Una canzone degli Eels

Come mettere dolcezza intorno a una parola orrenda

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Per celebrare l’arrivo alla centesima canzone, e per mettere della bellezza nelle serate domestiche e difficili di tutti in questo periodo, questa e altre 19 canzoni sono accessibili a tutti (12 marzo 2020).

It’s a motherfucker
“Motherfucker” è palesemente una parola orrenda. Io la imparai da ragazzo imbattendomi in una versione porno dei Peanuts (già, lasciate stare) in cui la parola era tradotta in italiano letteralmente. Poi scoprii che l’uso, benché piuttosto volgare, era assai più ampio e generico e oggetto di studi sociali: fino al ribaltamento analogo a quello per cui da noi si dice “che gran figlio di puttana” come espressione di ammirazione. E c’è un tormentone sull’uso del termine da parte di Samuel L. Jackson. Infine, si usa anche per dire che una cosa è una dannazione, qualcosa di sgradevole e inevitabile, ma di più. It’s a motherfucker, essere qui senza di te. Che è quello che dice questa canzone degli Eels, se si può dire “gli Eels” di una band fatta da una persona sola, Mark Everett: l’aneddoto principale che lo riguarda è che suo padre è stato l’inventore della teoria degli universi paralleli, comparsa in tantissima cultura pop negli ultimi decenni. Poi c’è una storia di tragedie familiari, che si riflettono in diversi dei suoi tanti dischi (fatti di canzoni dolci e bellissime, o rumorose e un po’ moleste, e qualcosa nel mezzo). E altre cose di cui potete leggere qui (l’ho visto in concerto a Milano quest’estate: concerto un po’ debole e tirato via, e la sua inclinazione a fare lo spiritoso molto meno riuscita del solito).
La canzone parla di una fidanzata perduta, e sono lui e la sua voce molto bella con un pianoforte, e archi e fiati avvolgenti alle spalle che neanche ci fai caso ma servono. È diventata tra le più amate dai suoi fans e ce ne sono diverse registrazioni dal vivo (per assurdità linko quella con Steve Perry dei Journey, ma tenetevela per domani, che se no ve la rovinate). E la canzone ha quel titolo lì, con quella parola orrenda lì, che ripete e ripete, ed è meravigliosa e dolcissima anche per quella parola lì, che sottrae la solitudine a una banale malinconia struggente e la consegna a questo risentito disprezzo del dolore: it’s a motherfucker. Affanculo il mondo.

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