Un dettaglio della copertina italiana di "Il sale della terra" di Jeanine Cummins (Feltrinelli)
  • Cultura
  • mercoledì 29 Gennaio 2020

Bisogna essere messicani per scrivere un romanzo dal punto di vista di un migrante messicano?

Attorno a questa domanda c'è un intenso dibattito negli Stati Uniti, legato all'uscita del libro "Il sale della terra" di Jeanine Cummins

Un dettaglio della copertina italiana di "Il sale della terra" di Jeanine Cummins (Feltrinelli)

Negli Stati Uniti nell’ultima settimana c’è un acceso dibattito su un romanzo uscito da poco, anche in italiano: American Dirt di Jeanine Cummins, tradotto da Feltrinelli come Il sale della terra. Il libro racconta una storia di emigrazione dal Messico verso gli Stati Uniti ed è uno dei titoli più citati nelle liste dei “libri più attesi” dell’anno; ha ricevuto critiche molto positive da scrittori come Stephen King, Don Winslow e John Grisham. Oprah Winfrey, uno dei personaggi televisivi americani che ha più influenza sulle vendite dei libri, lo sta consigliando; prima ancora che uscisse, giovedì scorso, ne sono stati venduti i diritti cinematografici.

Molti intellettuali di origine messicana però hanno criticato duramente il romanzo, perché secondo loro è inaccurato e stereotipizzante nel descrivere il Messico e i messicani. Questi critici hanno messo in discussione il diritto (oltre alla capacità) di una scrittrice statunitense e bianca, quale è Cummins, di raccontare una storia di migranti messicani, e hanno criticato l’industria editoriale americana per promuovere un libro come questo molto di più rispetto a romanzi sullo stesso tema scritti da autori messicani o centroamericani, o statunitensi ma messicani o centroamericani di origine.

Cos’è Il sale della terra
Il sale della terra parla di una donna messicana, una libraia di Acapulco, moglie di un giornalista, che cerca di raggiungere gli Stati Uniti con il figlio di otto anni dopo che i narcotrafficanti hanno ucciso il resto della sua famiglia. Per farlo compie il percorso seguito ogni anno da moltissimi migranti messicani o centroamericani in fuga dalle violenze dei gruppi criminali, tra le altre cose viaggiando sul tetto della cosiddetta “Bestia”, un treno merci che percorre tutto il Messico, dal Chiapas, nel sud del paese, a Tijuana, al confine con la California. Il romanzo è una specie di thriller on the road.

Cummins ha 45 anni e prima di diventare una scrittrice ha lavorato per dieci anni nell’editoria. Il sale della terra è il suo quarto libro: il primo, uscito nel 2004, è un’autobiografia incentrata sul tentato omicidio del fratello e sull’omicidio di due cugine avvenuti nel 1991; il secondo e il terzo, usciti nel 2010 e nel 2013 e come il primo mai tradotti in italiano, sono romanzi storici ambientati in Irlanda.

Negli Stati Uniti Il sale della terra è stato molto pubblicizzato anche per via del grosso investimento che la casa editrice che l’ha pubblicato, una divisione del grande gruppo Macmillan, ha fatto per ottenerlo: ha pagato a Cummins più di un milione di dollari di anticipo. La notizia del compenso ricevuto dalla scrittrice è una delle ragioni per cui se ne è parlato tanto sui giornali, e c’entra anche con le critiche intorno al libro. La polemica però si è concentrata soprattutto sul fatto che Il sale della terra è stato scelto dalla presentatrice Oprah Winfrey come uno dei romanzi di cui si parlerà a marzo nell’Oprah’s Book Club, il suo programma dedicato ai libri nato come spinoff dell’Oprah Winfrey Show e ora trasmesso dal servizio di streaming Apple TV+. Winfrey lo ha annunciato il 23 gennaio, lo stesso giorno dell’uscita del libro.

