(Tim Boyle/Getty Images)

La grande truffa del Monopoly di McDonald’s

La storia incredibile del fallimento di un concorso a premi famosissimo negli Stati Uniti, raggirato per anni da un uomo che sottrasse 24 milioni di dollari di premi

(Tim Boyle/Getty Images)

Il 10 settembre 2001, in Florida, cominciò il processo a Jerome Jacobson, un ex poliziotto che a partire dalla fine degli anni Ottanta portò avanti una truffa sistematica per fregare un grosso gioco a premi a tema Monopoly organizzato dalla catena di fast food McDonald’s. Nell’arco di circa 12 anni, Jacobson – che lavorava per la società a cui era appaltata la gestione del concorso – sottrasse 25 milioni di dollari in premi con un meccanismo in realtà piuttosto semplice, distribuendo a decine di persone i biglietti vincenti che avrebbero dovuto finire casualmente nelle patatine e negli hamburger venduti in giro per gli Stati Uniti, intascandosi decine di migliaia di dollari per volta.

Il giorno dopo l’inizio del processo, due aerei si schiantarono sulle Torri Gemelle, e la storia di Jacobson e del processo fu poco raccontata ed è oggi poco conosciuta. Il 3 febbraio è cominciata sul network americano HBO McMillions, una serie documentaria in sei episodi che racconta la storia della grande truffa del monopoly di McDonald’s, ricostruita in un lungo e appassionante articolo uscito sul Daily Beast dal giornalista Jeff Maysh. Nel 2018 è stato annunciato anche un film, che sarà diretto da Ben Affleck e avrà tra i protagonisti Matt Damon.

Il gioco a premi organizzato da McDonald’s e ispirato al celebre gioco in scatola Monopoly era piuttosto semplice: insieme a certe bibite e panini, i ristoranti della catena distribuivano sporadicamente biglietti che riprendevano le caselle del gioco, che da sole oppure se combinate tra loro consentivano di vincere vari premi, da console per videogiochi a una crociera, da auto sportive a premi in denaro. Alcuni rarissimi biglietti garantivano una vincita di un milione di dollari (a cui andavano detratte molte tasse): la probabilità di riceverne uno però era di circa 1 su 250 milioni. La campagna fu un grandissimo successo, tanto da diventare l’operazione di marketing più redditizia per McDonald’s dai tempi dell’Happy Meal, il cestino del pranzo per i bambini.

A produrre fisicamente i biglietti era un’azienda di Los Angeles chiamata Simon Marketing, che si occupava di stampare francobolli e gratta e vinci. A supervisionare le operazioni della società per conto di McDonald’s c’era Jacobson, un ex poliziotto della Florida che all’inizio degli anni Ottanta, per diversi gravi problemi di salute, fu congedato e dovette trasferirsi in Georgia cambiando lavoro e sostanzialmente accudito dalla moglie Marsha, che trovò lavoro un po’ per caso per una ditta di sicurezza privata. Riuscì a trovare un posto anche per il marito, che nel frattempo era abbastanza guarito, e che si dimostrò molto portato: nel giro di qualche anno fece carriera, diventando dirigente e ricevendo l’incarico di supervisionare l’appalto del Monopoly di McDonald’s, un affare da 500 milioni di dollari.

All’inizio, Jacobson si comportò da ex poliziotto provetto, controllando maniacalmente che i dipendenti di Simon Marketing seguissero scrupolosamente le istruzioni di sicurezza, al punto da controllare loro le scarpe quando uscivano dalla tipografia, per assicurarsi che non provassero a sottrarre biglietti vincenti. I rari biglietti che garantivano una vincita immediata e sostanziosa erano stampati con sofisticate filigrane anti-frode e inserite in buste chiuse su tutti i lati con sigilli metallici. Il compito di Jacobson era di trasportare personalmente queste buste nei McDonald’s del paese, accompagnato da una specie di notaia indipendente.

Maysh ha scritto che Jacobson – che non ha voluto parlare con lui per il pezzo – cominciò a essere «intossicato» dal potere di creare istantaneamente dei milionari, e che si fece odiare dai suoi dipendenti per i suoi atteggiamenti autoritari. In quel periodo, Jacobson aveva investito – su consiglio di una medium – una gran quantità di soldi in uno schema Ponzi, parlandone spesso ai suoi colleghi. Il tutto mentre continuava a supervisionare ogni passaggio del McDonald’s Monopoly, cominciando a notarne sempre di più i punti deboli dal punto di vista della sicurezza.

