La Venere di Milo fotografata al Louvre nel 1930 (Hulton Archive/Getty Images)

Il ritrovamento della Venere di Milo, 200 anni fa

La storia di come la scoperta epocale fatta da un contadino greco e un ufficiale francese mise sottosopra una tranquilla isola del mar Egeo

di Pietro Cabrio
La Venere di Milo fotografata al Louvre nel 1930 (Hulton Archive/Getty Images)

Nel Settecento gli scritti dell’intellettuale tedesco Johann Joachim Winckelmann contribuirono a diffondere in Europa il neoclassicismo, la tendenza culturale che ribadì come il concetto di “buon gusto” avesse avuto origine in Grecia con l’arte classica, la quale doveva essere quindi ripresa nella modernità. Il neoclassicismo ispirò sovrani, città e grandi artisti come Antonio Canova e Jacques-Louis David, ma non solo.

La visione di Winckelmann ridiede importanza allo studio della storia dell’arte intesa non solo come studio statico delle opere, ma come analisi più ampia della loro ciclicità, dalla creazione alla decadenza. La diffusione del neoclassicismo interessò ampi strati della popolazione europea. Fu quindi anche grazie al contesto culturale di quegli anni che l’8 aprile 1820 un giovane ufficiale di marina francese, appassionato d’arte, scoprì una delle statue più famose al mondo: l’Afrodite in marmo pario del II secolo a.C. oggi conosciuta in tutto il mondo come la Venere di Milo, ideale classico dell’immagine femminile.

Il fiuto di Olivier Voutier

L’ufficiale francese in questione si chiamava Olivier Voutier e aveva venticinque anni quando, nell’aprile del 1820, attraccò con la nave a cui era stato assegnato sull’isola greca di Milo. Erano anni in cui gli scavi archeologici nelle isole del mar Egeo davano grandi risultati e gli ufficiali francesi – fortemente ispirati dal neoclassicismo – erano fra i più attivi nelle ricerche. Una volta arrivato a Milo, Voutier ne approfittò per condurre degli scavi con l’aiuto di due marinai, come riportò nelle lettere che scrisse in quei giorni (raccolte insieme ad altre da Gregory Curtis nel libro Disarmed).

Iniziò nei dintorni del teatro antico, dove trovò subito alcuni reperti. Cambiò zona e capitò in un campo dove un contadino del posto stava scavando attorno a un muro. Il contadino si chiamava Yorgos Kentrotas e aveva trovato qualcosa: il busto di una statua in marmo raffigurante una donna non vestita, in buono stato ma senza entrambe le braccia. Kentrotas stava ricavando pietre dai resti di un muro mezzo sepolto. Aveva trovato il busto dentro una nicchia, ma senza darci importanza lo aveva rimesso a terra.

Voutier se ne interessò e gli diede qualcosa in cambio per continuare a scavare lì attorno. Insieme trovarono le gambe velate, ossia la più grossa parte mancante della statua, un pezzo laterale di busto che la faceva stare eretta, una mano che porgeva una mela, un braccio malridotto e due busti marmorei (di origine tuttora sconosciuta). La statua fu quindi ricomposta e Voutier ebbe modo di vederla meglio.

La Venere di Milo al Louvre (Hulton Archive/Getty Images)

Era successo. La Venere di Milo, la più famosa statua classica arrivata fino ai nostri giorni, era stata scoperta. Nelle prime ore dal suo ritrovamento, soltanto quattro persone al mondo ne furono al corrente, nessuna delle quali aveva però strumenti per poterla comprendere e valutare. Tuttavia, come fu scritto nei diari e nelle lettere delle persone coinvolte nel suo ritrovamento, l’opera scatenò una serie di eventi non appena venne dissotterrata, quasi come se dopo migliaia di anni ne fosse stata liberata l’energia, la stessa che oggi attrae sotto di lei milioni di visitatori.

Voutier e i due marinai ne rimasero affascinati alla vista tanto da abbandonare tutti gli altri reperti trovati in precedenza. Voutier scrisse in seguito: «Chi ha potuto vedere la Venere di Milo potrà capire lo stupore che provai quel giorno». A quel punto i francesi pensarono all’aspetto pratico. Non potevano caricarla nella loro nave, essendo questa una piccola scuna già colma di uomini e provviste, né permettersi di comprarla al prezzo proposto da Kentrotas, ossia l’equivalente di un buon asino.

Il dragomanno

Si rivolsero allora all’unico francese residente in quell’isola rocciosa sotto dominio ottomano — e anche per questo abitata da gente poco ospitale — il vice console Louis Brest, a cui proposero di comprarla in attesa del ritorno di una nave francese. Ma Brest non aveva alcun budget a disposizione e avrebbe dovuto comprarla di tasca sua, sperando poi in un rimborso. Ci dovette quindi pensare, ma intanto le voci sul ritrovamento si sparsero fra i pochi abitanti di Milo, fino ad arrivare alle persone che di fatto rappresentavano l’autorità in un posto senza vere autorità centrali: i ricchi, i proprietari terrieri e il prete ortodosso. Questi fiutarono l’affare e cercarono di bloccare la vendita per terrore della reazione del dragomanno.

