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  • domenica 23 Febbraio 2020

Breve storia del segnalibro

Un estratto da un libro appena uscito che la racconta: si parla di Perugina, don Abbondio e delle foglie infilate tra le pagine da D'Annunzio

Breve storia del segnalibro è un libretto scritto da Massimo Gatta, bibliotecario dell’Università degli studi del Molise e studioso di editoria, e appena pubblicato dalla casa editrice Graphe.it. Racconta, in una cinquantina di pagine, le origini medievali del segnalibro e com’è cambiato fino a oggi.

Il testo è accompagnato da una vasta bibliografia e da riproduzioni di quadri cinquecenteschi dove spuntano libri e segnalibri realizzati nel Novecento da aziende come Cinzano, Chianciano, marche di sigarette e case editrici. È pieno di aneddoti curiosi: l’usanza medievale di disegnare delle manine per tenere il segno, simili ai bookmark degli ebook; l’abitudine del bibliofilo ed erudito Antonio Magliabechi di infilare fette di salame tra le pagine, lasciandole bisunte e dimenticandone qualcuna; la nascita dei post-it, pensati per non sostituire i segnalibri che si perdevano.

Di seguito pubblichiamo un estratto del libro, che mette insieme don Abbondio, Perugina, il logo di una collana di poesia di Mondadori e i segnalibri vegetali di Gabriele D’Annunzio.

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L’uso di segnare in qualche modo la pagina, marcandola (Marque-page è infatti in francese, Bookmark in inglese, Lesezeichen in tedesco), dove cioè si è momentaneamente, ma a volte definitivamente, interrotta la nostra lettura, è consustanziale alla pratica del leggere, e questo fin dall’alba della civiltà dell’uomo. Segnare la pagina per poter con agio ritrovare in seguito quel passo dal quale far ripartire la nostra lettura silente, individuale, mentre nel Medioevo essa era praticata a voce alta.

E segnare la pagina aveva, e tuttora ha, lo scopo di non smarrire la traccia del nostro passaggio di lettori all’interno del testo, quale testimonianza di una passione, di una fedeltà, ma anche di un’ossessione. È un darci appuntamento per una lettura ulteriore, posticipata nel tempo, in quel futuro nel quale sarà possibile, auspicabilmente, riprendere quel libro, ritrovandone un passo, nel luogo stesso dove entrambi, il lettore e il libro, si sono interrotti. Una di quelle azioni delle quali, nel lungo periodo, si è persa quasi completamente ogni traccia e fascinazione, specialmente di questi tempi di ineluttabile passaggio dalla civiltà del libro cartaceo a quello elettronico, ma dove comunque il testimone di quella interruzione, il segnalibro appunto, ha assunto nuovi volti mantenendone, però, intatta la funzione.

L’utilizzo di segnalibri in pergamena, stoffa o carta (se non di altri, a volte inverosimili, materiali, compresi i segnalibri elettronici) e prima ancora delle nostre stesse dita, a marcare un passo, una pagina, mi ha sempre affascinato. Un elemento filosofico, il segnalibro, prima ancora che materiale, ulteriore tassello della galassia paratestuale che in molti hanno indagato, cercandone l’origine, il significato, e tentandone quindi una microstoria che potesse renderne più chiare e visibili le tante, fascinose, declinazioni letterarie e paraletterarie, così come simboliche.

L’indice di don Abbondio

Un riferimento letterario al segnalibro lo troviamo nel Manzoni che nel suo celebre romanzo scrive:

«Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino […]».

Questo episodio venne utilizzato dalla Perugina negli anni Trenta del Novecento per realizzare due eleganti segnalibri, illustrati dal celebre Federico Seneca (1891-1976); il primo ritraeva di spalle, in nero, lo stesso don Abbondio e questa ironica scritta a stampa: …chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra… perché non aveva il segnalibro della Perugina; il secondo con una figura in bianco, sempre su fondo oro, e la scritta in alto in corsivo nero: nunc et semper cioccolatini Perugina.

