatici per ora. Come ho detto: non dovremmo guardare solo al singolo giorno, ma alla tendenza, al riepilogo dei diversi valori su diversi giorni e se ci sarà un’inversione in termini di nuove infezioni, di numero di riproduzione di base o di carico sulle unità di terapia intensiva sarà necessario pensare se consentire un ulteriore allentamento o se annullare determinate misure».

Una lenta strategia di eliminazione delle restrizioni è, per Jonas Schmidt-Chanasit, «l’unica cosa che può essere fatta» per vedere quali saranno gli effetti: effetti che quindi secondo il suo parere non sono ancora verificabili. «Dovremo scoprirlo nel prossimo futuro e non ci resta che andare avanti».

In Germania, al 28 aprile, risultano 156.336 casi confermati di contagio, e 5.913 morti. I nuovi contagi rilevati nelle ultime 24 ore sono stati 1.144. I dati di ieri dicono anche che 2.467 pazienti con COVID-19 (+ 58 rispetto al giorno precedente) si trovano in terapia intensiva, il 71 per cento dei quali (cioè 1.748) con ventilazione meccanica. Sul totale dei letti in terapia intensiva disponibili (32.394, anche se altre statistiche ufficiali parlano di circa 40 mila posti contando anche gli ospedali che non partecipano alla piattaforma digitale su cui si basa l’RKI), ne risultano occupati 19.337 e non solo da casi di coronavirus: 13.057, pari al 40 per cento, sono liberi, rispetto ai 12.789 liberi del giorno precedente.