La copertina americana e quella italiana di “Il sale della terra”

Le critiche a Il sale della terra e a Cummins
La prima critica estremamente negativa a Il sale della terra, scritta dall’autrice chicana (cioè americana di origini messicane) Myriam Gurba, è stata pubblicata all’inizio di dicembre sul blog culturale Tropics of Meta ed è girata parecchio sui social network. Secondo Gurba il romanzo di Cummins è pieno di stereotipi sul Messico e trasmette l’idea che gli Stati Uniti siano una specie di paradiso e il Messico un posto infernale. Gurba è molto critica anche nei confronti del personaggio della protagonista, Lydia, non solo perché trova che sia incoerente ma perché ritiene che non sia «messicana credibile» dato che «guarda il suo paese attraverso gli occhi di una turista americana che si sconvolge per qualsiasi cosa». Per esempio scopre che alcuni migranti raggiungono gli Stati Uniti a piedi e che alcune donne migranti vengono stuprate nel loro viaggio verso nord, ma anche che a Città del Messico c’è una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Gurba non è l’unica a pensarla così: David J. Schmidt, uno scrittore e traduttore che vive tra Città del Messico e la California, ha scritto più o meno le stesse cose sulla rivista letteraria The Blue Nib. «Se i lettori anglofoni penseranno che questo romanzo racconti in modo accurato la realtà del Messico e dell’immigrazione, ne saranno favoriti la disinformazione e i pregiudizi. E di questi tempi non possiamo permettercelo», ha scritto Schmidt. Nella sua recensione sostiene che Cummins abbia una conoscenza superficiale del Messico, e che abbia addirittura scritto i nomi dei protagonisti del romanzo in modo sbagliato. Critica poi la sua scelta di infilare all’interno dei dialoghi parole in spagnolo – «prevalentemente quelle che si imparano in un corso di spagnolo per principianti» – senza un criterio sensato, allo stesso modo in cui i cattivi dei film di James Bond dicono «auf Wiedersehen» o «dasvidania» dopo aver parlato in inglese con la spia britannica.

Per Gurba, Cummins avrebbe usato quanto letto nei romanzi di una serie di scrittori messicani – citati e ringraziati alla fine di Il sale della terra – per scrivere una storia di migrazione per cui fosse facile impietosirsi dal punto di vista statunitense. Il risultato finale però sarebbe un esempio di «pornografia del dolore» presentata «con la foglia di fico della giustizia sociale». Lo scopo di Cummins sarebbe infatti farsi portavoce di chi, secondo lei, non può parlare da solo. Questa non è un’idea che si è fatta Gurba: l’editor di Il sale della terra ha raccontato che la prima volta che aveva parlato con Cummins del romanzo la scrittrice aveva detto di «voler dare un volto» ai migranti al confine col Messico, descritti dai media come una «massa marrone senza volto». Per questo Gurba accusa Cummins di avere il cosiddetto “complesso del salvatore bianco”, lo spirito missionario di qualcuno privilegiato che crede di poter aiutare chi non lo è e di sapere come fare, con una certa presunzione.

Gurba infine accusa Cummins di essere ipocrita perché nelle sue interviste più recenti si definisce «bianca» e «Latinx», cioè di origine latinoamericana, per il fatto di avere una nonna portoricana. Sarebbe ipocrita, secondo Gurba, perché quando promuoveva i suoi libri precedenti la scrittrice si descriveva unicamente come «bianca».

Altri critici che hanno giudicato negativamente il romanzo hanno comunque sottolineato che il problema non sono le origini di Cummins. Sul Washington Post Ignacio M. Sánchez Prado, professore di spagnolo e studi cultuali latinoamericani alla Washington University di St. Louis, ha scritto:

Non penso che solo i messicani possano parlare o scrivere del Messico, e provo solo amore e ammirazione per i miei colleghi americani di ogni provenienza che dedicano la loro vita a imparare e insegnare cose sul Messico. Uno straniero può sicuramente scrivere del Messico con autorevolezza e attenzione. Paul Theroux, ad esempio, ha da poco pubblicato un libro sul Messico, On the Plain of Snakes.

Diversamente da Cummins, Theroux non pretende di avere un’autorevolezza che non ha o dice di voler dare voce ai migranti paternalisticamente. Viaggia per il Messico e racconta in modo acuto di regioni e temi che la stessa letteratura messicana ha trascurato, e allo stesso tempo replica alla storia di scandenti rappresentazioni anglofone del Messico. Dove Theroux riesce nel suo intento, Il sale della terra si crogiola nell’ignoranza e nella superficialità.