I segnalibri con don Abbondio disegnati per la Perugina da Federico Seneca negli anni Trenta

Forse è vero, l’indice è da sempre il migliore segnalibro mai inventato, come sembra suggerirci Agostino, che nelle Confessioni scrive:

«Tum interiecto aut digito aut nescio quo alio signo codicem clausi et tranquillo iam vultu indicavi Alypio».

Immagino lo supponesse anche il manierista Agnolo di Cosimo di Mariano, conosciuto come il Bronzino, che nel Ritratto di giovane signora (1545) su tela, oggi forse disperso, lascia che sia proprio il leggiadro indice della mano destra della nobildonna a tenere il segno in un petrarchino (come la tradizione umanistica identificava i celebri volumetti in-ottavo prodotti dall’innovativa invenzione tipografica di Aldo Manuzio con l’utilizzo del carattere corsivo); quell’elegante indice femminile, estrapolato dal dipinto, diventerà alquanto noto perché la Mondadori lo utilizzerà quale logo della Collana di poesia Lo Specchio, stampandolo a colori al centro della copertina.

Anche la finzione letteraria, declinata sul versante dei primi tipografi, ha ripreso l’immagine dell’indice della mano inserito tra le pagine come segnalibro:

«Gli aldini fanno ormai parte del tipo di equipaggiamento di chiunque voglia apparire come una persona colta. Ogni volta che vedo un ragazzo corteggiare la sua amata sotto un balcone ostentando uno dei nostri libri portatili, mi rendo conto di quanto sia stata perspicace Maria. Persino Torresani si fa spesso vedere in giro tenendone uno in mano, con l’indice sulla pagina a cui finge di aver interrotto la lettura. Si è fatto fare un ritratto posando proprio così, e lo ha appeso sopra le scale in modo da dominare la scena sottostante».

Così scrive Javier Azpeitia nello Stampatore di Venezia; il riferimento è al libro tascabile in-ottavo, l’enchiridion, inventato da Aldo Manuzio, stampatore peraltro molto presente, fin dal XVI secolo, nell’immaginario narrativo.

Nel Novecento Gabriele D’Annunzio amerà lasciar seccare, tra le pagine dei libri più letti e amati, dei segnalibri vegetali, come fiori e foglie. Gli stessi fiori e foglie indicati quali segnalibri nelle celebri Avvertenze bibliofile del prete padovano Gaetano Volpi, come vedremo in seguito.

Alcuni di questi volumi della biblioteca dannunziana al Vittoriale, con le pagine irrimediabilmente lordate dai succhi di petali e foglie, si potevano vedere in una mostra romana dedicata alle biblioteche del poeta abruzzese. Sicuramente, però, la critica più ampia, elegante e fascinosa al fiore-segnalibro o alla foglia-segnalibro è quella letteraria di Maurizio Bettini in Pippa Passes, e vale la pena citarla interamente:

«Bisogna evitare di mettere nei libri fiori o foglie perché, appassendo, fiori e foglie trasmettono il tempo ai libri: che da questo contagio sono di per sé immuni. Pippa non avrebbe dovuto mettere gialli boccioli ad appassire fra pagina e pagina, ecco che ora i suoi libri sono stati contagiati dal tempo […].

L’unica cosa che i libri sopportano fra le loro pagine è il segnalibro, che non è contagioso e non ha nulla a che fare col tempo. A meno che non si abbia l’abitudine di usare a questo scopo delle cartoline e di lasciarle poi fra le pagine a libro finito.

Dicono che il segnalibro ideale sia una striscia di cartoncino brillante, solido, con sopra l’immagine di un gatto o di un castello. Però va bene anche un biglietto usato dell’autobus, o una striscia di carta strappata dalla pagina di un quotidiano. Finito che sia il libro il segnalibro viene infilato senza rammarico nel successivo e così via, di libro in libro, oppure viene gettato nel cestino.

