Pechino, dicembre 2015 (Kevin Frayer/Getty Images)
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  • lunedì 21 ottobre 2019

Il Guardian ha deciso di cambiare le parole e le immagini con cui parla di clima

Perché come se ne parla e come lo si mostra determina anche il modo in cui le cose sono capite e contrastate

Pechino, dicembre 2015 (Kevin Frayer/Getty Images)

Sul Guardian sono stati pubblicati due articoli per raccontare come e perché il giornale abbia scelto di usare determinate parole ed espressioni per raccontare la crisi climatica ripensando anche alle immagini che accompagnano gli articoli. Questo lavoro parte dall’assunzione dell’emergenza climatica come di uno dei problemi principali del nostro tempo, e dal principio secondo cui le parole e le rappresentazioni che definiscono i cambiamenti climatici modellano anche il modo in cui le cose sono capite e contrastate. L’obiettivo dichiarato dal Guardian è dunque allargare le conoscenze attraverso l’accuratezza con cui si parla delle cose, e modificare la consapevolezza delle persone stimolando, di conseguenza, azioni e pratiche più informate e coscienti.

Dal punto di vista del linguaggio, dunque, invece che “cambiamento climatico” il Guardian ha scelto di usare “emergenza climatica”, “crisi climatica” o “catastrofe”, perché l’espressione “cambiamento climatico” suona come piuttosto passiva e blanda quando ciò di cui si parla «è una catastrofe per l’umanità». Il cambiamento di terminologia, ha spiegato la direttrice Katharine Viner, riflette i cambiamenti che stanno facendo anche scienziati e organizzazioni che si occupano di clima: stanno usando un linguaggio più forte per descrivere la situazione in cui realmente ci troviamo. Per gli stessi motivi, al Guardian è stata decisa la preferenza per “global heating” piuttosto che per “global warming”. La differenza fa riferimento all’intensità e alla gravità del fenomeno, e in italiano è difficile da rendere: in inglese “warm” significa “tiepido”, mentre “hot” (da cui “heat”) significa “caldo”. È come se si fosse scelto di usare “infiammazione globale” più che “riscaldamento globale”. Tra le altre cose è stato scelto poi di usare l’espressione “negazionisti del clima”, piuttosto che “scettici”, perché la parola “negazionismo” corrisponde meglio al posizionamento politico e all’attività di propaganda portata avanti da chi vuole screditare la crisi climatica nonostante le sue moltissime dimostrazioni scientifiche.

La photoeditor del Guardian Fiona Shields ha poi spiegato il ripensamento sulle immagini scelte dal giornale per parlare di questi temi: «Al Guardian vogliamo garantire che le immagini che pubblichiamo trasmettano in modo accurato e appropriato la crisi climatica che stiamo affrontando». Lo staff che si occupa delle fotografie pubblicate sul giornale ha dunque lavorato per «comunicare visivamente l’impatto che l’emergenza climatica sta avendo in tutto il mondo».

Il Guardian si è rivolto a Climate Visuals, banca dati di immagini e organizzazione di ricerca e consulenza sul cambiamento climatico che, nella scelta delle foto, ha individuato sette principali linee guida. La prima suggerisce di mostrare “persone reali” e autentiche, non scatti rituali e in posa di politici o persone famose che, per esempio, piantano degli alberi; dice poi di non usare le solite immagini familiari o classiche, come foto di ciminiere, deforestazioni e orsi polari, ma di pubblicare immagini più stimolanti che riescano a raccontare anche parti della storia meno conosciute e ampliare così le conoscenze di chi legge.

Shields ha spiegato che le persone amano gli orsi polari e i panda, quindi è semplice capire come questi animali siano diventati, magari in modo non del tutto appropriato, una scelta quasi automatica quando si parla di specie in via di estinzione o di riscaldamento globale. Queste immagini raccontano però un solo aspetto della crisi climatica, e possono sembrare lontane e astratte: raccontano, di fatto, un problema che non è umano né particolarmente urgente. Da qui la nuova decisione di mostrare immagini di persone, che mostrino emozioni e situazioni reali. Quindi più che una foresta in fiamme…

(Victor Moriyama/Getty Images)

…si è deciso di usare foto che mostrino l’impatto diretto delle problematiche ambientali sulla vita quotidiana delle persone:

(Lintao Zhang/Getty Images)

(Kent Porter/The Press Democrat via AP)

Le altre linee guida di Climate Visuals chiedono di mostrare le cause dei cambiamenti climatici che dipendono dalla quotidianità di ciascuna persona su una scala più ampia. Le persone faticano a comprendere i legami tra emergenza climatica e vita quotidiana e le “cause” individuali (come il consumo di carne) tendono o a non essere riconosciute o, se lo sono, a provocare reazioni difensive. Se si comunicano i collegamenti tra comportamenti quotidiani “problematici” e crisi climatica, è meglio dunque mostrare questi comportamenti su larga scala: scegliendo per esempio l’immagine di un’autostrada piena di macchine, piuttosto che un singolo conducente. Gli impatti della crisi climatica, dice l’organizzazione, sono emotivamente potenti: l’immagine di un’inondazione colpisce l’immaginario, ma può essere così travolgente da portare a una sorta di immobilismo: associare le immagini degli impatti climatici con un comportamento concreto che le persone possono praticare può aiutare a superare questa impasse.

Va poi trovato un equilibrio tra cambiamenti climatici locali (in modo che le persone si rendano conto che la questione è rilevante per loro) e minimizzazione del problema, cosa che può avvenire non rendendo abbastanza chiari i collegamenti del locale al quadro generale. Va fatta inoltre attenzione, suggerisce Climate Visuals, con le immagini delle proteste ambientaliste: possono rafforzare l’idea che il cambiamento climatico sia per “loro” piuttosto che per “noi”. Un buon compromesso potrebbe essere usare immagini di protesta che coinvolgono le persone direttamente colpite dagli impatti climatici. Infine, bisogna comprendere a chi ci si rivolge: le immagini sugli impatti climatici “lontani” hanno prodotto scarse risposte emotive tra chi politicamente si colloca a destra, mentre quelle che descrivono “soluzioni” hanno generato emozioni per lo più positive sia per chi è di destra sia per chi è di sinistra.

Fiona Shields ha fatto un esempio: la scorsa estate i media britannici hanno pubblicato titoli e articoli drammatici sulle ondate di caldo e sulle condizioni meteorologiche non stagionali, accompagnati però da immagini di persone che si divertivano con l’acqua, di bambini che giocavano nelle fontane e di persone che correvano verso il mare. Questa contraddizione, ha spiegato, mette a rischio i contenuti stessi e il modo in cui percepiamo i rischi dell’emergenza climatica. «Abbiamo bisogno di nuove immagini per nuove narrazioni», conclude Fiona Shields: «È necessario essere creativi nella ricerca, riuscire a trovare le immagini andando oltre le solite parole chiave come “cambiamento climatico”, “ondata di caldo” o “inondazioni”». E si augura che anche altri media avviino una riflessione in questo senso e seguano il loro esempio.

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