La difesa di Cummins
In una nota al libro, Cummins aveva in una certa misura anticipato chi l’avrebbe criticata per aver scritto una storia di migranti messicani senza essere una migrante messicana: «Mi preoccupavo che da non-immigrata e non-messicana non dovessi scrivere un libro ambientato quasi esclusivamente in Messico, e solo tra migranti. Mi sarebbe piaciuto che qualcuno più scuro di pelle di me lo scrivesse».

La scrittrice è tornata sull’argomento durante un’intervista del programma televisivo This Morning, in cui le è stato chiesto di rispondere alle critiche. Cummins ha detto che per scrivere Il sale della terra ha fatto ricerca per cinque anni e che ha scartato due bozze prima di arrivare alla versione finale. Ha anche detto di aver sempre voluto scrivere di immigrazione, ma di essersi trattenuta a lungo dal raccontare una storia dal punto di vista di un migrante perché si preoccupava «di non saperne abbastanza» e che i suoi privilegi le avrebbero impedito di rendersi conto di alcune cose.

Tra le cose che le hanno fatto cambiare idea, oltre al tempo che ha dedicato a fare ricerca sul tema, c’è stato il parere di Norma Iglesias-Prieto, una studiosa di cultura chicana docente alla San Diego State University. Anni fa le avrebbe detto che c’è bisogno di persone che raccontino le storie dei migranti a prescindere dalla loro origine.

I critici di Cummins hanno comunque criticato anche queste sue difese. Più di uno ha fatto notare che di romanzi che parlano dell’immigrazione messicana scritti da messicani ce ne sono molti, e che dicendo «mi sarebbe piaciuto che qualcuno più scuro di pelle di me lo scrivesse», Cummins si è come dichiarata ignorante sul tema, o li ha giudicati non abbastanza buoni.

Ieri, dopo aver evitato di dare un suo contributo al dibattito per alcuni giorni, Oprah Winfrey è intervenuta pubblicando un video sull’account Instagram del suo programma dedicato ai libri. Ha detto di aver apprezzato molto il libro («mi ha molto emozionata») ma poi ha aggiunto:

Ho capito, dallo sfogo di opinioni appassionate che c’è stato, che la scelta di questo libro ha toccato corde emotive e creato il bisogno di una discussione più approfondita. Quando ho cominciato a sentire i vostri commenti contrari a questa scelta mi sono chiesta sinceramente: “Cosa c’è di offensivo?”. Negli ultimi giorni ho ascoltato i pareri di membri della comunità latina per capire meglio le loro preoccupazioni e le capisco. Davvero.

Quindi ciò che farò è mettere insieme le persone che la pensano in modo diverso per parlare di questo libro, e di chi viene pubblicato, di quali storie vengono pubblicate.

Forse il problema è un altro
La parte finale del discorso di Winfrey fa riferimento al fatto che secondo la maggior parte dei critici di Cummins il vero problema non è tanto Il sale della terra, ma il fatto che questo romanzo abbia ottenuto molta più attenzione e riconoscimenti (l’anticipo da più di un milione di dollari, la vendita dei diritti cinematografici e l’attenzione di Winfrey) di molti altri libri sullo stesso tema che secondo i critici sarebbero scritti meglio e con maggiore preparazione. A essere criticato quindi è soprattutto il sistema editoriale statunitense, che favorirebbe gli autori bianchi, compresi tutti quegli scrittori che hanno detto cose entusiastiche del romanzo senza conoscere bene la letteratura messicana. Succede perché la maggior parte delle persone che lavorano nell’editoria sono bianche, come ha fatto notare la giornalista del Los Angeles Times Esmeralda Bermudez.

Sul Washington Post, Prado ha spiegato che gli stereotipi che si trovano in Il sale della terra si trovano anche in molti film (tra cui Sicario di Denis Villeneuve e Il corriere di Clint Eastwood) e serie tv americane (ad esempio NCIS e Breaking Bad) e che il successo di questi prodotti culturali contribuisce a diffondere questi stereotipi, alcuni dei quali vengono usati da chi dice cose xenofobe o teme gli immigrati. Secondo Prado servono piuttosto dei prodotti culturali non stereotipati e ne cita due che hanno avuto una buona risonanza, il film Roma di Alfonso Cuarón e il romanzo Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli, considerato uno dei migliori del 2019.