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  • martedì 21 Aprile 2020

Perché Eni è stata multata negli Stati Uniti

La società energetica dovrà pagare 24 milioni e mezzo di dollari per chiudere un'inchiesta della SEC, l'equivalente statunitense della Consob, su irregolarità negli appalti petroliferi in Algeria

L’azienda italiana Eni, tra le più importanti al mondo nella produzione di energia e nel business dei combustibili fossili, ha accettato di pagare una multa di 24,5 milioni di dollari (circa 22,5 milioni di euro) alla SEC (Securities and Exchange Commission), che è in sostanza l’equivalente statunitense della Consob, l’autorità che vigila sui mercati finanziari italiani, per chiudere un’inchiesta in cui era accusata di aver violato le leggi sull’anticorruzione per aggiudicarsi appalti dalla compagnia statale petrolifera algerina attraverso la propria consociata Saipem.

La SEC aveva deciso di indagare sulla vicenda, in base al Foreign Corrupt Practices Act (cioè appunto la legge anticorruzione per i reati compiuti fuori dagli Stati Uniti) perché Eni è quotata anche alla Borsa di Wall Street ed è quindi tenuta a rendere conto della conformità dei propri bilanci e delle proprie transazioni anche nei confronti della autorità americane.

Secondo la SEC, Saipem, società che realizza infrastrutture controllata da Eni, avrebbe versato 198 milioni di dollari a un intermediario per ottenere 8 miliardi di appalti (poi vinti) in Algeria tra il 2007 e il 2009. Si trattava di commesse assegnate dalla Sonatrach, azienda petrolifera di proprietà dello Stato algerino. Sempre secondo le accuse, una parte di quel denaro sarebbe arrivata a diversi funzionari algerini, attraverso conti offshore, compreso il ministro dell’Energia Chakib Khelil.

Anche il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva indagato sulle attività di Eni in Algeria, ma nello scorso ottobre i procuratori federali avevano concluso che la società italiana non avesse responsabilità penali nella vicenda. In Italia lo scorso gennaio la Corte d’appello di Milano aveva assolto tutti gli imputati per la cosiddetta “maxi tangente algerina” perché il fatto non sussiste, confermando la sentenza di primo grado per l’ex amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, per l’ex manager di Eni Antonio Vella e per Eni stessa e ribaltando la condanna nei confronti di Saipem e per diversi suoi manager, tra cui l’ex presidente e amministratore delegato Pietro Tali, l’ex direttore operativo in Algeria Pietro Varone e l’ex direttore finanziario Alessandro Bernini.

Tra il 2007 e il 2010 Eni era proprietaria del 43% di Saipem. L’accusa nei confronti dell’azienda italiana da parte della SEC, che si occupa di procedimenti civili e non penali, è quella di non aver riportato nei propri bilanci «la vera natura della transazione effettuata da Saipem nei confronti dell’intermediario nei suoi libri e registri» e quindi di aver violato i suoi obblighi in base al Foreign Corrupt Practices Act.

Oltre alle irregolarità nelle registrazioni a bilancio, secondo la SEC, Eni e Saipem avrebbero detratto dal loro reddito tassabile in Italia i 198 milioni di dollari, ritenuti finte consulenze in quanto «contratti fittizi con l’intermediario» pagate «sulla base di fatture emesse per servizi mai resi». Inoltre la Securities and Exchange Commission scrive, come riferisce il Wall Street Journal, che il presunto intermediario sarebbe stato descritto dall’allora ministro dell’Energia algerino Chakib Khelil come una persona che lui considerava «come un figlio».

Inoltre per la SEC Eni è da considerarsi «recidiva, essendo stata precedentemente accusata» dalla stessa SEC «nel 2010 per violazione delle stesse disposizioni FCPA in relazione a un sistema di corruzione in Nigeria, da parte della Snamprogetti Netherlands, allora sua controllata al 100%».

Decidendo di pagare la multa Eni non ha ammesso alcun tipo responsabilità in reati di corruzione, ma, in sostanza, ha accettato di essere sanzionata per irregolarità rispetto alle norme del FCPA che impongono alle società con azioni quotate in una borsa americana di tenere registri e riportare accuratamente le motivazioni e le entità delle transazioni. SEC ha inoltre lodato la collaborazione di Eni nell’indagine.

Nell’inchiesta della SEC, che solitamente non fa riferimento a persone che non siano indagate, è più volte citato, sempre secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il manager Alessandro Bernini, direttore finanziario di Saipem dal 2002 al 2008, come colui che avrebbe avuto contatti diretti con l’intermediario per la presunta tangente. Interpellato dallo stesso giornale statunitense, Bernini ha dichiarato che il suo coinvolgimento nel processo di approvazione dei contratti era limitato alla raccolta di determinati documenti e che nulla era stato falsificato o retrodatato. Il manager ha poi specificato di aver ricevuto alcune fatture dall’intermediario per errore, che ha poi semplicemente inoltrato al nuovo direttore finanziario di Saipem.