Manifestazione antigovernativa a Santiago, 23 ottobre (Pablo VERA / AFP)
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  • giovedì 24 Ottobre 2019

Il Cile cerca di fermare le proteste

Il presidente Piñera ha annunciato un aumento di salario minimo e pensioni, ma finora non ha convinto i manifestanti

Manifestazione antigovernativa a Santiago, 23 ottobre (Pablo VERA / AFP)

Martedì sera il presidente cileno Sebastián Piñera ha chiesto scusa ai suoi concittadini per non avere saputo vedere in tempo i problemi accumulati da decenni nella società cilena e che hanno portato alle grandi proteste degli ultimi sei giorni. Piñera ha riconosciuto l’esistenza di una grave «situazione di disuguaglianze e abusi» e ha promesso alcune grandi riforme per cercare di fermare le proteste. Ha detto (dal minuto 2:57):

«Di fronte alle legittime necessità e domande sociali della cittadinanza, abbiamo ascoltato con molta attenzione e molta umiltà, perché ci è stato mandato un messaggio molto potente. È vero che i problemi non si sono prodotti negli ultimi giorni, si accumulavano da decenni. Però è vero anche che i diversi governi [che si sono susseguiti in Cile] non sono stati – o non siamo stati – capaci di riconoscere questa situazione in tutta la sua gravità. Una situazione di disuguaglianze e abusi che ha significato un’espressione genuina e autentica di milioni e milioni di cileni. Riconosco questa mancanza di comprensione e chiedo scusa ai miei concittadini»

Piñera, presidente del Cile dal 2018 e già presidente dal 2010 al 2014, ha poi annunciato riforme sul salario minimo, sulle pensioni e sulla sanità.

Le promesse più rilevanti sono l’istituzione di un salario minimo di 350mila pesos (430 euro) per tutti i lavoratori full-time, che implica un’integrazione da parte dello stato per chi con il suo stipendio non raggiunge la cifra stabilita; l’aumento delle pensioni minime del 20 per cento e altri interventi successivi previsti per il 2021 e 2022 e rivolti ai cileni con più di 75 anni di età; la creazione di un “Seguro de Enfermedades Catastróficas”, grazie al quale verrà stabilito un tetto per le spese riservate da ogni famiglia cilena alla sanità; l’ampliamento di un programma già esistente che riduca il prezzo delle medicine; e l’introduzione di un meccanismo che stabilizzi il costo dell’elettricità, e che di fatto annulli il recente aumento del 9,2 per cento delle tariffe che aveva provocato molto malcontento sociale.

Piñera ha anche parlato della necessità di fare una legge per creare un fondo di solidarietà per aiutare le famiglie di genitori lavoratori che hanno figli con meno di due anni, e ha proposto che i municipi più grandi e con maggiore reddito aiutino quelli con meno risorse, in modo da ridurre le disuguaglianze.

«La lotta ci rende liberi», dice una frase scritta sulla schiena di un manifestante durante una protesta a Santiago il 23 ottobre (Pablo VERA / AFP)

Le promesse di Piñera, anche se per ora solo annunciate, sono state considerate significative da diversi giornalisti e osservatori, anche se ci sono parecchi dubbi su dove il governo cileno andrà a prendere i soldi per finanziarle. Daniel Mansuy, direttore del Centro de Estudios de Investigación Social dell’Università delle Ande, ha detto a BBC Mundo che le misure proposte da Piñera «vanno direttamente al portafogli della gente e in questo senso sono buone», ma ha aggiunto che potrebbero essere sufficienti solo per evitare «l’affondamento della nave», ma non per trovare una soluzione alle richieste fatte durante le proteste degli ultimi giorni.

Finora le riforme annunciate non hanno infatti convinto i manifestanti a fermare le proteste, anche se mercoledì ci sono stati molti meno scontri con l’esercito e la polizia e meno episodi di violenza. A Santiago, la capitale, si è tenuta comunque una manifestazione con un’altissima partecipazione, «una delle più grandi marce dal ritorno del paese alla democrazia», ha scritto il giornale cileno La Tercera. Ci sono state manifestazioni con decine di migliaia di persone anche in altre grandi città cilene, come Valaparaíso e Concepción.

Poliziotti in tenuta antisommossa durante una manifestazione a Santiago il 22 ottobre (Martin BERNETTI / AFP)

Le proteste in Cile erano iniziate due settimane fa dopo che era entrato in vigore un piccolo aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago nelle ore di punta. Con il passare dei giorni, le proteste si erano estese in diverse città del paese e avevano cominciato a riguardare temi più ampi del costo dei biglietti della metro, come l’inefficienza del sistema sanitario e la necessità di introdurre una riforma delle pensioni e garantire una migliore ridistribuzione della ricchezza. Venerdì 18 le manifestazioni erano diventate violente: c’erano stati scontri con la polizia, oltre che incendi, saccheggi e altri atti di sabotaggio. Il presidente Piñera, conservatore, aveva dichiarato lo stato di emergenza e mandato l’esercito per le strade.

Finora nelle proteste sono morte 15 persone, mentre gli arresti sono stati più di mille: sono emerse anche testimonianze di abusi da parte delle forze di sicurezza, e organizzazioni femministe e per la difesa dei diritti umani hanno denunciato diversi casi di abusi e violenze sessuali soprattutto nei confronti di donne detenute per le proteste.