L’importante, comunque, è non dimenticarlo dentro il libro dopo averlo finito perché, se questo avviene, si fa violenza alla natura stessa del segnalibro. Che in questo è veramente il contrario delle foglie o dei boccioli appassiti. Una volta racchiuso tra le pagine, il fiore non si può più spostare, è irreparabilmente destinato a invecchiare nella medesima nicchia di carta in cui Pippa lo ha racchiuso.

La natura del segnalibro, invece, è del tutto opposta, nel suo codice genetico sta scritto che esso deve andarsene. Con i libri ha un rapporto temporaneo, occasionale, mentre il fiore e la foglia sono “per sempre” – proprio come gli amori di Pippa, che chiusa nella sua stanza sognava di dare il suo cuore a uno, e uno soltanto. E invece fu abbandonata dal marito.

Il fatto è che il segnalibro misura lo spazio, non il tempo. Appartiene alla geografia non alla storia. Man mano che avanza tra le pagine il segnalibro funziona come una bandierina piantata nella mappa del libro: “Fin qui”, segnala alla maniera del comandante fortunato che dopo ogni battaglia marca su una cartina i progressi delle sue truppe.

Il segnalibro è bello perché con lui si vince sempre. Se il libro ci piace si arriva velocemente in fondo, sbaragliando il nemico. Se invece non ci piace al massimo si interrompono le operazioni e si ottiene subito una tregua. Però, di sicuro, col segnalibro non si arretra mai, coi libri non si perde, mal che vada si fa pari. Io sono arrivato fin qui, dico, e il territorio che ho occupato me lo tengo: tu autore tieniti pure il resto, che tanto a me non interessa».

Chissà cosa avrebbe pensato dell’«uso tristissimo» di segnare le pagine con fiori, foglie e altri oggetti inverosimili quel Gaetano Volpi, sacerdote ed editore padovano, che nel 1756 pubblicò La libreria de’ Volpi e la stamperia Cominiana illustrata con utili e curiose annotazioni e dalla cui sezione intitolata Avvertenze necessarie e profittevoli a’ bibliotecarj, e agli Amatori de’ buoni libri mi è sembrato giusto riportare alcuni brani particolarmente interessanti per il nostro discorso:

«segnali o segni: vedi fiori, foglie, orpello: Uso tristissimo de’ Leggitori nel chiudere i Libri è di mettere un segno (che alcuni dicono anche segnale o segnacolo) dove da essi si terminò la lettura, per poterla ripigliare e continuare opportunamente.

Questi alle volte per varj motivi si moltiplicano in guisa che appariscono i Volumi quasi inghirlandati con essi, come io ne vidi una gran quantità in celebre Biblioteca, per memoria, dopo d’essersi registrati, di dover accomodare certi difetti, in ciò fare, osservati, ma con tutto comodo e per lungo tempo. E non si accorgono questi tali che ciò è un adescamento mirabile alle mosche, à tali, e ad altri insetti per imbrattare e rodere in que’ siti allargati, i Libri.

Questi segni sono per lo più di carta: ma che diremo di coloro che li fanno di cartone, di legno, di aghi, di drappo, e che so io? Curiosa cosa è quella che si racconta del celeberrimo Pubblico Bibliotecario Magliabechi di Firenze, per natura non poco stoico, e sordido, il quale leggendo alle volte anche a mensa, nel voler segnare alcun passo per lui opportuno, non avendo altra materia, si valea delle sardelle salate innanzi a lui apposte.

Uso plausibile ed elegante è quello che in oggi da molti vien praticato; da far riporre ne’ Libri una cordellina di seta attaccata al capitello del Libro, trasponendola qua e là secondo la continuazione del leggere».

(© Graphe.it edizioni, 2020)

La copertina del libro