(Fox Photos/Getty Images)

Una canzone di Frank Sinatra

Una canzone da farsi lasciare tutta la vita, e chissenefrega

(Fox Photos/Getty Images)

È morto Bill Withers, oggi. Pensavo che ormai non sarebbe morto mai più. Forse non morirà mai più – scusate la banalità da necrologio di chiunque – uno che ha scritto una canzone che ogni mattina dice “When I wake up in the morning, love”.
Paul Simon ha canticchiato The boxer, a 78 anni, per tutti quanti i newyorkesi. Non è riuscito tantissimo a metterci di buonumore, sarà la scenografia penitenziaria. Con la famiglia e Woody Harrelson era andata meglio.
Trent’anni fa morì Sarah Vaughan, grande cantante jazz che non divenne mai numero uno perché c’erano in giro Ella Fitzgerald e Billie Holiday. Faceva Gershwin, spesso, ma ci metto anche The more I see you.
E non voglio tenervi troppo sui morti, ma sono pure 70 anni da che è morto Kurt Weill, e non resisto alla tentazione di ricordare che fu l’autore di September song, Mack the knife e Alabama song.

Softly, as I leave you
Io non lo so come vi chiamate voi di cognome e se da ragazzi siate stati risparmiati per cognomi troppo comuni o tartassati per cognomi con assonanze particolari: se ci pensate, è buffo quanta parte della nostra vita sia ingombra del diverso tempo perso a gestire nomi e cognomi facili o difficili da dettare quando prenotate una pizzeria, o da cercare su Google, o da inserire in spazi piccoli, o da collocare in un ordine alfabetico, eccetera. Per non dire appunto di come suonino agli estranei. A me per esempio è andata abbastanza bene: nome breve, cognome anche, discretamente facile da capire, raro abbastanza da non avere omonimie e confusioni. L’unico imbarazzo è quell’assonanza, che ancora oggi capita che qualcuno pensi di essere il primo nel mondo a cogliere (un mese fa un famosissimo chef in cui mi sono imbattuto per caso), e non sai che faccia fare quando quello dice “Sofri! E soffri molto?” o altre freddure simili. E poi qualche volta lo sbagliano nelle consegne, o nelle prenotazioni delle pizzerie, ma ce la siamo sempre cavata.

Poi ci sono rarissimi casi più creativi, o con una testa loro: due settimane fa abbiamo fatto una diretta con Jovanotti, e Fiorello che mi aveva preceduto (e con cui abbiamo vecchie prossimità a Radio2) mi aveva introdotto canticchiando “Killing me Sofri”. Quella canzone là.

Voi vi chiederete di cosa diavolo stia parlando. Sto prendendo tempo e guadagnandomi la pagnotta per il timore di non avere abbastanza da dire sulla canzone di stasera. E quindi facendo tutti dei giri per concludere che da ragazzo mi piaceva autocommiserarmi dei miei frequenti fallimenti sentimentali canticchiando “Sofri, I will leave you, Sofri”. Come eravamo stupidi, Gaetano.

La canzone l’aveva scritta Tony De Vita, compositore e musicista italiano famoso assai negli anni Sessanta e Settanta per la frequente presenza in programmi e varietà televisivi (“il maestro Tony De Vita!”) e scrittura di sigle le più varie: la canzone si chiamava Piano e la cantò Mina nel 1960, con risultati insomma. In quella versione il maschilismo ineluttabile imponeva che fosse lei a soffrire (singhiozzando!) del fatto che lui se ne andasse piano, mentre i cantanti maschi successivi divennero quelli che se ne andavano piano (anche se una leggenda tramandata da Elvis sostenne che l’andarsene del narratore era perché stava morendo). Però c’erano già i passaggi melodici che ne fecero una cosa meravigliosa quando fu tradotta in inglese e affidata prima a Matt Monroe, poi a Shirley Bassey e poi a Frank Sinatra (sentite questa: l’autore del testo in inglese è quello che poi ha scritto il testo della canzone finale di Rambo). E poi a molti altri.
Softly, I will leave you softly
For my heart would break if you should wake and see me go
So I leave you softly, long before you miss me
Long before your arms can beg me stay
For one more hour or one more day
After all the years, I can’t bear the tears to fall
So, softly as I leave you there

E insomma, eccoci con questa cosa che dondola meravigliosamente dall’inizio alla fine, e Sinatra che ci mette tutto il Sinatra che gli viene in mente, coi cori dietro che varrebbero da soli: e continuamente cambi d’accento ogni due o tre parole, e ogni coppia o terzetto e quartetto di parole diventa una cosa (“and see me go”, “or one more day”, “to fall”). Quel casino nel finale da tirar giù il teatro ce lo potevamo risparmiare, vista la dolcezza con cui eravamo partiti, ma amen.
After all the years, I can’t bear the tears to fall
So, softly as I leave you there

Da farsi lasciare tutta la vita, e chissenefrega.

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