La storia del Jacobson-truffatore ebbe inizio durante una cena di famiglia del 1989, quando regalò al suo fratellastro un biglietto vincente da 25mila dollari. «Non so se lo feci soltanto perché volevo dimostrargli che potevo farlo, per vantarmi, o per vedere se sarei davvero riuscito a farlo». Qualche tempo dopo, il macellaio di Jacobson scoprì che lavorava per McDonald’s Monopoly, e gli disse che gli sarebbe piaciuto vincere un premio. Jacobson disse subito che poteva farlo accadere, ma che sarebbe stato troppo sospetto se avesse incassato lui il premio, visto che si conoscevano. Doveva trovare un amico che riscuotesse il biglietto vincente, da 10mila dollari. In cambio, Jacobson gli chiese una mazzetta da 2mila dollari.

Era il 1995, e nello stesso periodo Jacobson scoprì che McDonald’s falsificava i risultati del sorteggio elettronico che sceglieva i ristoranti a cui erano destinati i biglietti vincenti escludendo quelli canadesi. Per ragioni pubblicitarie, era meglio se a incassare i premi fossero stati cittadini americani. Jacobson ha sempre sostenuto che quel momento fu determinante nella sua decisione di truffare McDonald’s.

Un giorno, Jacobson ricevette per errore un set in più dei sigilli metallici delle buste dei biglietti vincenti. L’unico momento in cui era solo, nel trasporto dei biglietti più importanti, era al bagno, dove la notaia non lo seguiva: sostituendo il sigillo della busta, si intascò un biglietto da un milione di dollari, che mise in una cassetta di sicurezza insieme ai documenti che provavano la storia del Canada. Poi rubò un altro biglietto da un milione di dollari, e lo fece arrivare all’indirizzo di un ospedale pediatrico del Tennessee. La storia fece notizia, e nemmeno un’indagine del New York Times riuscì a risalire al misterioso benefattore.

Quando il macellaio propose a Jacobson di ripetere la truffa, lui accettò: gli diede un biglietto da 200mila dollari accordandosi perché viaggiasse fino al Maryland con sua sorella, che avrebbe finto di trovarlo in un McDonald’s del posto. Con sua sorpresa, però, qualche giorno dopo Jacobson vide il macellaio in persona festeggiare davanti alle telecamere di un telegiornale. E invece di restituirgli 45mila dollari, gliene diede soltanto 4mila.

Jacobson capì che questa versione improvvisata della truffa era troppo rischiosa, ma un giorno dello stesso anno – siamo sempre nel 1995 –, per caso, gli si sedette a fianco un tipo che ricordava Al Capone. Si chiamava Gennaro Colombo, era nato in Sicilia e si occupava di night club, casinò e locali di scommesse. Le sue non erano esattamente attività legali: Colombo era un membro di una delle più famose e potenti famiglie mafiose degli Stati Uniti. Fecero amicizia, e Jacobson gli raccontò del suo sistema, regalando a Colombo un biglietto vincente per un’auto sportiva: l’uomo accettò addirittura di comparire in uno spot di McDonald’s sul gioco di Monopoly, in cui sventolò una chiave gigante.

Jacobson e Colombo cominciarono a collaborare: il primo fece avere due biglietti vincenti da un milione di dollari al padre e al cognato di Robin Fisher, la moglie di Colombo, che li riscossero in McDonald’s di altri stati e diedero a Jacobson la sua percentuale. Presto Colombo reclutò altre persone, ognuna delle quali doveva spostarsi parecchio per incassare il biglietto vincente, oltre che inventarsi una qualche storia sul modo in cui lo aveva trovato per le tv locali che volevano intervistarla. Nel giro di un paio d’anni, la truffa di Jacobson e Colombo permise al primo di metter su una fortuna, e di frequentare abitualmente la malavita italiana, tra la quale diventò famoso come “Uncle Jerry”. Le cose continuarono così finché un giorno Colombo morì in un incidente stradale, privando Jacobson del suo socio d’affari.

Una pubblicità del McDonald’s Monopoly con la foto di una vincitrice che aveva ricevuto il biglietto attraverso Jacobson.

