(Charles McQuillan/Getty Images)
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  • domenica 20 ottobre 2019

In Irlanda gli antiabortisti non si arrendono

Fare applicare la nuova legge che permette di interrompere una gravidanza si sta rivelando più complicato del previsto

(Charles McQuillan/Getty Images)

Dall’inizio di quest’anno in Irlanda è possibile abortire. La vittoria del referendum per l’abolizione della norma che rendeva l’aborto illegale (maggio 2018) e la successiva approvazione della legge per legalizzare l’interruzione di gravidanza sono state considerate dei momenti storici per un paese in cui la religione cattolica è molto influente e in cui il divieto di abortire era addirittura scritto nella costituzione. Qualche settimana fa, però, centinaia di donne a favore della libertà di scelta hanno marciato ancora per le strade di Dublino cantando “Fuori i rosari dalle nostre mutande”. Sebbene la legge lo consenta, infatti, l’accesso all’aborto in Irlanda è complicato e non sempre garantito. La propaganda degli antiabortisti è ancora molto attiva, compresa quella illegale, e lo stigma associato all’aborto è sempre molto pesante.

La nuova legge irlandese prevede la possibilità di abortire su richiesta fino alla dodicesima settimana. Prevede di poter interrompere la gravidanza anche in caso di «pericolo di vita» o «grave rischio per la salute» della donna incinta, e in caso di anomalie fetali che possono portare alla morte in utero. Prima di poter abortire, la donna deve sottoporsi al parere di due medici; tra la certificazione e la procedura devono passare tre giorni.

Subito dopo l’approvazione della legge, molte attiviste e femministe ne avevano da subito denunciato alcune criticità, consapevoli del fatto che legittimasse la non applicabilità della legge stessa (un po’ come avviene in Italia con l’obiezione di coscienza): avevano parlato dell’ambiguità dell’espressione “grave danno per la salute della donna” (che avrebbe potuto facilmente diventare una ragione per non concedere l’interruzione da parte dei medici); del mancato accesso in caso di gravidanze con gravi malformazioni fetali che non prevedono la morte in utero; e dei tempi di attesa obbligatori tra la certificazione e il procedimento, che rappresentano un ostacolo significativo soprattutto per le donne che vivono nelle aree più isolate del paese e per quelle che si trovano in circostanze di vulnerabilità, come chi ha subito abusi domestici o le richiedenti asilo.

Oltre alle problematiche contenute nel testo della legge, ci sono poi la propaganda e la pressione esercitata dai gruppi antiabortisti che dallo scorso gennaio stanno cercando di compromettere il servizio, spesso in modo violento e illegittimo, come già accaduto durante la campagna per il referendum. Fuori dagli ospedali in cui si pratica l’interruzione di gravidanza si tengono regolarmente delle “veglie”, e questo significa che per entrare le donne devono superare i manifestanti che esibiscono bare a misura di bambino e che tengono in mano dei feti di plastica. «Una donna che sta andando in ospedale per ricevere delle cure mediche non dovrebbe essere soggetta ad abusi», ha detto al Guardian Celia Rafferty, che porta avanti la campagna per i diritti riproduttivi delle donne fin dal 1983, da quando cioè l’Irlanda decise di abolire l’interruzione di gravidanza: «Dobbiamo creare delle zone sicure intorno agli ospedali», zone in cui non sia permesso interferire con il diritto di una persona ad accedere a un servizio sanitario legale. Il ministro della Salute irlandese, Simon Harris, ha promesso di lavorare a una legge che possa garantire tutto questo, ma ancora non si è arrivati a nulla di concreto.

Quando abortire in Irlanda era vietato, fino a nove donne andavano ogni giorno all’estero per interrompere la gravidanza. Questa cifra è diminuita da quando l’aborto è diventato legale, ma ci sono ancora molte donne costrette a spostarsi. L’Abortion Support Network – un’organizzazione con sede nel Regno Unito che aiuta anche finanziariamente le donne che devono uscire dal loro paese per accedere a un aborto sicuro – ha raccolto diverse testimonianze. Una donna ha raccontato di essere andata in un centro per la gravidanza in Irlanda, che le aveva comunicato che era incinta da più di dodici settimane: in realtà era incinta di sole nove settimane, ma quando si rese conto della verità era troppo tardi. Altre due persone, secondo l’organizzazione, hanno detto di essere state ingannate dai loro medici di base: gli hanno detto che avevano avuto un aborto spontaneo mentre invece erano ancora incinte, e lo hanno saputo solo dopo che erano trascorse le 12 settimane. Una di queste donne era una richiedente asilo, con pesanti restrizioni a viaggiare fuori dal paese.

Inoltre, dopo la legalizzazione dell’aborto sono nati una serie di siti antiabortisti che, dietro una presunta neutralità, cercano di dissuadere le donne da interrompere la gravidanza. Questi siti hanno lo stesso nome (My Options) di quello ufficiale creato dall’Health Service Executive (HSE), il servizio sanitario nazionale irlandese, e che fornisce informazioni, assistenza e sostegno alle donne che vogliono accedere a un’interruzione di gravidanza. Lo scorso febbraio l’HSE ha fatto causa a uno di questi siti, che era stato creato da un attivista antiabortista, Eamonn Murphy. Il sito di Murphy offriva ecografie per mostrare immagini del feto e forniva informazioni false sull’aborto, collegandolo per esempio al cancro al seno (un argomento senza alcuna base scientifica).

All’HSE sono poi arrivate molte segnalazioni di centri non regolamentati per la gravidanza in cui le donne incinte subiscono esperienze traumatiche e coercitive: vengono sottoposte a esami fisici inutilmente invasivi, vengono costrette a guardare video propagandistici e vengono falsamente “informate” sui rischi di cancro, morte o disturbi mentali conseguenti a un aborto. Un’altra preoccupazione riguarda la divulgazione ai gruppi antiabortisti di informazioni sulle donne che iniziano l’iter per abortire. L’HSE sta indagando sul caso di una donna che lo scorso gennaio ha interrotto la gravidanza in un ospedale di Dublino e che sarebbe stata contattata telefonicamente da un attivista antiabortista che si è però identificato come un consulente dell’HSE: questo “consulente” avrebbe cercato di dissuaderla invitandola a fare una nuova ecografia e a recarsi in una loro clinica. Infine, dopo che la donna si era accorta che qualcosa non andava, l’avrebbe aggredita telefonicamente definendola una persona «disgustosa».

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