Kody Brown, marito di quattro mogli, padre di diciassette figli e, con loro, protagonista del reality show televisivo "Sister Wives" durante una protesta a Salt Lake City, 10 febbraio 2017 (AP Photo/Rick Bowmer, File)
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  • giovedì 27 Febbraio 2020

Lo Utah vuole depenalizzare la poligamia

Entrambe le camere, a maggioranza Repubblicana, sono favorevoli: dicono che la proposta di legge farà emergere le situazioni di abuso e violenza

Kody Brown, marito di quattro mogli, padre di diciassette figli e, con loro, protagonista del reality show televisivo "Sister Wives" durante una protesta a Salt Lake City, 10 febbraio 2017 (AP Photo/Rick Bowmer, File)

Mercoledì 26 febbraio la Camera dei Rappresentanti dello Utah, uno stato americano a prevalenza religiosa mormone, ha approvato una proposta che di fatto depenalizza la poligamia, considerandola non più un crimine ma un’infrazione punibile con una multa. I voti favorevoli sono stati 70, i contrari 3. Il disegno di legge tornerà ora al Senato, da dove era partito, per il voto finale. Per entrare in vigore, la legge dovrà essere poi firmata dal governatore dello Utah, Gary Herbert, che non si è ancora espresso. Entrambe le camere sono controllate dai Repubblicani e il governatore stesso è Repubblicano.

La poligamia è definita come “unione matrimoniale di un individuo con due o più individui dell’altro sesso”. La parola si riferisce a unioni matrimoniali di un uomo con più donne ma anche di una donna con più uomini anche se in realtà, per ragioni storiche e sociali, quando comunemente si parla di poligamia ci si riferisce solamente al matrimonio di un uomo con più donne, la poliginia (poliandria è invece la forma opposta). La poliginia nella storia è stata per lungo tempo accettata. Nella Bibbia, per esempio, è presente insieme ad altre forme di matrimonio. Oggi è ancora largamente praticata in certe comunità musulmane, soprattutto nell’Africa occidentale, e negli Stati Uniti – caso piuttosto eccezionale di persistenza della poliginia nei paesi dell’Occidente – precisamente nello Utah, circa 10mila persone appartenenti alle comunità di mormoni fondamentalisti vivono in stato di poliginia.

La chiesa mormone, una religione autoctona nordamericana, fu fondata da Joseph Smith all’inizio del diciannovesimo secolo. Fu Smith, che la presentò proprio come una delle rivelazioni che aveva ricevuto, a introdurre la poliginia negli Stati Uniti (lui aveva almeno 40 mogli, alcune delle quali già sposate e una delle quali aveva solo 14 anni). Inizialmente la pratica era considerata un valore dai mormoni (se ne parla esplicitamente nella sezione 132 della Dottrina e Alleanze, le rivelazioni divine su cui si basa la chiesa stessa), ma venne abbandonata ufficialmente nel 1890 in seguito alla crescente pressione governativa contribuendo alla formazione di gruppi scissionisti che sono i soli, oggi, a praticare la poliginia, in modo nascosto ed illegale.

La Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni (FLDS) fece ad esempio parte della chiesa mormone più o meno fino al 1935, e la divisione avvenne perché la comunità non volle rinunciare alla poliginia. Oggi all’interno di queste comunità, e dato che la legge dello Utah proibisce la concessione di più licenze matrimoniali, solo il primo matrimonio è legalmente riconosciuto, mentre gli altri sono solo “matrimoni spirituali”, come li definiscono loro: matrimoni nella sostanza, ma non riconosciuti dalla legge. All’interno della FLDS ci sono stati diversi episodi di abusi, violenze, stupri, gravidanze tra minorenni raccontati e denunciati da alcune donne che sono riuscite a liberarsi. Il capo della comunità, Earren Jeffs, è attualmente in carcere perché accusato, tra le altre cose, di aver stuprato due bambine di 12 e 15 anni, considerate sue mogli spirituali.

Attualmente nello Utah la poligamia è classificata come un reato di terzo grado, punibile con un massimo di cinque anni di carcere. Se il disegno di legge diventasse legge, le pene si limiterebbero a multe fino a 750 dollari e ai lavori sociali. Tuttavia resterebbero dei casi in cui la poligamia continuerebbe a essere un reato: se, per esempio, le licenze per sposare più di una persona venissero ottenute a insaputa delle persone coinvolte, o se si verificassero dei tentativi di sposare persone minorenni senza il loro consenso. La poligamia sarebbe considerata un crimine anche in relazione ad altri reati come abuso di minori, frode, omicidio o tratta di esseri umani.

La senatrice statale Deidre Henderson, Repubblicana e prima firmataria della legge, ha dichiarato che il suo intento non è legalizzare la poligamia, ma depenalizzarla in modo che le vittime di abusi all’interno delle comunità poligame possano farsi avanti per chiedere aiuto senza timore di essere perseguite a loro volta: «Quello che intendo fare (…) è affrontare la crisi dei diritti umani che la nostra legge ha creato. Dobbiamo costruire un ponte dove per quasi un secolo c’è stato un muro». Le norme esistenti insomma avrebbero lasciato nella clandestinità molte situazioni di abusi e violenze: fare invece una distinzione tra situazioni consenzienti e situazioni che non lo sono aiuterebbe a far emergere le seconde. Chi si oppone alla depenalizzazione sostiene invece che la legge attuale non dovrebbe essere modificata perché la poliginia è intrinsecamente pericolosa e dannosa soprattutto per le donne, praticata in modo assolutamente non paritario per giustificare crimini, comportamenti deviati e controllo sulle donne. Dunque, dicono, dovrebbe restare un reato, in modo da non facilitare le situazioni di abuso.

La proposta di legge in discussione si basa sulla sentenza di un giudice federale dello Utah del 2014, che abrogò parzialmente alcune norme che proibivano la poligamia nello stato. La sentenza si basava a sua volta su un’estensione delle conclusioni che la Corte Suprema raggiunse nel 2003 quando, al termine della causa “Lawrence contro lo Stato del Texas”, abolì le norme che proibivano il sesso omosessuale in quanto queste violavano il principio costituzionale del diritto a non ricevere interferenze nella condotta di vita privata.