(Mads Claus Rasmussen/Ritzau Scanpix via AP)

Qualcosa non funziona nella vigilanza bancaria europea

Nonostante regolamenti ed enti di sorveglianza che declinano sempre ogni responsabilità, continuano a emergere scandali e casi di riciclaggio di soldi sporchi

(Mads Claus Rasmussen/Ritzau Scanpix via AP)

L’ultimo scandalo ad aver colpito il sistema bancario europeo è anche uno dei più grandi. Tra il 2007 e il 2015 quasi 350 miliardi di euro provenienti da loschi giri d’affari originati in Russia e in altri paesi dell’ex Unione Sovietica sono stati riciclati nelle filiali di due importanti banche scandinave, la danese Danske Bank e la svedese Swedbank. Dopo aver ammesso alcune falle nelle sue operazioni, l’Autorità Bancaria Europea (EBA) – cioè l’ente incaricato di vigilare su questi episodi – ha inviato una lettera alla Commissione Europea, sostanzialmente assolvendosi da qualsiasi responsabilità.

Eppure non era necessario un particolare acume investigativo per accorgersi che qualcosa non tornava nei conti delle due banche scandinave. A un certo punto la filiale estone della Danske Bank, un ufficio con una dozzina di persone nella capitale Tallinn, non esattamente una delle grandi capitali della finanza mondiale, era arrivata a generare da sola un decimo di tutti i profitti della banca. Più o meno lo stesso stava accadendo alla filiale estone della Swedbank.

Non era un mistero nemmeno il fatto che i paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) fossero da tempo un importante crocevia dei traffici illeciti della potente criminalità organizzata russa, oltre che in generale tre nazioni sulle quali la Russia sta esercitando sempre maggiore influenza e pressioni. Già nel 2007 la polizia estone aveva ricevuto alcune soffiate su quello che stava accadendo nella sede locale di Danske Bank, ma la pista venne abbandonata senza ulteriori indagini dopo che il governo russo si dimostrò poco collaborativo.

Secondo l’Economist quest’ennesimo scandalo è il segnale che per l’Unione Europea è arrivato il momento di «mettere ordine a casa propria»: cioè rafforzare la vigilanza e la cooperazione bancaria, mettere gli istituti bancari sotto pressione e assicurarsi che i responsabili degli scandali e coloro che sono incaricati di evitare che questi accadano siano responsabilizzati. Non è un compito facile, ammette il settimanale. Le banche sono enti ricchi e potenti (probabilmente i più ricchi e potenti che ci siano in Europa) e come tutti i ricchi e potenti hanno efficaci strumenti per evitare di farsi perseguire. Per via della loro importanza, le banche sono sottoposte a speciali regolamenti ed esistono enti incaricati di vigilare solo su di loro, ma non sempre questo accumulo di “attenzioni” da parte di enti diversi e numerosi è una cosa buona.

La vigilanza bancaria europea è un «mosaico» di competenze divise tra stati membri e regolatori europei, scrive l’Economist. In cima alla piramide della responsabilità c’è l’EBA, l’Autorità Bancaria Europea con sede a Parigi. Semplificando, potremmo dire che l’EBA si occupa di fissare le regole e i requisiti che le banche devono rispettare. Alla Banca Centrale Europea, la BCE, spetta poi il compito di fare sì che quelle regole vengano rispettate. Concretamente, però, la BCE opera quasi sempre utilizzando il personale e le risorse delle banche centrali dei singoli stati membri.

A queste autorità non sempre interessano faccende apparentemente secondarie come il riciclaggio di denaro sporco. La loro missione è assicurare la stabilità complessiva del sistema finanziario europeo: i reati commessi dalle singole banche interessano loro solo quando raggiungono livelli tali da avere un effetto sul sistema nel suo complesso. Gran parte della responsabilità di occuparsi di questi comportamenti ricade quindi sulle forze dell’ordine e sulla magistratura dei singoli stati membri.

