(Tasos Katopodis/Getty Images)
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  • mercoledì 9 ottobre 2019

La Corte Suprema statunitense deciderà se si può licenziare una persona perché è gay

Le leggi federali non lo vietano esplicitamente, e la sentenza sarà un importante precedente

(Tasos Katopodis/Getty Images)

Martedì mattina la Corte Suprema degli Stati Uniti ha iniziato a occuparsi di un caso molto importante che riguarda la discriminazione delle persone omosessuali o transgender sul posto di lavoro. La Corte in sostanza dovrà decidere se il Titolo settimo della legge del 1964 sui diritti civili – che vieta le discriminazioni su base del «genere sessuale» – debba estendersi anche all’orientamento sessuale.

Gli attivisti per i diritti LGBT attendono molto la sentenza, prevista a giugno del 2020, soprattutto per due ragioni: sia perché al momento metà degli stati americani non dispone di leggi che proteggano un lavoratore dall’essere licenziato perché gay o transgender, sia perché sarà la prima sentenza così importante sui diritti delle persone LGBT dopo che la Cortesi è spostata a destra con le nomine da parte di Donald Trump di Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, sia perché potrebbe anticipare la direzione che prenderà la Corte in futuro su temi simili.

Il Titolo settimo prevede che sia illegale discriminare un lavoratore, e quindi licenziarlo, sulla base della sua «razza, colore della pelle, religione, genere sessuale, paese di origine». Diversi stati hanno adottato misure per estendere la protezione alle persone gay o transgender, ma il New York Times fa notare che nella maggior parte dei casi, arrivati alle corti federali, i giudici «hanno interpretato il Titolo settimo escludendo l’orientamento sessuale», proprio perché la legge del 1964 non lo prevede esplicitamente (in Italia l’articolo 15 dello Statuto dei lavoratori impedisce discriminazioni «basate sull’orientamento sessuale»).

Negli Stati Uniti esiste da tempo un ampio dibattito sulla discriminazione nei confronti dei gay e dei transgender: secondo l’interpretazione più progressista non può essere giustificata in alcun modo, mentre giudici ed esperti di diritti conservatori ne fanno una questione di libertà religiosa e ipotizzano che prendere questo tipo di decisioni rientri nelle possibilità delle persone che credono che l’omosessualità sia immorale, come del resto ritiene ancora oggi la Chiesa cattolica.

«Una sentenza in favore dei ricorrenti garantirebbe maggiore protezione ai lavoratori gay o transgender, soprattutto nei 28 stati che non prevedono un’ampia tutela contro la discriminazione sul posto di lavoro», scrive Reuters, «mentre una sentenza contro i ricorrenti significherà che in quegli stati i lavoratori gay e transgender avranno meno opzioni per contrastare la discriminazione». La decisione della Corte Suprema non avrà grado di legge, come invece era successo per la decisione del 2015 sui matrimoni gay, ma gli attivisti per i diritti LGBT sperano che in caso di decisione a loro favore fornirà un importante precedente.

Nello specifico, la Corte esaminerà tre casi individuali che presentano caratteristiche simili. Il primo è quello di un istruttore di paracadutismo di New York, Donald Zarda, che sostiene di essere stato licenziato perché gay (nel frattempo Zarda è morto, ma il suo caso viene portato avanti dalla sorella e dal suo partner). Il secondo è quello di Gerald Bostock, un assistente sociale della Georgia che dice di essere stato licenziato dopo che si era iscritto a un campionato di softball riservato ai gay. Aimee Stephens, infine, è una donna transgender del Michigan che lavorava in un’azienda di pompe funebri e ha accusato il suo capo di averla licenziata dopo l’operazione per cambiare genere sessuale.

Martedì gli avvocati di Zarda e Bostock hanno sostenuto che la discriminazione nei confronti dei loro clienti rientra in quelle di genere sessuale perché ha messo in opposizione l’orientamento dei datori di lavoro, eterosessuali, con quello dei ricorrenti. Un’altra dei loro avvocati, la professoressa di diritto Pamela Karlan – che insegna a Stanford ed è nota per occuparsi spesso di discriminazioni nei confronti dei gay – ha spiegato ai giudici che la legge del 1964 è stata scritta «durante il periodo della serie tv Mad Men», in cui le discriminazioni avvenivano soprattutto contro le donne, e che da allora le tutele sono state estese ad altri gruppi di persone e contesti che in origine non erano stati previsti. L’amministrazione Trump ha scelto di schierarsi con i datori di lavoro: un avvocato del dipartimento di Giustizia ha scritto che «il significato comune di “genere sessuale” si riferisce al maschio e alla femmina, e non include l’orientamento sessuale».

Sarà importante capire come voteranno i due nuovi giudici, Gorsuch e Kavanaugh. Oggi la Corte Suprema è formata da nove giudici, indicativamente quattro di orientamento progressista nominati dai Democratici e cinque nominati dai Repubblicani e quindi tendenzialmente conservatori. I quattro giudici progressisti hanno già fatto capire che voteranno a favore dei ricorrenti, e per emettere una sentenza di quel tipo basterà convincere uno dei cinque giudici conservatori. Durante la seduta di martedì Neil Gorsuch ha fatto parecchie domande, cosa che secondo alcuni significa che potrebbe votare a favore dei ricorrenti. Kavanaugh ha fatto invece una sola domanda, peraltro piuttosto oscura, e non ha lasciato trapelare alcuna indicazione sul suo voto.

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