Una scena di "Funerale a Berlino" (1966) con Michael Caine e Oscar Homolka.
  • venerdì 8 novembre 2019

Il Muro, una cosa da cinema

La barriera stessa, e tutte le storie e la Storia che ci stavano intorno, sono state un soggetto letterario irresistibile per il cinema

di Daniele Colombi
Una scena di "Funerale a Berlino" (1966) con Michael Caine e Oscar Homolka.

Girare un film intorno al Muro di Berlino non era una cosa semplice, considerata la tensione del contesto, i controlli ai check-point e l’estrema difficoltà di transito. Il primo film coinvolto con la storia del Muro è quello che si stava girando la notte del 13 agosto 1961: Un, due, tre del grande regista americano Billy Wilder. Raccontava in maniera ironica i rapporti tra Est e Ovest negli anni della Guerra Fredda, ma la costruzione del muro ne cambiò il significato e da commedia leggera Un, due, tre si trasformò in pungente satira. Billy Wilder fu costretto a spostare il set negli studi cinematografici di Monaco di Baviera, ricostruendo tutti gli esterni (porta di Brandeburgo compresa); il film uscì regolarmente nelle sale a Berlino lo stesso anno e venne stroncato per il suo tono leggero su un tema così drammatico. Mentre i berlinesi dell’Est cercavano di superare il muro rischiando la vita e spesso venendo uccisi, One, Two, Three raccontava la storia di un dirigente americano dello stabilimento di produzione della Coca-Cola a Berlino, tra caricature, battute sui comunisti dell’Est e gli americani dell’Ovest e inseguimenti comici sotto la porta di Brandeburgo. Billy Wilder continuò a ricordare che le condizioni di inizio riprese erano state molto diverse rispetto a quelle successive alla notte del 13 agosto.

In Italia il regista Giorgio Bianchi girò nel 1962 Totò e Peppino divisi a Berlino, una commediola con la coppia De Filippo-Totò. Sullo sfondo della Guerra Fredda, si susseguono scambi di persona, fughe rocambolesche e cambi di fronte continui tra Americani e Sovietici. Il muro di Berlino che Totò e Peppino tentano di scavalcare era però stato costruito nel bel mezzo di uno dei cortili degli Studios De Paolis di Roma (il Teatro 5, in via Tiburtina). Solo le inquadrature iniziali di Berlino sono effettivamente girate sul posto.

Con il consolidamento letterale del Muro ma anche del suo ruolo, il contesto incentivò soprattutto film di spionaggio, con il coinvolgimento di registi importanti come Martin Ritt (La spia che venne dal freddo), Alfred Hitchcock (Il sipario strappato) e Guy Hamilton (Funerale a Berlino).
Il soggetto del film di Martin Ritt è adattato dal romanzo di uno dei massimi scrittori del genere spionistico, John le Carré, e si distingue dai numerosi film di propaganda di quegli anni, prodotti per mettere in cattiva luce i comunisti con generalizzazioni e caricature per lo più fasulle. Protagonisti della Spia che venne dal freddo sono Richard Burton e il muro di Berlino; il film venne girato a Dublino e il muro ricostruito con blocchi di calcestruzzo grigio e filo spinato in mezzo a una piazza della capitale irlandese, tutto in bianco e nero per rendere l’aria funebre e malinconica di Berlino.

Nel 1966 Guy Hamilton gira invece in loco Funerale a Berlino. Tratto da un romanzo della serie creata da Len Deighton, il film ha come protagonista la spia del Secret Intelligence Service Harry Palmer, già protagonista del precedente Ipcress e sempre interpretata da Michael Caine: nel documentario Man at the wall che racconta le riprese, Caine parlò di un’atmosfera di fantasmi, di una città in cui si percepiva la violenza. La polizia della Germania Est al confine cercò più volte di interrompere le riprese, e per far passare gli attori da una parte all’altra li si presentarono come semplici visitatori di passaggio.

Alfred Hitchcock, con Il sipario strappato (1966), riprese una storia di qualche anno prima: due diplomatici inglesi si rifugiarono in Unione Sovietica, causando una crisi politica. Il regista, a causa delle difficoltà di girare in Germania Est, utilizzò delle location in California per riprodurre quelle europee: le scene dell’aeroporto di Schönefeld di Berlino sono state girate in un aeroporto di San Fernando Valley, le esterne di una fattoria della campagna berlinese erano in realtà di Camarillo, una cittadina californiana, così come l’Università Karl Marx era l’Università della California meridionale.

A due anni dalla caduta del Muro, nel 1987, il regista tedesco Wim Wenders girò Il cielo sopra Berlino e per farlo tornò dagli Stati Uniti scegliendo di effettuare le riprese a Berlino. Il muro è sempre presente e i due angeli protagonisti osservano impotenti le vite di alcuni berlinesi che conducono la propria esistenza e si lasciano annegare nei propri pensieri e problemi. Tutte le scene sono state girate in città, ma la più emblematica è quella ambientata in Potsdamer Platz, molto diversa da quella di oggi: ancora divisa dal muro, è un deserto fangoso, praticamente irriconoscibile.

Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, il cinema non ha smesso di occuparsene, ma ha trovato un nuovo fenomeno da raccontare: l’Ostalgie. Il termine entrò ufficialmente nella lingua tedesca nel 1993: è una crasi tra le parole “Osten”, cioè Est, e “Nostalgie”, nostalgia, e definì in maniera sintetica il sentimento nostalgico nato nei primi anni Novanta nella Germania Orientale a seguito della scomparsa della DDR (la Repubblica Democratica Tedesca). Un esempio cinematografico è Goodbye, Lenin!, film del 2003 di Wolfgang Becker, in cui una madre fervente sostenitrice della DDR entra in coma il 7 ottobre del 1989, poche settimane prima della caduta del Muro. Per non causarle il trauma del profondo cambiamento degli anni Novanta, i figli ricreano la stessa identica situazione pre-crollo, andando a caccia di cimeli della DDR. Il film è diventato uno dei maggiori successi di sempre del cinema tedesco.

Più grave e complesso è Le vite degli altri del 2006, diretto da Florian Henckel von Donnersmarck. Il protagonista è un agente della STASI (il Ministero per la Sicurezza dello Stato della Germania Est) e la sua attività di spionaggio su un famoso scrittore teatrale e intellettuale, Georg Dreyman. Le riprese si svolsero quasi interamente a Berlino, anche negli spazi storici della Stasi (per esempio la sede centrale in Normannenstraße, dove si trovavano anche gli archivi). Il film fa anche da testimone del gigantesco sistema di archiviazione meccanica della STASI, che subito dopo le riprese fu ristrutturato e digitalizzato.

Nel 2015 Steven Spielberg ha diretto Bridge of Spies, racconto della vera storia di Rudolf Abel, la spia sovietica arrestata e poi utilizzata come pedina di scambio con Francis Gary Powers, pilota di un aereo spia catturato invece dai Sovietici. A gestire la trattativa è James Donovan, un giovane avvocato di Brooklyn interpretato da Tom Hanks. Protagonista scenografico del film è il ponte di Glienicke, che collega Berlino a Potsdam, noto come “Ponte delle spie”. Nel 1961 il ponte era stato chiuso al traffico, essendo posto sulla linea di confine tra le due Germanie, e vi si svolsero più scambi di prigionieri, tra cui quello raccontato dal film di Spielberg.

Questo e gli altri articoli della sezione La fine del Muro di Berlino sono un progetto del corso di giornalismo 2019 del Post alla scuola Belleville, progettato e completato dagli studenti del corso.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.