I dragomanni erano gli interpreti che gestivano rapporti e faccende di qualsiasi tipo tra le massime autorità ottomane, gli stati europei e le popolazioni occidentali sotto il dominio turco. I territori europei conquistati erano infatti divisi in province affidate ai pascià, i quali solitamente delegavano il loro potere ai dragomanni. All’epoca le isole Cicladi erano un’unica provincia ottomana controllata da un pascià, il quale si affidava a un dragomanno per la riscossione delle tasse. Se questo dragomanno, nella sua visita periodica a Milo, fosse venuto al corrente della vendita della statua, qualcuno sarebbe stato perlomeno fustigato.

Le ambizioni di Jules Dumont d’Urville

Tra le richieste sempre più alte di Kentrotas e i timori della popolazione, Voutier finì per rassegnarsi e lasciò l’isola sapendo soltanto che Brest era riuscito a “prenotare” la statua fino all’arrivo di altri ufficiali francesi. Passò circa un mese e un’altra nave francese attraccò a Milo. A bordo di questa c’era Jules Dumont d’Urville, ambizioso ammiraglio che negli anni successivi divenne tra i più celebri esploratori francesi dell’epoca, la cui carriera iniziò proprio con quello che accadde in quei giorni a Milo.

Jules Dumont d’Urville (Rischgitz/Getty Images)

D’Urville era solito fare lunghe escursioni ovunque attraccasse e lo fece anche a Milo. Finì inevitabilmente per incontrare il vice console Brest, che non aspettava altro. Brest gli spiegò tutta la vicenda e lo portò a vedere la statua ancora conservata da Kentrotas. La reazione di d’Urville e dell’ufficiale che lo accompagnava fu la stessa di Voutier: rimasero stupefatti da come una statua così grande (alta oltre due metri) riuscisse a dare sensazioni di leggerezza e sensualità così forti.

Rispetto a Voutier, però, D’Urville agì diversamente. Capì di non poterla acquistare in quel momento, ritornò nella sua cabina, fece un disegno della statua e appuntò tutto nel suo diario (dove peraltro si diede tutti i meriti della scoperta).

D’Urville sapeva che di lì a poco la nave sarebbe ripartita verso Costantinopoli, dove avrebbe avuto l’opportunità di parlare della questione con l’ambasciatore francese, e così accadde. A un ricevimento nella capitale ottomana incontrò l’assistente dell’ambasciatore, il conte di Marcellus, il quale vide in quella storia un’opportunità sia per visitare Milo per una sua vecchia questione personale che per compiacere l’ambasciatore. Quest’ultimo, però, sembrò poco interessato, ma il conte di Marcellus lo convinse quando gli disse che avrebbe potuto regalare la statua, qualora avesse avuto un valore, a re Luigi XVIII, in modo da riuscire a ritornare in Francia come chiedeva da tempo.

Da Milo a Parigi

Quando d’Urville e il conte di Marcellus arrivarono sull’isola, la statua era stata però formalmente venduta a un delegato del dragomanno, il quale stava cercando di farla imbarcare su una nave russa. Il delegato era arrivato a Milo nelle settimane precedenti e, venuto al corrente della vicenda, l’aveva comprata pagando a Kentrotas l’equivalente di 750 franchi, per la felicità delle autorità.

D’Urville e il conte di Marcellus usarono quindi tutti i mezzi a loro disposizione per bloccare l’affare. Si appellarono al precedente accordo fatto dal vice console, il quale aveva “prenotato” la statua in attesa del ritorno degli ufficiali francesi. Usarono anche la forza: il conte di Marcellus minacciò di schierare al porto cinquanta uomini armati, che sarebbero stati raggiunti a breve da una nave da guerra francese, per impedire la partenza della nave russa.

I russi preferirono non intromettersi e così facendo bloccarono la statua a Milo il tempo sufficiente perché d’Urville e il conte di Marcellus riuscissero a riprendersela. Il 23 maggio 1820 la statua fu comprata per conto del console francese di Costantinopoli per 750 franchi più un terzo come “risarcimento”. Il delegato riferì poi al dragomanno l’accaduto, il quale ordinò la fustigazione delle autorità dell’isola, come riferito in una lettera inviata a Costantinopoli dal vice console Brest. La popolazione, tuttavia, si vendicò: durante la guerra d’indipendenza iniziata l’anno successivo, il dragomanno del pascià, tale Nicolae Mourousi, un principe greco, venne catturato e decapitato.

Il 29 ottobre 1820 la Venere di Milo lasciò Costantinopoli per raggiungere Tolone e poi Parigi nel febbraio del 1821. Si dice che re Luigi XVIII, da tempo malato di gotta e con cancrene diffuse, non l’abbia mai vista: appena arrivata la donò immediatamente al Museo del Louvre e tre anni dopo morì.

(Pixabay)

Una volta arrivata a destinazione, i pezzi di marmo e l’assenza di attributi resero molto complicata l’identificazione e quindi i lavori di restauro. A Costantinopoli, in uno dei sacchi di reperti arrivati con la statua, era stata trovata un’incisione con il nome del probabile autore, Alessandro di Antiochia. Quel ritrovamento risolse parzialmente la prima questione, ma tutte le altre rimasero aperte, e lo sono tuttora.

L’opera è universalmente riconosciuta come il ritratto scultoreo di Afrodite per come è stata raffigurata: mezza nuda, con curve sensuali e marcatamente femminili, e per la sua somiglianza iconografica con altre due famose statue, la Venere di Arles e l’Afrodite di Capua. Ma le braccia mancanti avrebbero potuto porgere una mela, un arco o un anfora, oggetti che identificherebbero altre tre divinità. Secondo un’altra teoria, potrebbe essere invece Anfitrite, divinità venerata a Milo.