Trattamento sanitario con DDT per una bambina durante la Seconda guerra mondiale (George Konig/Keystone Features/Getty Images)

Sconfiggeremo la malaria anche grazie ai nazisti?

Una vecchia variante del DDT sviluppata nella Germania nazista potrebbe essere più efficace e sicura del classico insetticida ormai messo al bando, dicono i ricercatori

Trattamento sanitario con DDT per una bambina durante la Seconda guerra mondiale (George Konig/Keystone Features/Getty Images)

Una versione alternativa del DDT sviluppata nella Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale potrebbe aiutare a ridurre la diffusione della malaria, almeno secondo un gruppo di chimici della New York University. La malattia trasmessa dalle zanzare è ancora molto diffusa, comporta l’infezione di oltre 200 milioni di persone ogni anno e ne uccide almeno 400mila, soprattutto in Africa. Le soluzioni adottate finora, comprese alcune avveniristiche per modificare geneticamente le zanzare, hanno avuto finora esiti alterni e non sufficienti per risolvere il problema e le emergenze sanitarie che comporta.

Nel 1939 il chimico svizzero Paul Hermann Müller notò che il DDT (para-diclorodifeniltricloroetano) aveva un potente effetto insetticida. La sua azienda, la J.R. Geigy, brevettò il composto intravedendo le sue grandi potenzialità commerciali. Poco tempo dopo, gli Stati Uniti e i loro alleati acquistarono i diritti dalla società per produrre il DDT, impiegandolo per tenere sotto controllo le infezioni da malaria e tifo nei loro eserciti durante la Seconda guerra mondiale. Finito il conflitto, il DDT divenne uno degli insetticidi più diffusi al mondo, usato soprattutto in campo agricolo per sterminare i parassiti dalle piantagioni.

L’impiego del DDT proseguì anche nei paesi dove era particolarmente diffusa la malaria, portando a risultati estremamente incoraggianti. L’insetticida funziona infatti per contatto: quando un insetto ne tocca i cristalli, la sostanza si lega alle cellule nervose e le rende iperattive, causando la rapida morte dell’insetto; l’effetto non è riscontrato nei mammiferi. Anche grazie al DDT, intorno alla metà degli anni Cinquanta l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò eradicata la malaria in alcune parti del mondo. Col passare del tempo, però, le zanzare si adattarono all’insetticida sviluppando una resistenza al suo principio attivo, comportando un nuovo aumento dei casi di malaria.

Nei primi anni Sessanta le cose per il DDT si misero ulteriormente male, come ricorda il New York Times, in seguito alla pubblicazione del libro Primavera silenziosa di Rachel Carson, che raccontava i gravi effetti sugli ecosistemi degli insetticidi, dovuti a un loro uso incontrollato e irresponsabile. Emersero inoltre elementi circa la persistenza delle molecole di DDT, che finivano per risalire la catena alimentare costituendo un potenziale pericolo per gli esseri viventi. Nel 1972 il DDT fu messo al bando negli Stati Uniti e successivamente diversi altri paesi assunsero la stessa decisione (oggi viene ancora impiegato, talvolta illegalmente, talvolta grazie a deroghe particolari in alcuni paesi).

Quasi 50 anni dopo, Michael D. Ward della New York University ha avviato uno studio con alcuni suoi colleghi su alcuni materiali e sostanze che si cristallizzano in modi particolari. Durante il loro lavoro, i ricercatori sono incappati nel DDT e sono arrivati al DFDT, una sua variante ormai dimenticata che era stata sviluppata nella Germania nazista. Il composto è simile al DDT, ma ha degli atomi di fluoro al posto di quelli di cloro della versione originale.

Il DFDT era stato sviluppato in Germania per evitare di pagare i costi di licenza del DDT, che era stato brevettato da un’azienda svizzera. Probabilmente lo sviluppo dell’insetticida alternativo era dipeso anche dal fatto che gli elementi necessari per produrlo – più costosi di quelli del DDT – fossero facilmente reperibili in territorio tedesco durante il tempo di guerra. Il DFDT era stato notato dai militari statunitensi e dai loro alleati, che però lo avevano ritenuto di qualità inferiore rispetto al DDT e meno pratico da produrre.

Incuriositi dalla storia del DFDT, Ward e colleghi si sono chiesti se fosse davvero meno efficace della versione classica, e lo hanno messo alla prova. Attraverso alcuni esperimenti di laboratorio, hanno scoperto che i cristalli di DFDT uccidono le zanzare tra le due e le quattro volte più velocemente, rispetto al DDT. Una maggiore velocità riduce le possibilità di riproduzione delle zanzare, contribuendo a ridurne la popolazione. L’esito degli esperimenti è stato pubblicato sulla rivista scientifica Journal of the American Chemical Society, ma non tutti sono convinti che il DFDT possa diventare una parte della soluzione contro la malaria.

La struttura del DFDT è molto simile a quella del DDT, quindi le zanzare che ormai hanno sviluppato una resistenza all’insetticida classico potrebbero essere resistenti anche alla sua variante. La strada degli insetticidi per ridurre le popolazioni di zanzare continua a essere seguita, ma molti ricercatori concordano sul fatto che si debbano sviluppare sistemi di nuova generazione che evitino il rapido adattamento degli insetti.

Ward ritiene invece che il DFDT possa avere qualche speranza: non è raro che la minima differenza in un composto sia sufficiente per modificare la sua efficacia, anche nei confronti di soggetti già sensibilizzati. Il prossimo passo sarà quindi quello di sperimentare l’insetticida dimenticato su zanzare resistenti al DDT.

Se il DFDT si rivelasse efficace, potrebbe diventare una nuova e importante risorsa per contrastare la diffusione della malaria. Essendo più potente, l’insetticida potrebbe essere utilizzato in quantità più contenute, riducendo i rischi per l’ambiente. L’impiego di questi prodotti per scopi sanitari, e non in agricoltura, implica inoltre una diffusione molto ridotta delle sostanze dannose e quindi minori conseguenze per gli ecosistemi e la catena alimentare, dicono gli autori della ricerca. Il nuovo-vecchio insetticida non sarà comunque adottato prima di ulteriori studi e approfondimenti, tesi proprio a verificare i rischi che comporta per l’ambiente.

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