Un ragazzino con una ciotola di "githeri", un piatto a base di fagioli e mais, nella baraccopoli di Mathare, a Nairobi, in Kenya, il 18 aprile 2020 (La Presse/AP Photo/Brian Inganga)
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  • sabato 18 Aprile 2020

Nei paesi poveri le restrizioni rischiano di fare più danni dell’epidemia

Nelle economie basate sugli scambi informali, per milioni di persone non uscire di casa per un giorno significa non mangiare per un giorno

Un ragazzino con una ciotola di "githeri", un piatto a base di fagioli e mais, nella baraccopoli di Mathare, a Nairobi, in Kenya, il 18 aprile 2020 (La Presse/AP Photo/Brian Inganga)

In Malawi le misure di restrizione agli spostamenti per ridurre il contagio da coronavirus (SARS-CoV-2) sarebbero dovute cominciare oggi. Un tribunale però ne ha rimandato l’entrata in vigore su richiesta di un gruppo di difesa dei diritti umani. Può sembrare paradossale, ma in un paese poverissimo, dove per molte persone non lavorare per un giorno significa non poter mangiare per un giorno, le restrizioni agli spostamenti possono avere conseguenze immediate gravissime.

L’economia del Malawi, come quella di molti altri paesi africani e non solo, si basa in gran parte sugli scambi commerciali informali, cioè “in nero”: tolti i lavoratori del settore agricolo, tra il 30 e il 90 per cento dei lavoratori africani si mantiene grazie al commercio informale; questo settore contribuisce a più del 40 per cento del PIL di molti paesi. I paesi che hanno economie del genere non hanno strumenti di welfare (come la cassa integrazione o i sussidi di disoccupazione in Italia) per sostenere economicamente la popolazione durante una sospensione degli scambi commerciali.

Per molte persone che abitano in paesi poveri, insomma, la scelta tra restare in casa attenendosi alle misure restrittive e uscire per lavorare non è una vera scelta. E per chi vive in grandi baraccopoli, con un limitato accesso all’acqua corrente, è molto difficile rispettare le regole di distanziamento sociale e di igiene. Questo è ovviamente un problema presente anche nei paesi occidentali, per le fasce più povere e deboli della popolazione. Ma nei paesi più sviluppati esistono, almeno in teoria, gli strumenti per raggiungere e aiutare queste categorie: nei paesi poveri spesso questa non è una possibilità nemmeno a livello teorico.

Anche far rispettare le misure restrittive è complicato. I controlli delle forze dell’ordine sono limitati perché non c’è abbastanza personale e, quando avvengono, sono spesso usati metodi brutali. In Kenya la polizia pesta chi viola le restrizioni e ha sparato a un ragazzo di 13 anni, uccidendolo, solo perché era sul balcone di casa. In Nigeria, secondo i gruppi di difesa dei diritti umani, almeno 18 persone sono state uccise dai soldati impegnati nel far rispettare le restrizioni.

L’impossibilità di rispettare le restrizioni per le persone in maggiore difficoltà ha poi un’altra grave conseguenza: una maggiore diffusione del virus. Si è visto in India: quando il governo ha annunciato che avrebbe introdotto un «completo lockdown», milioni di persone hanno lasciato le città dove lavoravano per andare nelle zone rurali, sperando che lì fosse più facile procurarsi di che vivere. È possibile che molti di loro abbiano portato il coronavirus con sé.

Anche in Italia, negli altri paesi europei e negli Stati Uniti ci si preoccupa delle conseguenze economiche delle chiusure delle attività commerciali e delle limitazioni agli spostamenti, ma nei paesi ricchi stare in casa ha uno scopo preciso: abbattere la cosiddetta curva dei contagi quel tanto che basta per permettere al sistema sanitario di occuparsi dei malati. Gran parte dei paesi in via di sviluppo stanno imitando i paesi più ricchi introducendo le restrizioni agli spostamenti, ma non possono seguire del tutto la loro strategia: i loro sistemi sanitari non ne hanno le capacità.

Un esempio: in tutta la Nigeria, un paese con 200 milioni di abitanti, ci sono circa 500 ventilatori polmonari, le macchine usate per permettere di respirare ai malati di COVID-19 in condizioni gravi. Nella Repubblica Centrafricana, che di abitanti ne ha 5 milioni, ce ne sono solo 3 e in Liberia, probabilmente, non ce n’è nessuno. Se anche i paesi più ricchi regalassero migliaia di ventilatori ai paesi più poveri, il problema non sarebbe risolto: per usare queste macchine servono medici con una formazione adeguata. E in generale nei paesi poveri mancano medici.

Per queste ragioni, spiega un articolo di Vox, sono sempre di più gli economisti e gli esperti di politica internazionale che sostengono che i governi dei paesi in via di sviluppo non dovrebbero imitare le strategie dei paesi ricchi per affrontare la pandemia di COVID-19. Le restrizioni sono consigliate dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ma è una raccomandazione che non tiene conto delle situazioni socio-economiche dei singoli paesi.

Una linea di pensiero è che i paesi in via di sviluppo dovrebbero imporre dei coprifuoco piuttosto che dei divieti totali sugli spostamenti. L’obiettivo è comunque quello di limitare la diffusione dei contagi: è l’unico modo di proteggere la popolazione in assenza di sistemi sanitari in grado di curarla. Lee Crawfurd, un membro del think tank britannico Center for Global Development, che studia le economie in via di sviluppo, ha detto a Vox che «prendere tempo» resta la cosa da fare: non nell’attesa che gli ospedali si attrezzino, come nei paesi con maggiori possibilità, ma nell’attesa che quei paesi sviluppino cure migliori e che le producano in grande quantità.

La cosa migliore, secondo gli esperti, sarebbero comunque dei grossi aiuti finanziari da parte dei paesi ricchi. Finora l’iniziativa più rilevante in questo senso è stata la decisione dei membri del G20 (19 tra i paesi più industrializzati del mondo e l’Unione Europea) di sospendere temporaneamente il pagamento del debito dei paesi più poveri, dal primo maggio alla fine del 2020. Ma non sarà sufficiente: servono fondi per l’acquisto di mascherine e altri dispositivi di protezione per i medici, strumenti per organizzare la quarantena per i malati, medicinali e vaccini, quando ci saranno, oltre a risorse alimentari per chi sarà più colpito dalla crisi economica.

In questo momento di difficoltà generale è difficile immaginare che i paesi ricchi possano aiutare quelli in via di sviluppo meglio che in passato. In questa situazione però sarebbe molto importante anche per i loro interessi: se il coronavirus diventerà endemico nei paesi che non saranno in grado di eradicarlo, potrebbe continuare a circolare nel mondo più a lungo.