Claudio Lotito e Enrico Preziosi, presidenti di Lazio e Genoa (Roberto Monaldo/LaPresse)
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  • mercoledì 4 Dicembre 2019

La Serie A è ancora divisa in fazioni

Il nuovo commissariamento dimostra come i presidenti delle squadre, continuando a non essere d'accordo su nulla, stiano bloccando le riforme di cui il campionato ha bisogno

Claudio Lotito e Enrico Preziosi, presidenti di Lazio e Genoa (Roberto Monaldo/LaPresse)

Questa settimana la Lega Serie A, l’organo che gestisce le principali competizioni del calcio italiano, è stata nuovamente commissariata. L’ex magistrato Mario Cicala è stato nominato commissario ad acta dalla Federazione (FIGC) dopo che i presidenti delle venti squadre del campionato non sono riusciti a eleggere un nuovo presidente in sostituzione di Gaetano Miccichè, dimessosi a fine novembre dopo neanche due anni di mandato.

La Lega Serie A, cioè l’ente principale di un settore dal valore annuale stimato in circa 2,4 miliardi di euro, nonché parte più grossa del settore economico dedicato all’intrattenimento, si trova ancora una volta bloccata e di fatto impossibilitata a occuparsi di temi sui quali si trova già in forte ritardo rispetto agli altri campionati europei: la cessione dei diritti televisivi, le misure contro il razzismo e la violenza negli stadi, il miglioramento dell’appetibilità commerciale del calcio italiano.

L’improduttività della Lega è causata principalmente dalle divisioni fra i presidenti delle venti squadre. Le divisioni nascono dalla questione più sentita all’interno della Lega: i diritti televisivi, la principale fonte di guadagno di tutti i club del campionato, dal più grande al più piccolo. I diritti televisivi si assegnano infatti su base triennale. Ora ci troviamo esattamente a metà del triennio in corso: questo vuol dire che la Lega sta già prendendo in considerazione le nuove proposte. Quella principale arrivata in Lega finora proviene del gruppo spagnolo Mediapro, che ha offerto fino a 1,3 miliardi di euro a stagione per tre anni con possibilità di rinnovo.

Quando si parla di diritti televisivi si parla quindi di un sacco di soldi: una parte entra nel bilancio della Lega, l’altra, quella maggiore, viene spartita fra tutte le squadre del campionato a seconda di diversi parametri che messi insieme favoriscono le grandi squadre del campionato, quelle con più tifosi, le più vincenti e con una miglior storia. Per il peso economico che hanno, i dibattiti sull’assegnazione dei diritti televisivi sono sempre lunghi e complessi: tutti vogliono di più, nessuno vuole privarsi di nulla.

L’elezione alla presidenza di Gaetano Miccichè — con la registrazione dell’assemblea elettiva pubblicata di recente da Business Insider — ha fornito l’immagine di un campionato diviso e per nulla trasparente. Miccichè si è infatti dimesso in reazione all’apertura di un’indagine da parte della Procura federale sulle modalità della sua elezione, concordata a fatica tra i presidenti durante l’assemblea elettiva e poi ripetutamente messa in dubbio nei mesi successivi da alcuni di loro: l’indagine, per esempio, è stata aperta dopo alcune dichiarazioni eloquenti del presidente del Genoa Enrico Preziosi.

Nelle intenzioni e nelle dichiarazioni, il presidente del Genoa è uno dei principali sostenitori di quella fazione all’interno della Lega che da tempo fa capo al presidente della Lazio Claudio Lotito. Questa fazione è formata da un gruppo di club medio-piccoli che nei momenti decisivi riesce ad aumentare i propri consensi, in contrapposizione al gruppo delle squadre più grandi in cui il presidente del Torino, Urbano Cairo, è descritto come uno fra i più attivi. Queste due maggiori fazioni sono in disaccordo soprattutto sulla spartizione dei proventi dalla cessione dei diritti televisivi, la questione che continua a bloccare l’operato della Lega e che intralcia tutte le questioni più importanti.

Il nome di Miccichè è stato riproposto nelle elezioni senza esito avvenute i primi di dicembre, prima del commissariamento ad acta. Ma Miccichè, dopo la sua presidenza interrotta per le divergenze tra i club, non ha più intenzione di ricandidarsi. Nelle due votazioni effettuate hanno prevalso le schede bianche o nulle, segno che un’intesa è molto lontana, con poco tempo ancora a disposizione: se entro il 10 marzo 2020 non ci sarà un nuovo presidente, il commissariamento temporaneo diventerà definitivo.