Non ci mise molto a sostituirlo: mentre era in Europa per una crociera con la moglie, conobbe Don Hart, un americano che viveva come lui vicino ad Atlanta, che aveva da poco venduto la sua società di trasporti e aveva un sacco di contatti in giro per gli Stati Uniti. Quando Jacobson gli spiegò la truffa, Hart accettò di provare e diede a un suo conoscente un biglietto vincente da 200mila dollari. Funzionò, ma Hart si tirò indietro: presentò però a Jacobson due suoi amici che accettarono di aiutarlo, e con i quali ricominciò ad attuare la truffa in lungo e in largo per gli Stati Uniti.

Nel marzo del 2000, l’FBI ricevette una soffiata: un misterioso informatore chiamò l’agente speciale Richard Dent dell’ufficio di Jacksonville, in Florida, dicendo che il McDonald’s Monopoly era truccato da anni da un uomo che lavorava nell’organizzazione del concorso. Dent contattò Amy Murray, una portavoce di McDonald’s, che molto preoccupata diede inizio a un’indagine interna, e che iniziò a collaborare con l’FBI. L’informatore aveva citato il caso di William Fisher, il padre della moglie di Colombo, che aveva vinto un milione nel 1996. Indagando, l’FBI scoprì che aveva ritirato il premio in una città in cui non aveva mai vissuto, nonostante avesse detto il contrario a McDonald’s e alla stampa. L’FBI aprì un’indagine che coinvolse 25 agenti in tutti gli Stati Uniti.

L’errore decisivo Jacobson lo commise fidandosi di un amico con una storia familiare difficile e in difficoltà economiche, che si fece dare due biglietti che consegnò ad altrettanti conoscenti, che però non applicarono nemmeno lontanamente le precauzioni che gli erano state raccomandate per fingere di vivere in posti diversi e lontani tra di loro. McDonald’s si accorse in fretta che i due vincitori, che avevano riscosso un milione e 500mila dollari, abitavano a pochi chilometri di distanza. In breve tempo, Dent risalì a Jacobson e iniziò a ricostruire la rete di rapporti messa in piedi negli anni precedenti.

I dirigenti di McDonald’s erano allarmatissimi, ma l’FBI convinse la società a organizzare un’ultima edizione del Monopoly, per raccogliere prove sufficienti per incastrare Jacobson. Fu lanciata con una massiccia campagna promozionale e distribuendo in giro per gli Stati Uniti migliaia di tagliandi vincenti: i due da un milione, però, erano nelle mani di Jacobson, strettamente sorvegliato dall’FBI. Quando due persone riscossero i premi, McDonald’s contattò immediatamente l’FBI, che sapeva i nomi dei vincitori e le città in cui erano stati incassati ancora prima di sentirseli dire.

Il 3 agosto del 2001, una troupe televisiva bussò alla porta della casa di Michael Hoover, un proprietario di casinò appena andato in bancarotta, che aveva riscosso il premio da un milione di dollari. Insieme alla troupe c’era Murray, che si fece raccontare la storia del modo in cui aveva trovato il biglietto, piena di cose sospette. La troupe televisiva però non era una troupe televisiva, ma degli agenti dell’FBI in incognito. Hoover fu arrestato, e insieme a lui le persone che avevano aiutato Jacobson a incassare i biglietti negli ultimi anni, e naturalmente Jacobson stesso.

Gli arresti fecero grande scandalo, e l’opinione pubblica sembrò infuriata con McDonald’s per avere permesso che per anni uno dei più famosi giochi a premi del paese fosse stato truccato. Jacobson provò a usare i documenti che provavano l’esclusione del Canada dall’assegnazione dei biglietti vincenti, e la sua donazione anonima all’ospedale pediatrico, per ottenere una sentenza ridotta, ma fu condannato a 15 anni di carcere, e gli furono pignorati tutti i beni.

Il contraccolpo per McDonald’s fu pesante: il CEO della società Jack Greenberg spiegò la versione dell’azienda in uno spot televisivo in cui annunciò un nuovo concorso con 10 milioni di dollari di montepremi, chiedendo agli americani «una seconda possibilità». Per evitare che il gioco venisse di nuovo truccato, fu cambiato il metodo di scelta dei vincitori, che da quel momento in avanti furono selezionati da addetti appositi che approcciavano casualmente dei clienti nei ristoranti della catena.

In tutto furono condannati oltre 50 complici alla truffa. In tribunale, Jacobson ammise di essersi intascato circa 60 premi per un totale di 25 milioni di dollari: «quello che posso dirvi è che è stato il peggior errore della mia vita». Oggi ha 76 anni e vive nella sua casa in Georgia.