Il problema è che il riciclaggio internazionale di denaro è un crimine che per definizione attraversa le frontiere, cosa che invece le autorità di polizia e i magistrati dei singoli stati membri non possono fare, o almeno non facilmente. Non è un caso se i grandi flussi di riciclaggio attraversano paesi piccoli come i paesi baltici, Cipro e Malta, dove polizia e magistratura spesso non hanno le risorse per tenere testa a organizzazioni criminali in grado di muovere centinaia di milioni di euro.

Questi piccoli stati, inoltre, godono di grandi benefici nel ricevere questi flussi finanziari. Per paesi piccoli e poveri un giro d’affari illegale o comunque non del tutto pulito è comunque un’importante fonte di reddito, che dà lavoro a migliaia e migliaia di persone. Spesso quindi le autorità locali chiudono un occhio sui traffici che avvengono sotto i loro occhi, visto che gli portano comunque degli introiti, ma i grandi paesi non sono tanto migliori, nota l’Economist. La Germania, per esempio, utilizza alcune scappatoie nella legislazione europea per non pubblicare le multe che le autorità infliggono alle banche tedesche che hanno violato la legge, in modo da tutelarne, almeno in parte, la reputazione.

Il problema fondamentale rimane la difficoltà nel perseguire enti così ricchi e potenti e allo stesso tempo così fondamentali per l’economia come le banche. Il fatto che dopo la crisi le banche siano diventate più fragili di prima rende ancora più acuto il problema. La questione, infatti, diventa: come e quanto punire una banca che in caso di multe troppo pesanti rischia di essere messa in grave difficoltà, insieme ai suoi clienti e dipendenti?

Questo problema è emerso con particolare chiarezza negli ultimi anni, quando diverse banche europee sono state colpite da pesantissime multe da parte delle autorità statunitensi. Gli Stati Uniti sono in una posizione privilegiata: nessun istituto finanziario vorrebbe essere escluso dal mercato statunitense, quello dove per ragioni finanziarie è fondamentale essere presenti. Grazie alla minaccia di sanzioni che bloccano l’accesso al mercato del dollaro, i regolatori statunitensi possono di fatto imporre la loro giurisdizione in tutto il mondo. Nel 2014 se ne è accorta la banca francese BNP Paribas, accusata di aver violato alcune sanzioni americane contro Cuba, Sudan e Iran e per questo multata per quasi nove miliardi di euro, una cifra che ha lasciato l’istituto in grossissime difficoltà.

Secondo l’agenzia di rating Moody’s, solo per gli episodi di riciclaggio le banche europee hanno ricevuto multe per 16 miliardi di euro nel periodo 2012-2018. Il 75 per cento di queste multe è stato deciso dagli Stati Uniti. Una soluzione che ipotizza l’Economist, quindi, sarebbe lasciare che siano gli americani a fare i “poliziotti della finanza mondiale”. Ma il caso BNP Paribas dimostra che affidarsi agli Stati Uniti significa mettersi potenzialmente in una situazione molto rischiosa nel caso in cui gli interessi europei e quelli americani dovessero divergere.

Secondo l’Economist la vera soluzione non può che essere allora graduale e incrementale: aumentare lo scambio di dati tra le varie autorità europee, riformare i regolamenti sulla vigilanza bancaria in modo da chiudere le scappatoie, segnalare adeguatamente a tutto il sistema bancario europeo i clienti potenzialmente pericolosi. Secondo l’Economist non porterebbe a nulla di buono, invece, la proposta in discussione da qualche anno, cioè creare un’agenzia europea incaricata di occuparsi in particolare del riciclaggio di denaro sporco. Sarebbe, scrive, soltanto «nuova inutile burocrazia».

Nel frattempo però i paesi scandinavi al centro dell’ultimo scandalo hanno deciso di non aspettare una decisione europea. Sotto una forte pressione dell’opinione pubblica locale, leggi e regolamenti sono stati inaspriti. La Danimarca ha moltiplicato di otto volte le multe che i manager di una banca possono ricevere se commettono reati finanziari e ha aggiunto il carcere tra le possibile conseguenze per quelli più gravi; Svezia, Norvegia e Finlandia hanno fatto lo stesso.